Cara Gisella,
25 aprile 2012
25 Aprile - Etica per una figlia
Cara Gisella,
08 febbraio 2012
Scienza, quindi democrazia
Secondo Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della medicina alla Università Sapienza di Roma e studioso di storia, filosofia e politica delle scienze biomediche, nel suo ultimo libro Scienza, quindi democrazia, la scienza moderna ha fornito gli strumenti per far funzionare l’economia di mercato e consentire la nascita della democrazia. Essa consente di prendere decisioni politiche, morali ed economiche che non sono “naturali” ma che, tuttavia, migliorano la società."Che cos'è la scienza di oggi, piuttosto che quella di ieri o dell'altro ieri? È sostanzialmente un'impresa collettiva e progressiva, finalizzata a comprendere gli aspetti riproducibili del maggior numero possibile di fenomeni naturali e a comunicare a tutti il risultato in maniera riassuntiva e non contraddittoria, in modo di mettere in linea di principio chiunque in condizione di fare predizioni ed eventualmente costruire «macchine», materiali o mentali. È una definizione un po' lunga e articolata, ma non può essere diversamente, se non si vuole perdere l'essenza del fenomeno, complessa e articolata al giorno d'oggi come non mai e in continua evoluzione.
(...) Cos'è che fa concretamente la scienza? Produce conoscenza, conduce ad applicazioni pratiche e dà un contributo significativo alla cultura. Vediamo uno per uno i tre punti. In primo luogo è lì per produrre e accumulare conoscenze certe e affidabili, anche se non ci potrà mai offrire quella Verità assoluta di cui tutti parlano ma che non è certo di questo mondo. Si dice spesso che le verità della scienza sono settoriali e temporanee. Benissimo, ma qualcuno mi sa indicare quale attività umana è in grado di offrire di più? "
La scienza dunque contribuisce in modo sempre più significativo alla cultura e sono da considerare soprattutto i suoi capisaldi come la razionalità, il senso critico e la capacità di mettersi in discussione, elementi chiave di una disciplina che, nata con Galileo Galilei nel Seicento, è oggi punto di riferimento per tutte le persone. Senza di essa non si potrebbe vivere poiché è solo grazie al progresso che l'uomo è arrivato a quello che è oggi; la scienza poi porta in sé tutte quelle caratteristiche proprie di uno spirito democratico. La democrazia richiede, infatti, cittadini “illuminati” e dunque l’istruzione e la promozione della scienza sono assolute priorità. Con Platone prende piede l'idea che la democrazia è un sistema di governo impraticabile perché quelli che conoscono le decisioni da prendere sono un'esigua minoranza. Questa idea nacque per la convinzione che esistesse il modo di governare perfetto. Corbellini scrive anche che alcuni padri del pensiero liberale di stampo anglosassone (J. Madison, J.S. Mill) temevano le possibili conseguenze del suffragio universale, in quanto ritenevano che una minima parte di cittadini potesse capire le dinamiche democratiche, e riuscisse a evitare di cadere nelle derive faziose o nella tentazione di limitare i diritti delle minoranze. La tesi di Corbellini dunque è: La scienza contribuisce alla creazione e al mantenimento della democrazia. Viene quindi da chiedersi il perché e quale sia il nesso tra le due: L'assenza di una visione scientifica fa prevalere "un indottrinamento ispirato da un'etica dei principi assoluti per cui le convinzioni e le intenzioni contano più delle conseguenze nel dar conto di una scelta o di un'azione"
E' quindi grazie alla scienza che l'uomo riesce a vivere nello Stato e a sottostare alle leggi che in esso sono emanate. Essa salvaguarderebbe quindi l'uomo dall' hobbesiano "Stato di natura" per farlo vivere in una democrazia, la forma di stato che nella sua moderna accezione si è affermata in modo particolarmente significativo nella storia contemporanea. Trovo molto interessante il nesso scienza-democrazia poiché spesso quando si sente parlare di scienza si fa riferimento al contrasto che essa ha con la religione ed in particolare per la bioetica. Infatti "A partire dagli anni novanta – scrive Corbellini – in Italia non poche leggi sono state emanate sulla base di falsificazione di dati scientifici o della censura di dati disponibili alla ricerca. Inoltre, un clima di dannoso proibizionismo, in diversi ambiti della salute pubblica è stato motivato invocando insussistenti ragioni scientifiche " (come i divieti di ricerca sulle cellule embrionali, la legge sul “testamento biologico”, la resistenza all’uso delle piante migliorate con l’ingegneria genetica o della cannabis terapeutica...).
