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08 luglio 2013

La globalizzazione dell'indifferenza

"La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza! Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!".

Quanto detto oggi da papa Francesco a Lampedusa di fronte ai migranti e ad altre diecimila persone mi ha fatto ricordare quanto scriveva Emmanuel Lévinas in Altrimenti che essere o al di là dell'essenza. Papa Francesco ha pronunciato parole piene di dignità umana e di critica sociale al tempo stesso, due dimensioni sempre più disertate tanto dalla politica quanto dalla filosofia nonché da scienze umane sempre più asettiche e neutre. Qualcuno ricorderà quei politici che proponevano di sparare sui barconi che trasportavano in una rinnovata tratta degli schiavi i disperati che vengono a cercare sulle nostre coste una risposta alla loro miseria e disperazione o una semplice fuga da vari orrori.
A coloro che invece dimenticano facilmente è dedicato questo passo di Levinas. Nella sua visione filosofica il fatto che i migranti ci facciano sentire in ostaggio, circondati, assediati, minacciati, ci restituisce alla nostra dimensione umana più autentica, di esposizione totale, di radicale nudità di fronte al volto dell'altro, insidiati, espropriati dalla sua trascendenza. Questo essere in ostaggio fa contrarre il nostro Io ipertrofico, artefice di quella "cultura del benessere" che, come dice papa Francesco, "produce indifferenza". L'altro sostituisce il nostro bisogno di autocertezza, di coincidenza con noi stessi: ci decentra dal nostro compiaciuto stare presso noi stessi, ciechi, sordi e muti di fronte alle sofferenze e alle ingiustizie sociali. La prossimità del terzo, ci insegna Levinas, introduce la giustizia. Solo in questo modo l'essere sarà non-indifferenza, sarà apertura, sarà finalmente piena e compiuta responsabilità di fronte all'altro, sarà cioè giustizia.

Perché Altri mi riguarda? Che è Ecuba per me? Sono io il custode di mio fratello? - Queste domande non hanno senso se si è già presupposto che l'Io ha cura solo di Sé, se è solo cura di sé. In questa ipotesi, in effetti resta incomprensibile come il fuori-dall'Io assoluto - Altri - mi riguardi. Ora, nella "preistoria" dell'Io posto per sé, parla una responsabilità. Il sé è da cima a fondo ostaggio, più anticamente dell'Ego, prima dei principi. Non si tratta per il Sé, nel suo essere, di essere. Al di là dell'egoismo e dell'altruismo c'è la religiosità di sé.
E' a causa della condizione di ostaggio che nel mondo ci può essere pietà, compassione, perdono e prossimità. Anche la più piccola cosa, anche il semplice "dopo-di-voi-Signore".
L'incondizione di ostaggio non è il caso limite della solidarietà, ma la condizione di ogni solidarietà.
Emmanuel Levinas, Altrimenti che essere o al di là dell'essenza (1974), Milano 1983, pp. 148-149.

17 luglio 2010

Pensare la pluralità. Il pluralismo culturale nell'epoca della "politica dell'identità"

La pluralità, la molteplicità, la varietà e la diversità ci danno sempre l’impressione del disordine, della caoticità, dell’an-archia nel senso della mancanza di un principio, di un fondamento, di una ragion d’essere dei fenomeni così percepiti. Ciò fa parte della nostra stessa struttura cognitiva: cercare un principio d’ordine, vedere in una serie di segni astratti figure o volti determinati, come ben sanno gli psicologi. Le leggi gestaltiche di raggruppamento (vicinanza, similarità, chiusura, continuità, simmetria) ci insegnano appunto che la nostra mente cerca simmetrie, somiglianze, continuità piuttosto che asimmetrie, discordanze e discontinuità.
In altri termini: dal punto di vista percettivo siamo stati “attrezzati” (in senso evolutivo) per vedere strutture d’ordine più o meno unitarie anziché la caoticità. Tuttavia il problema resta, nel senso che la pluralità ci inquieta e ci disturba, come testimoniano molti proverbi e detti del senso comune: "tot capita tot sententiae", “il troppo storpia”, “non si possono servire due padroni”... Ma quand’è che una pluralità diventa “troppa”? Quanta pluralità (in senso laico e/o interreligioso) possiamo sopportare?
Se oggi la molteplicità fisico-naturale non è più un problema, lo è però quella socioculturale. Se la logica identitaria su cui si è fondata tutta la riflessione filosofica occidentale da Parmenide all'idealismo tedesco ha potuto garantire una metafisica della sostanza, dell'essere e una teologia cristiana (e islamica, come troppo spesso si dimentica) fondate sull'idea di permanenza e di immutabilità, l'avvento della modernità, con la sua idea di un individuo libero, autonomo, capace di autodeterminazione e di valutare (e criticare) razionalmente tradizioni, norme, autorità ha modificato radicalmente il quadro di quella logica. Mentre la logica identitaria ha separato radicalmente l'identità dalla differenza, marginalizzando l'alterità, con Hegel assistiamo - a mio avviso per la prima volta - al tentativo di pensare sia l'identità che l'alterità, di comprenderle nella loro implicazione reciproca. Hegel mette cioè in discussione quel principio o legge dell'identità in base alla quale noi ragioneremmo, penseremmo, ci rappresenteremmo la realtà. Scrive Hegel al § 115 dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche che “Nessuna coscienza pensa, né ha rappresentazioni, né parla, secondo questa legge; nessuna esistenza, di qualsiasi sorta, esiste secondo questa legge”. Hegel sostiene infatti che è l’identità stessa a porre la differenza, oppure che la differenza è posta nel momento stesso in cui si pensa l’identità. Pluralità significa allora che quando pensiamo una cosa la pensiamo sempre IN RELAZIONE a un’altra: per Hegel, quindi, la relazione è costitutiva del pensare in generale.
Questa acquisizione della dialettica hegeliana implica un grande rivolgimento: il passaggio da una logica identitaria a una logica del riconoscimento. Ma non si tratta di un semplice rivolgimento logico-concettuale, cioè del semplice "primato della relazione": anche per Platone, infatti, pensare significa connettere, legare, col-legare (la famosa symploké platonica). Questo rivolgimento ha infatti almeno tre conseguenze etiche e pratiche. Se l'identità non è fondante, ma fondata, se ne ricava che:
1. Per sapere chi sono “io” devo pormi necessariamente in relazione, ho cioè bisogno prima ancora di essere tale, che ci sia qualcun altro che mi riconosca come un “io” (si pensi alla relazione asimmetrica madre-figlio: ciascuno di noi è divenuto tale perché la madre lo ha riconosciuto, prestandogli cure, tempo, affetto, amore).
2. In questo senso l’altro, ciò che io non sono, è la vera condizione del mio comprendermi come “io”, come “me stesso”, come “identità personale”.
3. Non posso conoscere se non sono stato prima “riconosciuto” da altri, che hanno reso possibile “me stesso” come coscienza: conoscere, quindi, significa riconoscere.
Bisogna fare molta attenzione a queste conseguenze concettuali e alle loro implicazioni etico-pratiche, perché hanno risvolti importanti e decisivi nella nostra vita morale e politica.
Esse implicano infatti che NON POSSIAMO MAI ASSOLUTIZZARE ALCUNA IDENTITÀ O PENSARE DI POTERLA DEFINIRE UNA VOLTA PER TUTTE. La complessità legata alla pluralità deriva piuttosto dal fatto che noi siamo persone, il frutto di una totalità di relazioni di cui non disponiamo, e quindi che noi condividiamo già da sempre un’identità con altri membri di un determinato gruppo. Come scrive Amartya Sen nel suo Identità e violenza, “Il mondo suddiviso secondo un unico criterio di ripartizione è molto più conflittuale dell’universo di categorie plurali e distinte che plasma il mondo in cui viviamo. Un'immagine del genere (...) contrasta con l’idea che siamo diversamente differenti. La speranza di armonia nel mondo contemporaneo risiede in gran parte in una comprensione più chiara delle pluralità dell’identità umana, e nel riconoscimento che tali pluralità sono trasversali e rappresentano un antidoto a una separazione netta lungo una linea divisoria fortificata e impenetrabile".