In ultima analisi, nell'articolo del 16 dicembre 2011 de Il Venerdì di Repubblica si cita un'altro passo del libro di Corbellini in cui lo storico parla dell'effetto FLYNN ovvero la ricerca sviluppata in Nuova Zelanda negli anni ’80 da James Flynn. Tale effetto consiste nell'aumento nel corso degli anni del valore del quoziente intellettivo trovato in svariati paesi e quindi indipendente dalla cultura di appartenenza. Flynn scoprì che nel corso degli anni, nei paesi in cui si avevano dei dati affidabili il valore del quoziente intellettivo aumentava ad un media di circa 3 punti ogni decennio. Secondo le ipotesi sulle cause del fenomeno questo era dovuto alla migliore alimentazione, all'aumento degli anni di scolarizzazione e dunque alla sempre maggior capacità di risolvere problemi logici ed astratti. In poche parole la scienza ha migliorato e continua a migliorare la vita dell'uomo. Spesso bisognerebbe dare molto più sostegno alla ricerca ed evitare che scienziati e studiosi vadano a lavorare in altri paesi. Dovremmo capire l'importanza che il metodo scientifico ha in ogni campo della nostra vita è darvi maggiore potere. Perché, come scrisse Edoardo Boncinelli per il Corriere della Sera del 16 marzo 2009:
"(...) Si dice che la scienza abbandonata a se stessa potrebbe portare guasti infiniti e addirittura autodistruggersi. Innanzitutto, questo è vero per qualsiasi cosa: niente è bene se abbandonato a se stesso. Ma non sarà certo la scienza quella che correrebbe più velocemente verso il disastro una volta abbandonata a se stessa, essendo opera di pochissimi individui, che sono per giunta scontrosi e individualisti per natura. In secondo luogo, se davvero si ravvisa questo pericolo, non lasciamola sola: studiamola, frequentiamola, esploriamola, tentiamola. E magari facciamola."
28 gennaio 2012
Auschwitz, oggi
Theodor W. Adorno, il celebre filosofo e sociologo della Scuola di Francoforte, ha affermato che educare affinché Auschwitz non si ripeta è il compito più importante della filosofia e della pedagogia. Auschwitz non è stato semplicemente un campo di sterminio, un luogo di tortura e di orrore dove hanno perso la vita tra un milione e un milione e mezzo di persone.Una fabbrica della morte, dove l'altro, semplicemente perché è "altro", deve essere annientato.
Dove si muore per un sì o per un no. Dove non esiste un perché. Dove le "persone" non esistono nemmeno più, né fra le vittime, né fra i carnefici.
Dove il male è radicale: alla radice stessa di chi in quel luogo opera, agisce, lavora, muore.
Dove nemmeno le domande hanno più un senso.
Ma anche oggi il pregiudizio antisemita che ha condotto ad Auschwitz è presente fra noi. La mentalità indifferente, conformistica, l'aderire a quel che dicono e fanno gli altri, il pregiudizio diffuso verso immigrati, rom, sinti (gli "zingari maledetti" che tutti sembrano detestare), "clandestini", nomadi, omosessuali, è già un pezzo di Auschwitz. Il pregiudizio è una forma di debolezza: si vorrebbe che ci fosse qualcuno "forte" per eliminare i "deboli", quelli che danno fastidio, che non si integrano (così pare), che stanno ai margini, talvolta rubano e "inquinano" la nostra bella società. Fatta ovviamente da persone irreprensibili, moralmente al di sopra di ogni sospetto... Si fa presto a creare la categoria delle "non-persone".