Dal punto di vista culturale, la logica identitaria ci spinge a pensare alle culture come fortezze compatte, castelli con ponti levatoi, territori con confini netti e stabiliti una volta per tutte o, per riprendere un'immagine usata da vari antropologi, "palle da biliardo" lisce e lucide, senza alcuna porosità. Non siamo abituati - perché la logica identitaria che governa la nostra cultura ci ha imposto di associare continuità, permanenza, stabilità, ordine all'identità - a pensare alla nostra identità culturale come qualcosa di plurale, di composito, frutto di innumerevoli stratificazioni storiche, processi di riconoscimento (ma anche di misconoscimento), ibridazioni e incroci. Di fronte all'"altro" - lo straniero, l'estraneo, il "foresto" - scatta subito la legge gestaltica di raggruppamento: esso deve venir inserito in una categoria, rubricato, classificato in base alla provenienza e all'origine, come se l'arché, l'origine, potesse raccontarci tutta la sua storia, potesse esaurire la sua "identità".
Allo stesso modo per la nostra logica identitaria è difficile accettare il fatto del pluralismo politico, spesso confuso con il relativismo, con una generica idea per cui tutte le culture sono sullo stesso piano, hanno lo stesso valore (cosa diversa che riconoscerne la pari dignità). Pluralismo, infatti, è assumere la diversità, la differenza, l'alterità stessa come valore in sé (cosa ben diversa che affermare, come fa un certo relativismo, che tutti i valori si equivalgono) e quindi non equivale a un generico "multiculturalismo". Questo è infatti la moltiplicazione delle identità culturali in nome della loro "differenza specifica"; e che esso sia "thick" o "thin", come vogliono alcuni autori (Fullinwider, Kukathas, Chandran, Galston), resta il fatto che esso è in linea di massima ostile alla diversità, alle affiliazioni multiple, alla possibilità - che invece il pluralismo garantisce - di trovare un terreno comune di convivenza civile, valori laicamente condivisi. Esso vede l'integrazione dell'identità culturale di gruppo nella società come il male da evitare a tutti i costi e quindi propugna una sorta di separatismo culturale (la "mia" identità - tirolese, ladina, carnica, gaelica, scozzese, basca, ecc. è intoccabile, sacra, inviolabile, anche perché in passato è stata negletta, misconosciuta, colonizzata, ecc.), mettendo capo a un'idea di società multiculturale come un arcipelago di comunità separate da confini netti, decisi una volta per tutte. L'identità si preserva solo nella separazione, finanche nella segregazione reciproca.
In questo modo la società si frantuma in una congerie di minoranze (auto)segregate o, meglio, autosegregantisi, in cui non sono ammesse le affiliazioni multiple, l'appartenenza a più di un gruppo culturalmente definito (multiculturalismo thick), oppure tutto ciò diventa estremamente problematico (multiculturalismo thin). Ma una società in cui le affiliazioni multiple siano un problema, in cui si guardi con sospetto alle identità plurali, in cui l'alterità è ancora percepita come minaccia e pericolo, non è una società pluralistica e neanche plurale: è una società atomizzata, atomistica, un coacervo che ricorda la parcellizzazione feudale e in cui lo Stato deve solo cercare di comporre i dissidi che inevitabilmente sorgono a partire dalle rivendicazioni culturalistiche (minimalismo civico).
È chiaro, allora, che questa "voglia di comunità" mette "la società sotto assedio", per collegare solo i titoli di due note opere di Zygmunt Bauman: un arcipelago di comunità autosegregantisi, prive di osmosi con quell'ambiente che un tempo si chiamava "società", intesa come insieme di vincoli, di obblighi, riferiti a norme e valori derivanti dal senso di appartenenza a una comunità che produce rappresentazioni collettive condivise (l’idea di un bene comune che è possibile perseguire meglio cooperando anziché ostacolandosi reciprocamente). Una tale idea di società era resa possibile proprio dall'idea sopra descritta di pluralismo culturale, in quanto risultato di un’idea liberale di società in cui molti possono stare insieme, dove ciascuno realizza meglio i propri progetti limitando la propria libertà (o meglio il proprio arbitrio, la propria volontà soggettiva), nella consapevolezza che lavorare per il bene di tutti è il modo migliore per realizzare il proprio e di essere più liberi. Individualismo, mediatizzazione, globalizzazione, crisi delle ideologie, teorie sociali postmoderne e "multiculturalismo" hanno decretato la "morte del sociale", la "fine della società", in un "individualismo senza individui" e in una "socializzazione senza società" dove trionfano le identità esibite, esposte, spogliate, confessate come nei reality show che vanno per la maggiore. Ma la "morte della società" accade quando gli altri sono percepiti e/o raccontati solo come ostacolo, intralcio, fastidio: quando la pluralità è il nemico da battere, quando si esclama trionfalmente “ne resterà uno solo!”, enfatizzando non-virtù come furbizia, dissimulazione, stupidità calcolata, capacità di manipolare gli altri secondo i propri fini. Dell'identità si fa cioè una "politica": la "politica dell'identità", sia a livello di politica in senso stretto, sia in senso di calcolo personale. La propria "differenza" (non importa se personale, culturale, sociale, religiosa o politica) deve venire riconosciuta, accettata, accolta, tutelata e garantita. Accade un po' come a scuola, quando i genitori fanno ricorso contro le "non promozioni" (termine politically correct per non dire bocciature): si rivendica una sorta di "diritto alla promozione" giustificato da una "particolare" situazione familiare, una "particolare" condizione psicologica, un "particolare" disagio (con i compagni, con i professori, con l'ambiente scolastico...). Ognuno è una storia a sé, una "differenza" che va tutelata e garantita nel suo "diritto al successo scolastico": bocciare significa, secondo queste teorie, negare la possibilità di "realizzare il proprio progetto di vita".
In questo modo si fa della propria "differenza", cioè della propria specificità di condizioni umane e personali, un grimaldello per aprire tutte le porte e per ottenere vantaggi legati alla propria particolarità. Singoli individui o gruppi chiedono di essere riconosciuti perché sono stati umiliati, perseguitati e/o misconosciuti in passato (es. le donne, i nativi americani, i gay): essi cioè non chiedono di essere “inclusi” nel genere umano, ma di essere rispettati nella loro diversità, nella loro “differenza” Essi in tal modo avanzano una “pretesa al riconoscimento”, il “diritto culturale” a essere rispettati e liberi di compiere le loro scelte, con significative ricadute etiche e giuridiche (matrimonio, eredità, ecc.): ciò si concretizza in politiche di trattamento preferenziale (affirmative action) che danno spesso luogo a aspre polemiche, in quanto “discriminazioni positive”.
La politica dell’identità “discrimina per cancellare discriminazioni” (G. Sartori), cioè per tutelare le differenze, le diversità, le forme di vita plurali che rivendicano il diritto al riconoscimento proprio in quanto “altre”: cerca cioè di attivare meccanismi compensativi di passate discriminazioni. Ne deriva un enorme problema etico che riconfigura la questione della pluralità e del pluralismo: si tratta infatti di capire che cosa significa, qui, riconoscere.
Abbiamo già visto, infatti, che condizione della mia identità, del mio “essere me stesso”, è l’esser stato riconosciuto da altri (anche i mancati riconoscimenti, il non esser stato riconosciuto, ha fatto di me quello che sono): ora, però, qui “riconoscere” significa piuttosto “accettare la differenza” di questi gruppi, “tutelare” il loro essere minoranza, rispettare la loro “peculiarità”, garantendo loro dei “vantaggi sociali”, dei “privilegi”, finanche dei “diritti”. Si innesca in questo modo “una reazione a catena perversa: o che i discriminati chiedano per sé gli stessi vantaggi accordati agli altri, e/o che le identità favorite dalla discriminazione chiedano per sé sempre più privilegi a danno delle identità non favorite. Nel qual caso la identità che viene attaccata e sminuita finisce per risentire il proprio misconoscimento e magari reagisce riaffermando una sua superiorità” (G. Sartori). In questo modo non più l’identità, ma la differenza diventa il vero problema. Perché, per restare all'esempio, si evita di bocciare Tizio piuttosto che Caio? (oppure, più spesso: perché non si boccia né Tizio né Caio?) Risposta: i genitori di Tizio potrebbero fare ricorso e far perdere tempo all'organizzazione scolastica. Quindi per non farsi problemi, per non creare disparità di trattamento, tutti promossi, todos caballeros.
La "politica dell'identità" diventa così un mezzo per tutelare chi fa più rumore, chi è più disposto a mobilitarsi o a mobilitare l’opinione pubblica, perché non esiste un criterio oggettivo per preferire una minoranza a un’altra, un’affiliazione da proteggere rispetto a un’altra affiliazione. Ne deriva una situazione sociale permanentemente conflittuale e carica di risentimento (la vera chiave di lettura del sociale secondo R. Girard), che assorbe ogni altra energia che si potrebbe incanalare per il miglioramento della società nel suo complesso: parole come “politiche del riconoscimento”, “tutela delle minoranze”, ecc. sollevano passioni negative come ira, rancore, risentimento, rabbia e spingono molti cittadini a disinteressarsi della vita politica o a compiere scelte politiche estreme, con il rischio di derive xenofobe e razziste. In tal modo, inoltre, è facile banalizzare il pluralismo confondendolo con un generico relativismo morale e culturale (grave errore concettuale, come si è visto), accusando il primo di aver messo sullo stesso piano tutte le “verità”, riducendole a banali “credenze”.