A Firenze due senegalesi sono stati uccisi perché qualcuno in fondo la pensava in questo modo. Gli "altri", i "diversi" andavano e vanno annientati, per purificare la società. Per ricreare un'identità culturale incontaminata.
A Torino è stato dato alle fiamme un campo rom perché una sedicenne ha finto di essere stata stuprata da due nomadi.
Perciò dobbiamo parlare ancora di Auschwitz. Perché non si ripeta, nemmeno in scala minore.
20 gennaio 2012
Pedagogia, scienza del dissenso
«Sono molti i motivi per cui un bambino viene trascurato: la mancanza di amore e di dedizione, genitori assenti, indifferenti, autoritari, alcolizzati o drogati, condizioni sociali degradate sono le “classiche” cause che in ogni epoca rendono bambini e giovani incapaci di amare e di lavorare. Inoltre esistono bambini che non riescono a far fronte al benessere perché non c’è nessuno che si dedichi a loro, proprio come accade ai bambini che provengono da ambienti di degrado sociale: non c’è nessuno che li prenda per mano con fermezza, guidandoli attraverso un mondo di offerte illimitate, armandoli contro le seduzioni del superfluo... Negli ultimi anni si è diffuso un tipo di trascuratezza che sfocia principalmente in un comportamento pretenzioso difficile da sopportare ed egocentrico. Questi bambini conoscono troppo amore e troppa poca disciplina... Essi si aspettano costante dedizione sentimentale e materiale e non sanno rinunciare a nulla. Vivono secondo la formula dell’“Io-Tutto-Subito... Questi bambini crescono in situazioni ordinate, né mancano loro genitori amorevoli; però non sono sottoposti a limiti né richieste, e tanto meno conoscono l’effetto benefico della disciplina e di una guida sicura. I genitori – spesso una madre troppo affettuosa – spianano ai figli tutte le strade e sono sempre a loro disposizione».Bernhard Bueb, Elogio della disciplina
Educare significa primariamente “condurre” e la pedagogia risponde al come e al dove.
Temo che oggigiorno non sia chiaro il concetto di accompagnamento.
Questo verbo che deriva dal latino “cum ducere” significa “camminare con” e non “camminare per”. Accettare ciò significa accettare la disciplina, ossia quel qualcosa che ci permette di seguire un percorso, un cammino. Talvolta siamo noi stessi ad accorgerci del selciato e talvolta sono gli altri ad indicare la strada.
“Camminare con” significa assumersi la responsabilità di prendere parte ad un progetto educativo ma significa anche sopportare il dolore di chi cammina.
In virtù di ciò che ho detto, la pedagogia diviene il nostro “navigatore”, risponde a come e dove camminare e ci distoglie da un mondo di stradine e sentieri che non portano da nessuna parte. E’ proprio questa la pedagogia come “scienza del dissenso”.
Credo che Bueb sbagli ad opporre il concetto di amore a quello di disciplina.
Amare non vuol dire non faticare, non soffrire, non camminare o appunto essere indisciplinati.
Per educare bisogna amare e amare significa essere consapevoli e attenersi al “camminare insieme”, perché questo è l’obiettivo di chi educa.
Il disagio giova
nile non è frutto di troppo amore o poca disciplina ma di una incapacità di attenersi al “camminare con”. Esso nasce infatti come una risposta ad un’esigenza di autonomia. Il tentativo di vivere esperienze nuove porta talvolta l’adolescente ad assumere com portamenti ed atteggiamenti che la società tende a classificare come “disagio giovanile”: il fumo, ad esempio, nasce dall’esigenza di emulare il grande, il gruppo dei pari dal bisogno di “camminare con” e la droga come tentativo di evasione da un mondo troppo stretto e incapace di accogliere le esigenze del giovane.E’ giusto perciò che sia il contesto educativo a ritrovare la disciplina o perlomeno il coraggio di servirsene.