Nel dialogo fra l’antropologo Marco Aime ed Emanuele Severino c’è un bel passo che vorrei citare in conclusione di questa riflessione sulle difficoltà di riconoscere e accogliere la pluralità. Citando Ralph Linton, un antropologo che a lezione chiedeva ai suoi studenti di fermarsi a riflettere su quanto fosse “americano” quello che facevano ogni giorno, Marco Aime scrive:

“Hai sollevato il lenzuolo tessuto in cotone, fibra scoperta per la prima volta in India nel VI secolo a.C., poi ti sei infilato le ciabatte, calzature degli indiani algonchini, poi hai fatto colazione in una scodella di ceramica, realizzata con un processo inventato in Cina, in cui hai messo del caffè che arriva dall’Abissinia o del tè che arriva dalla Cina o del cacao che arriva dal Sud America. Poi sei uscito, hai comprato un giornale stampato su carta, processo inventato in Cina, stampato con caratteri mobili, processo inventato in Europa, e l’hai pagato con una moneta, invenzione della Numidia, e a seconda delle notizie hai ringraziato o bestemmiato una divinità mediorientale di averti fatto nascere americano (M. Aime, E. Severino, Il Diverso come icona del male, Bollati Boringheri, Torino 2009, pp. 29-30).

Siamo perciò di fronte a un problema al tempo stesso filosofico, antropologico, sociopolitico ed etico. Dobbiamo affrontare (ma siamo preparati a farlo?) una nuova condizione umana, alla sfida di identità aperte e plurali, mai definitive, mai concluse, mai interamente rivendicabili. La pluralità e il pluralismo oggi sono una sfida: la sforzo di tenere assieme dimensioni diverse, di pensare la diversità e la pluralità come un valore; di comprendere ogni dimensione plurale (in sé e per sé) con le sue radici ma in un terreno comune, come tanti fiori in un giardino. Un giardino: uno spazio che vive della ricchezza dello sguardo di chi lo coltiva, un’immagine vivente della pluralità e del pluralismo.
Lo sforzo che dobbiamo compiere insieme è quello di riconoscere che noi non siamo identità compatte, definitive, unitarie: siamo simili più a spugne che a palle di biliardo lucide e impenetrabili. Non ci sono stranieri, estranei, alieni, “foresti”, extra-qualcosa. Perché ciascuno di noi è attraversato interamente dall’altro, da una pluralità di altri: noi, altri, “noialtri”.

01 dicembre 2009

L'eterna guerra contro l'altro

Si potrebbe definire una sorta di Gomorra del razzismo, questo ultimo libro di Gian Antonio Stella. Sin dalla prima pagina Stella imposta la questione fondamentale, quella dell'ossessione feticista dell'identità e della deriva xenofoba: "Al centro del mondo", dicono certi vecchi di Rialto, "ghe semo noialtri: i venessiani de Venessia. Al de là del ponte de la Libertà, che porta in terraferma, ghe xè i campagnoli, che i dise de esser venessiani e de parlar venessian, ma no i xè venessiani: i xè campagnoli. Al de là dei campagnoli ghe xè i foresti: comaschi, bergamaschi, canadesi, parigini, polacchi, inglesi, valdostani... Tuti foresti. Al de là dell'Adriatico, sotto Trieste, ghe xè i sciavi: gli slavi. E i xingani: gli zingari. Sotto el Po ghe xè in napo'etani. Più sotto ancora dei napo'etani ghe xè i mori: neri, arabi, meticci... Tutti mori" (G. A. Stella, Negri Froci Giudei & co.. L'eterna guerra contro l'altro, Rizzoli, Milano 2009, p. 11). Nella fine classificazione etnografica dei vecchi veneziani, riportata da Stella, mancavano però quelli che Kowalski, il vecchio operaio patriottico della Ford (impersonato dal grande Clint Eastwood) che si scontra con gli immigrati asiatici in Gran Torino chiama - con poca fantasia - "musi gialli" e che i "venessiani" di cui sopra - con fantasia educata ittologicamente - chiamano invece "i sfogi" (le sogliole, per la faccia gialla e schiacciata). Questi ultimi ricambiano delicatamente il favore ai veneziani e al mondo intero, ritenendosi non al centro dell'orbe terracqueo come i veneziani (o il popolo veneto, o quello padano, o i cristiani, o i musulmani, ecc.), ma nientemeno che "al centro del Cielo e della Terra, dove le forze cosmiche sono in piena armonia" (ibid.).
Chiunque abbia studiato un po' non dico di antropologia culturale ma anche solo di storia (può bastare anche quella delle medie) sa bene che non c'è popolo che non abbia vantato con qualche mito di fondazione la propria origine divina o la propria superiorità biologica. Ci stanno dentro tutti: ebrei, egizi, persiani, indiani, greci, musulmani, cristiani., cinesi, giapponesi, coreani.. In ogni mitologia arcaica, in ogni religione, è presente questa pretesa di avere diritto su una terra, su un luogo, e quindi di essere al centro del mondo a partire da quel luogo, da quell'omphalos (si veda il cap. 3 "L'ombelico del mondo siamo noi. No, noi"). E, al tempo stesso, la paura della "contaminazione" dell'altro. L'altro porta malattie, infetta, si appropria - più o meno lecitamente - di un pezzo di quel luogo in cui "noi" ci riconosciamo, abbiamo le nostre "radici", la nostra "cultura", insomma la nostra "identità". L'altro ci "espropria" del nostro essere noi stessi, ci "tira fuori" dalle nostre belle comunità, entra nelle nostre case (sporca e ammorba i nostri treni con i suoi odori mefitici o con i suoi cibi immondi, fa la pipì - come esecrava Oriana Fallaci - sui muri delle nostre chiese, ruba i nostri beni faticosamente e onestamente accumulati, stupra e ammazza soprattutto le nostre donne...). L'orrore per quella che Borghezio definisce "l'omologazione mondialista" (p. 12) spinge allora a serrare le fila, a stringersi nel locale (significativamente, nel dialetto del mio paese, "locale" stava per "bar, ristorante", oppure per "appartamento"), a mettere la croce sul tricolore e a proporre referendum sui minareti., le moschee, i crocifissi e i veli, per mettere argine al contagio, per paura di essere "contaminati" dall'altro. Il razzismo ha il vantaggio di essere una "ipersoluzione" (Watzlawick), cioè di essere in grado di spiegare tutto, dall'influenza A alla crisi economica, dalle nuove povertà alla violenza sessuale. La purezza come criterio di appropriazione e di definizione culturale è in realtà una mistificazione tautologica: "puro" è solo ciò che ha avuto rapporti con "noi", "noi" è l'unico criterio per stabilire ciò che è "puro". In altri termini: la definizione di "puro" è puramente soggettiva e arbitraria e non ha alcuna stringenza logica, ma riflette soltanto rapporti di dominio, relazioni di potere (io decido che tu, che non puoi decidere, sei diverso da me e dunque impuro, contaminante e contagioso con la tua diversità; io invece sono identico a me stesso e quindi anche puro, incontaminato, asettico). Non ha nessuna necessità: è una finzione ideologica, un costrutto fasullo, esattamente come "identità culturale" (che sempre più mostra di essere quel che il colonnello Dax in Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick dice, citando Samuel Johnson, del patriottismo: "l'ultimo rifugio delle canaglie"). E' stato detto tante volte ma vale la pena ripetere che, beninteso, questo vale per chiunque (ebrei, cristiani, turchi, cinesi...) rivendichi pseudo-purezze culturali che non esistono da nessuna parte (a parte forse qualche tribù indios amazzonica che non ha mai avuto contatti con nessun'altra popolazione, come questa) e non solo per il Ku-Klux-Klan. La purezza (del sangue, dell'identità, dell'ideologia) richiede inevitabilmente, necessariamente, la pulizia e se l'identità culturale deve restare pura, l'unico detergente è la pulizia etnica. Stella ricorda che il modello della pulizia etnica per eccellenza, la Shoah, fu preceduta dal genocidio dei boeri in Sudafrica ad opera degli inglesi che volevano sbarazzarsi dei bianchi africani (ritenuti "impuri" perché nati da un miscuglio di olandesi, francesi, tedeschi) che provocò una "mattanza": "circa 30.000 fattorie furono distrutte, almeno 120.000 persone, in grandissima maggioranza donne e bambini ... vennero internati nei campi di concentramento dove oltre 20.000 bambini... persero la vita" (p. 18). Una pulizia etnica così spietata, ricorda Stella, da poter essere usata addirittura da Hitler in persona come alibi "per rigettare sul Regno Unito nel 1941 le accuse di genocidio e raccontata nel tristemente celebre Ohm Krüger (di cui però Stella omette il titolo, che aggiungo io) "girato per istigare le SS a vendicare le donne e i bambini boeri", film che al Festival di Venezia del 1941 vinse la Coppa Mussolini come miglior pellicola straniera (ibid.). (Ironia - malvagia - della sorte, i primi campi di concentramento, com'è noto (ma credo non abbastanza), furono creati dagli inglesi in Sudafrica nel corso della seconda guerra boera: si veda qui). O come il genocidio degli armeni (tra uno e due milioni di morti), che servì al nazismo come modello della "soluzione finale della questione ebraica" (Endlösung der Judenfrage). Allora i turchi del Comitato Unione e Progresso dissero che si trattava "di salvare la madrepatria dalle ambizioni di questa razza maledetta [gli armeni] e di prendersi carico sulle proprie spalle patriottiche della macchia che oscura la storia ottomana" (p. 23).
Una simile ossessione per la purezza, la pulizia, la cancellazione delle macchie e via detergendo, ha qualcosa di psicopatologico in senso freudiano. Il paria è l'impuro, il fuori casta che ammorba con la sua sola presenza. Utile in questo senso il cap. 17, "Lo stupidario dei fanatici", un'antologia dell'orrore fisico che l'ideologia razzista di ogni specie e latitudine nutre verso l'altro. Esse mostrano un tratto caratteristico del razzismo, la sua costante attualità: il suo essere "sempre in bilico tra il ridicolo e il mostruoso" (p. 299), uno statuto epistemologico a metà fra barzelletta oscena e mentalità criminale. Stereotipi etnici e sessuali sono una forma di oggettivazione del diverso, dello straniero, dell'estraneo per immobilizzarlo, fissarlo, trasformarlo in una "cosa" (in linguaggio filosofico: reificazione) per poterlo controllare, dominare, per poter esercitare su di esso il proprio potere (per fargli guerra, comprarlo, venderlo, sfruttarlo, additarlo alla pubblica opinione come capro espiatorio, negargli diritti...). Il razzismo è una forma di oggettivazione e spersonalizzazione dell'umano: è riconoscimento negato, ostilità profonda, atavica, ancestrale, ad ammettere che l'ingroup possa essere simile all'outgroup, che si possa condividere, che si possa parlare di uguaglianza fra gli esseri umani. Ancora una volta assistiamo oggi al ritorno dell'ideologia della sopraffazione, dell'annientamento del diverso, al rifiuto del confronto e della relazione all'altro. Forse è giunto il tempo di tornare a recitare la preghiera laica a Dio che conclude il Trattato sulla tolleranza di Voltaire: "Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi, Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa' che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa' sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati 'uomini' non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione".