Credo che sia questa la presa di coscienza fondamentale che le sfide pedagogiche contemporanee ci chiedono di assumere: capire che la disciplina non è più tanto uno strumento da qualcuno per qualcuno ma una risorsa in ciascuno.
Sappiamo che disciplinare l’altro significa primariamente disciplinare noi ste ssi cioè obbligare noi stessi a compiere il nostro ruolo educativo.
La disciplina oggi insomma non è un diritto dell’educatore da esercitare ed un dovere dell’educando da rispettare, ma il contrario: essa è di diritto dovuta al giovane che cammina verso l’autonomia ed è dovere dell’educatore dispensarla in modo adeguato.
I giovani d’oggi non soffrono dunque per il cammino che devono percorrere ma perché nessuno fino ad oggi ha insegnato loro a camminare.
06 ottobre 2011
Indifferenti
Come si fa a rimanere indifferenti di fronte alla morte di quattro operaie che lavoravano in nero e una ragazzina, decedute a Barletta a causa del crollo della palazzina in cui si trovavano? Maria Cinquepalmi, una ragazzina di quattordici anni normale, semplice, senza niente di speciale da raccontare, il cui nome verrà presto dimenticato è stata vittima di una tragedia. Infatti, Maria era la figlia della coppia di proprietari del maglificio, che si trovava nel sottoscala dell'edificio che è crollato. La ragazzina era uscita da scuola un'ora prima e quando si è verificato il crollo, stava per entrare nel maglificio per raggiungere i genitori, che invece erano andati a svolgere delle commissioni e quindi si sono salvati.Quattro lavoratrici e una giovane studentessa sono morte schiacciate sotto le macerie! Se non ci fosse stato quel crollo, non si sarebbe aperto uno squarcio sulla realtà in cui viviamo fatta di miseria, sfruttamento, povertà e lavoro nero. Queste donne venivano sfruttate e sottopagate, quindi ormai non possedevano neanche più una propria dignità.

E' assolutamente inaccettabile l'indifferenza di fronte a questo tipo di eventi. Le lavoratrici sono morte di lavoro nero, la palazzina poteva crollare anche se le donne avessero avuto un contratto regolare, ma certamente se si fossero rispettate tutte le regole e le norme, i luoghi di lavoro non sarebbero stati inagibili e pericolosi. Il proprietario del maglificio, sfruttava le sue operaie pagandole meno di quattro euro l'ora, in nero e senza contratto, facendole lavorare in un ambiente non in regola, non idoneo, inagibile, inadatto e pericoloso.
Queste quattro donne morte a causa del crollo della palazzina di Barletta, erano persone semplici, come tante altre. Esse lavoravano in nero, senza contratto per tre euro e novantacinque centesimi l'ora, avevano accettato questo impiego per sfamare i propri figli, per pagare affitti, mutui, benzina, spese scolastiche, quindi per poter vivere, anzi sopravvivere. Quando le persone sono costrette ad accettare meno di quattro euro l'ora, vuol dire che non si parla più di dignità e di diritti umani, perché la condizione lavorativa delle quattro operaie non poteva essere definita precariato, ma schiavitù.
Il luogo in cui lavoravano queste donne non era un'impresa, ma il sottoscala di un edificio e il proprietario non può essere chiamato "imprenditore".
Non possiamo rimanere indifferenti e impassibili di fronte a questi episodi. Lì a Barletta, come in migliaia di laboratori illegali del sud, non si lavora in nero perchè c'è la crisi, ma è così da sempre. Non possiamo ignorare questi fatti che accadono nell'Italia meridionale solo perchè è sempre stato così, le cose possono anche cambiare, se le persone mettono da parte l'indifferenza.