02 maggio 2009

Lévi-Strauss e il pensiero dell'altro

L'uomo che ha fatto dell'antropologia quel che Freud fece della psicoanalisi, cioè uno dei grandi saperi del Novecento. Non solo una disciplina specialistica, per pochi esploratori di mondi esotici, ma un nuovo modo di vedere l'uomo. Nessun antropologo ha esercitato un'influenza altrettanto vasta al di fuori del proprio campo. Con questo moralista classico in presa diretta sullo stato d'urgenza planetaria l'antropologia va fuori di sé per diventare scommessa filosofica in grado di revocare in questione l'opposizione tra natura e cultura, e la definizione stessa dell' umano...

(continua su
La Repubblica, 21 novembre 2008)
Links: Claude Lévi-Strauss at 100

15 novembre 2006

Le radici della violenza

Dire che quello che è accaduto in una scuola della periferia di Torino mi ha lasciato allibito e amareggiato è poco. Per chi non sapesse cos’è successo, ricapitolo quanto finora riportato dalla stampa (sintetizzo con materiale di Repubblica.it):

L’aggressione. In un istituto professionale di Torino, alla fine dello scorso anno scolastico, alcuni ragazzi, intorno ai 17 anni, aggrediscono con percosse, insulti e altre umiliazioni, un ragazzo sofferente di una forma particolare, non bene identificata, di autismo, accompagnando il tutto con saluti e scritte naziste. Gli autori del gesto riprendono la scena con un videofonino e inviano il filmato in rete.

Il video. Il video, della durata di tre minuti, è stato messo on line ad agosto dalla ragazza che aveva partecipato all’aggressione. Nel filmato si vedono una decina di compagni di classe che stanno a guardare, mentre uno dei ragazzi indagati sferra qualche pugno e qualche calcio al compagno disabile, un altro è intento a riprendere la scena con la telecamera, un terzo che disegna il simbolo “SS” sulla lavagna e fa il saluto fascista. E l’impressione è che l’aggressione fosse premeditata.

Nessun aiuto. Il ragazzo aggredito rimane in un angolo, immobile, reagendo debolmente alle botte di un compagno che si avvicina, lo colpisce velocemente e si allontana. Al giovane disabile vengono anche tirati oggetti e per ripararsi lui perde gli occhiali e si china a cercarli affannosamente. Gran parte della classe intanto, seduta tra i banchi, schiamazza, tra l'annoiato e il divertito. Nessuno dei presenti si alza per difendere la vittima o per fermare chi lo deride.

La testimonianza. “Un ragazzo dolcissimo. Gli piace il cantante Zucchero e per questo vuole sempre che io gli canti le sue melodie”: così un’operatrice della scuola ha descritto il giovane portatore di handicap. Una donna che lavora nell’istituto non è sembrata stupirsi troppo dell’accaduto. “Gli altri ragazzi non legano con lui – ha detto – non c’è solidarietà tra loro. Lui quasi non vede e sente pochissimo. Fa quindi molta fatica anche a capire gli scherzi. È, però, un ragazzo buono”.

Di fronte a quello che ho potuto vedere e leggere nascono in me varie considerazioni e alcune domande, che elenco in ordine non logico ma emotivo (anche noi insegnanti abbiamo un'emotività, no?):