Il lavoro nero, la mancanza di contratto, lo sfruttamento e la non idoneità dei luoghi di lavoro, non possono essere giustificati dal fatto che ci sono sempre stati. Questi eventi tragici, riguardano tutta l'Italia e non solo il sud. Chi ora si sorprende di queste forme di sfruttamento, è due volte colpevole, non si può non sapere, diversamente vuol dire che si ignora la realtà odierna. Dobbiamo smetterla di pensare che questi fatti non ci riguardino, perchè anche se accadono al sud, il problema non è solo dei meridionali, ma anche nostro, perchè l'Italia è un'unica nazione dobbiamo cercare di mantenerla unita eliminando l'indifferenza. E' molto triste sapere che nel 2011 in Italia esiste ancora lo sfruttamento, il lavoro nero, la schiavitù e che continuamente si verifichino casi in cui muoiono dei lavoratori a causa di omissioni, superficialità e negligenza. Infatti, accanto al palazzo crollato erano in corso alcuni lavori di demolizione di un altro stabile e i vigili urbani avevano affermato che la palazzina era fuori pericolo.
Gli infortuni sul lavoro e le morti bianche, costituiscono un fenomeno sempre inaccettabile, e per questo non bisogna abbassare la guardia riducendo gli investimenti. Non possono diminuire i controlli nel campo della prevenzione e della sicurezza sul lavoro, perchè questo è il primo passo per migliorare il nostro paese. Il tragico crollo di Barletta che ha provocato la morte di quattro giovani lavoratrici e una studentessa, ha gettato luce su pratiche intollerabili.
Antonella, Giovanna, Matilde, Tina e Maria erano delle persone qualsiasi, con i loro sogni, le loro speranze e sono morte a causa del lavoro nero, della superficialità, della negligenza e soprattutto per colpa dell'indifferenza collettiva. Questo terribile episodio verrà presto dimenticato, al contrario dei delitti di Avetrana, Perugia e Teramo. Credo che questo sia assolutamente sbagliato perchè la vita di ciascun individuo è degna di essere ricordata, soprattutto quando la perdono quattro operaie e una ragazzina di quattordici anni per colpa di persone negligenti, disinteressate, indifferenti e noncuranti dei pericoli e dei rischi che stavano accadendo. Non dobbiamo rimanere indifferenti di fronte a questo evento, perchè riguarda persone normali come noi, che per sopravvivere hanno dovuto accettare un lavoro in nero, e sono state vittime dell'indifferenza e della negligenza di molte persone.
Beatrice Torresan (4Bp Liceo Statale "Duca degli Abruzzi" di Treviso)
01 aprile 2011
Bullismo, perché?
25 gennaio 2011
Chi deve governare
«Ciascuno deve dunque, a turno, discendere nella dimora comune agli altri e abituarsi a contemplare quegli oggetti tenebrosi. Abituandovi, vedrete infinitamente meglio di quelli laggiù e conoscerete quali siano le singole visioni, e quali i loro oggetti, perché avrete veduto la verità sul bello, sul giusto e sul bene. E così per noi e per voi l'amministrazione dello stato sarà una realtà, non un sogno, come invece oggi avviene nella maggioranza degli stati, amministrati da persone che si battono fra loro per ombre e si disputano il potere, come se fosse un grande bene. La verità è questa: lo stato in cui chi deve governare non ne ha il minimo desiderio, è per forza amministrato benissimo, senza la più piccola discordia, ma quello in cui i governanti sono di tipo opposto, è amministrato in modo opposto».
16 dicembre 2010
Razionalizzazione e società moderna
Secondo Max Weber la società moderna è il frutto di un processo di razionalizzazione. Si tratta di un fenomeno (tipicamente occidentale, ma non solo) che interessa ogni ambito della vita culturale: il diritto, l'economia, l'arte, la religione, la politica e la scienza e che vede la razionalità affermarsi come unico criterio di interpretazione del mondo.Weber ha trattato in molti passaggi delle sue opere il tema della razionalizzazione ma, a detta degli studiosi, è soprattutto nell'Osservazione preliminare e nella Considerazione intermedia contenute nei tre volumi della Sociologia della religione (1920-21) che possiamo trovare la trattazione più chiara di questo tema cruciale.
Weber, fondamentalmente, vuole refutare la concezione materialistica della storia, con la sua celebre tesi su struttura e sovrastruttura. La razionalità che ha portato alla società moderna per Marx è essenzialmente legata ai rapporti sociali di produzione, alla prassi, che è legata agli interessi economici, espressione del modo di produzione con cui gli uomini regolano e organizzano la riproduzione della loro esistenza materiale. Per Weber, invece, la razionalità che ha portato alla società moderna non è semplicemente una razionalità economica guidata dall'imperativo della riproduzione materiale del genere. Il processo che ha portato all'attuale organizzazione sociale prende invece le mosse molto più lontano nel tempo, in particolare nelle religioni monoteistiche, in particolare nell'ebraismo e nel cristianesimo (ma anche i miti). Le religioni monoteistiche, infatti, rappresentano una liberazione dalla magia e quindi "razionalizzano" - nel senso che rendono più "razionale" - il rapporto del credente con la divinità. Basti pensare alla predicazione dei profeti, a quel che dice Gesù a proposito dei miracoli o al famoso episodio, negli Atti degli Apostoli, di Simon Mago.
Il processo di razionalizzazione inizia quindi con un disincantamento del mondo, cioè quando si rompe l'incantesimo, precisamente con il passaggio da una concezione di tipo magico a una concezione di tipo mitologico (che è già una forma di "illuminismo", cioè di spiegazione anti-magica del mondo e quindi di razionalizzazione, come avevano ben compreso Max Horkheimer e Theodor Adorno nella Dialettica dell'illuminismo). Nella Sociologia delle religioni leggiamo infatti che "quel gran processo storico-religioso di disincantamento (Entzauberung der Welt) che... rigettò tutti i mezzi magici nella ricerca della salvezza considerandoli come superstizione delittuosa, trovò qui [nel protestantesimo] la sua conclusione". Quindi il disincantamento sta all'inizio, non alla fine come è ancora scritto in molti manuali, mentre il processo di razionalizzazione è ancora in atto.
Nel mondo moderno è infatti finito l'"incantesimo", che letteralmente significa "legare" qualcosa o qualcuno grazie alla recitazione di formule magiche, imponendo a quello la propria volontà o togliendogli la propria. Oracoli, maghi, stregoni, sciamani, fattucchieri, astrologi, alchimisti, cartomanti sono i tipici rappresentanti di una religiosità pre-razionalizzata, espressione del tentativo di dominare la natura, di piegarne le leggi assoggettandole alle richieste umane (con formule, riti, sacrifici anche umani, ecc.). Nel libro del profeta Isaia Dio, rivolgendosi al popolo di Israele "i miei pensieri non sono i vostri pensieri / e le vostre vie non sono le mie vie" (Is 55,8). Questo significa che il Dio della Bibbia non accetta di essere condizionato da e piegato alle richieste umane. Egli è l'assolutamente libero e agisce indipendentemente da tutti i tentativi umani di propiziarsi magicamente, con sacrifici rituali o preghiere, la sua benevolenza. Questo pone le basi per l'allontanamento dell'esperienza religiosa dal mondo (ascetismo) e fa sì che l'unica immagine plausibile del mondo divenga la sua rappresentazione scientifica, basata su un meccanismo causale privo di finalità.
Questo fa sì che nel mondo moderno si è ormai arrivati a un punto oltre il quale non è più possibile produrre un "disincantamento ulteriore". Ma ciò non significa che le antiche forze, dèi e demoni, siano stati sconfitti per sempre. Questa era piuttosto la pretesa di Comte e dei positivisti, che finivano per trasfigurare la scienza in religione laica del mondo moderno. Ma la scienza produce un deserto di senso, mentre l'uomo continua ad aver bisogno di "effetti di senso" e quindi di essere, almeno in parte, "reincantato". Si spiega così la fortissima affascinazione contemporanea per le compensazioni esoteriche (massonerie, sette, culti neopagani ecc.), il ritorno delle religioni, anche nelle versioni più dogmatiche e intransigenti (integralismo e fondamentalismo), l'importanza delle azioni emotivo-affettive (ad es. l'amore) e tradizionali (riti, ecc.) nonostante tutto avvenga in un cosmo razionalizzato, oggetto dei calcoli e delle previsioni della razionalità strumentale.