  • Sento già gli psicologi affannarsi a ricordare a tutti, ministri, docenti, opinione pubblica e studenti, che non bisogna criminalizzare i ragazzi che, in un momento di noia, hanno umiliato e vessato ignobilmente e vilmente una persona incapace di difendersi. Infatti, applicando lo schema standard della psicologia, bisogna evitare di “etichettare” o si otterrà l’effetto, opposto a quello desiderato, di far diventare “stabilmente” nazisti i comportamenti devianti di ragazzi la cui colpa è in realtà quella di non aver avuto insegnanti e famiglie capaci di far prendere loro coscienza di che cos’è il rispetto dell’altro; che hanno ormai interiorizzato l’idea che l’identità si conquista solo con la forza, la sopraffazione, la negazione dell’altro. Ma è evidente che la buona intenzione della psicologia si scontra con l'abiezione di misfatti come questi. Verrebbe da dire all'amico alunno torinese: stai pure tranquillo, caro disabile inserito in una classe di neonazisti emuli di Arancia meccanica, non prendertela con i tuoi aguzzini, anche loro sono vittime delle inefficienze della scuola e della latitanza delle famiglie. E' tutta colpa della società! Possibile che la psicologia non abbia altro da dire?
  • Sul Corriere del Veneto di oggi (15 novembre), a pagina 6, c'è un ritratto desolante degli adolescenti veneti: individui esibizionisti, disposti a ricorrere persino alla violenza verbale e fisica pur di vedere riconosciuta per intero la propria personalità. "Dopo tanti anni di insegnamento, ora sembra di trovarsi davanti a degli extraterrestri", dicono alcuni docenti delle scuole medie e superiori del Vicentino. Qualcuno ricorderà che a Vicenza, qualche tempo fa, alcuni ragazzini delle medie hanno picchiato un loro coetaneo perché non indossava vestiti alla moda. E se i maschi, prosegue l'articolo, sfogano i sentimenti violenti verso gli altri, le femmine sono più inclini all'autolesionismo: sembra che sia ormai una pratica diffusa fra le giovanissime venete quella di tagliuzzare parti del corpo con insistenza con i cutter, fino a che non esce qualche goccia di sangue. Spiega una psicoterapeuta che "i nuovi adolescenti sono caratterizzati dalla voglia di farsi vedere a tutti i costi, sono grandi consumatori, narcisisti, bulli e precoci sessualmente". Dagli undici ai diciotto-diciannove anni, ragazze e ragazzi inseguono il rischio, ben consapevoli - secondo gli esperti - del gesto che stanno per compiere, senza però aver valutato le conseguenze. Fissi sul presente, mancano dell'orientamento verso il futuro. Così si lanciano su storie d'amore con persone più mature (dodicenni con maggiorenni) o offrono favori sessuali per una ricarica telefonica.
  • La pedagogia è lo sforzo, se vogliamo utopico, di pensare che l’uomo può e deve essere educato. Nel processo educativo la persona cresce, si trasforma, nell’auspicio che questa trasformazione sia un’evoluzione positiva, un raggiungimento dell'autonomia e dell'autostima, una liberazione da stereotipi e pregiudizi con la formazione di una mentalità critica e aperta, solidale e democratica, pluralistica e razionale. Ecco perché mi sconvolge in particolare, non solo l’assenza e la latitanza dei docenti di quella classe, ma anche le parole della non meglio precisata educatrice, forse un’insegnante di sostegno, che segue il ragazzo autistico aggredito "Fa molta fatica a capire gli scherzi, però è un ragazzo buono". Ma che vuol dire? Che è colpa del ragazzo aggredito per non aver saputo prevenire gli “scherzi” e che ci volevano calci e pugni per scuoterlo un po’? E l'educatore allora che ci sta a fare, a che pro lo si paga (con le tasse dei cittadini)? Caro ragazzo torinese, ripeto, non preoccuparti, sei in buone mani, e puoi sempre consolarti ascoltando la tua insegnante di sostegno mentre ti canta le canzoni di Zucchero. Cantare le canzoni di Zucchero: tutto qui quello che si può fare per aiutare un ragazzo in difficoltà? Possibile che non si capisca che l'autismo è una sindrome complicata, con conseguenze dolorose sulla famiglia e su chi deve gestire la vita di tali persone?
  • Mi ha colpito il tono di grande dignità morale e di civiltà nelle parole della madre del ragazzo, nonostante questi abbia capito benissimo tutto quello che gli è accaduto: "Lui è sempre rimasto in silenzio. Quando è accaduto il fatto, quando si è rivisto in televisione e anche oggi, quando abbiamo incontrato il preside della scuola che ci ha chiesto scusa e si è detto mortificato. Si tiene tutto dentro, ma vi garantisco che ha capito bene ogni cosa e che deve aver sopportato proprio perché è un ragazzo speciale". Qualora qualcuno volesse leggere qualcosa sull'autismo, consiglio Né giusto né sbagliato di Paul Collins (Adelphi).
  • Dato che ai ragazzi del professionale torinese piace il nazismo, vorrei ricordare che cos’hanno fatto i nazisti ai disabili mentali come i Down, gli schizofrenici e le persone con malattie genetiche ereditarie. E visto che amano mettere in rete i materiali, potranno scoprire che in rete c'è anche chi carica materiale ben più degno di attenzione e utile all'umanità, come ad esempio nel sito www.olokaustos.org. Nella sezione riguardante l’eliminazione dei disabili, nota anche come “Aktion T4”, si legge che i nazisti avevano programmato l’eliminazione di quelle persone che, per stili di vita e comportamenti fuori dalla norma, venivano considerate una “minaccia biologica”, cioè un rischio di contaminazione per la purezza della razza ariana: in primis gli omosessuali, ma poi anche tutti coloro che venivano bollati come portatori di "tare" umane. Vedere per credere.
  • Se si naviga un po’ nel sito si scopre un altro crimine agghiacciante: lo sterminio dei bambini noto come il massacro di Bullenhuser Damm: bambini usati per pseudo-esperimenti sulla tubercolosi, che veniva loro inoculata deliberatamente (con conseguente successiva asportazione delle ghiandole ascellari) e poi impiccati “come quadri alle pareti”. Chissà se quei ragazzi, ora indagati da tre procure, per violenza privata in concorso, lo sapevano. Forse non glie ne importa nemmeno un po', ma sono queste le vere radici della violenza: l'affermazione violenta della propria identità attraverso la negazione dell'altro.