Emerge così un nuovo reincantamento del mondo che Weber definisce "politeistico", cioè una vera e propria rivincita degli antichi dèi e demoni - che diventa il nostro ethos postmoderno. Il paradosso è che è la razionalizzazione stessa a consegnarci a un mondo popolato di valori di senso molteplici e irriducibili gli uni agli altri (quella che Schmitt ha rigettato come "tirannia dei valori"), perché ormai ognuno decide da sé come dare senso alla propria vita (pluralismo culturale), anche con religioni "fai da te".
In questo senso si può dire che Weber è stato l'ultimo dei moderni e il primo dei postmoderni ed è proprio qui che sta la sua profonda attualità.
02 dicembre 2010
Anomia italiana: la rottura del legame sociale
Segnalo questo articolo comparso ieri su Repubblica. Si tratta di un'intervista a Marco Revelli, noto storico, sociologo e politologo, autore del recente saggio Poveri, noi (Einaudi 2010), in cui esplora la fine del legame sociale e di quella "solidarietà organica", che abbiamo appreso studiando Durkheim, e il ritorno a rapporti di subordinazione di tipo feudale ("L'individuo insicuro della propria posizione e timoroso del proprio fallimento chiede al potere protezione e offre al potere fedeltà... Si rischia l'abdicazione al proprio status di cittadino e un ritorno alla passività del suddito").Professor Revelli, lei fa dubitare delle "magnifiche sorti e progressive" di questo Paese così pieno di simboli di un' opulenza anche ostentata. Non sarà un catastrofista?
«Sono i numeri e i fatti, le statistiche e le storie di cronaca che denunciano vistosamente l' estrema fragilità della nostra struttura economica, sociale e anche morale. Non solo non siamo in crescita, ma su un piano che inclina pericolosamente verso l'arretratezza. Viviamo una condizione generalizzata di malessere che disgrega il tessuto sociale, producendo una rottura a catena delle relazioni, dei legami, dei meccanismi più elementari della solidarietà. Gli effetti sono gravissimi sulla qualità e sulle prospettive della nostra democrazia».
La crisi morde anche sulle fasce finora considerate relativamente "forti" del mercato del lavoro: sul ceto medio. Chi sono questi nuovi poveri?
«Sono figure sociali estranee alla "cultura della povertà" che - per stile di vita, interessi, amicizie, rapporti professionali, modelli famigliari - appartengono a tutti gli effetti a una middle class che si considerava "garantita" contro il rischio del declassamento e a maggior ragione dell' impoverimento».
Faccia degli esempi.
«C' è l'ingegnere dell' Eutelia (ex Olivetti) ad altissimo livello di professionalità che contava su un reddito medio-alto e si ritrova "messo in mobilità". Ci sono i tanti impiegati delle industrie, i "quadri" tecnici d'improvviso privi di consulenze, i piccoli e medi commercianti schiacciati dalla grande distribuzione. Tutti fino all'altro giorno sicuri del proprio tenore di vita, e ora in grave affanno. E poi ci sono le donne, anche laureate e con una posizione professionale di tutto rispetto, costrette a cambiare radicalmente vita se si ritrovano sole - dopo una separazione, il che è molto frequente. Sono donne che spesso hanno figli, pagano una baby sitter, e magari anche il mutuo o le rate dell'auto... Non saranno "tecnicamente" povere, ma la loro è una condizione difficile, per quanto in genere dissimulata».
Sono invece tutt'altro che poveri "occulti" i giovani, derubati del presente e del futuro. Lei scrive che sono stati "massacrati". Non teme che l'espressione sia troppo forte?
«No, perché sono proprio loro le vittime sacrificali del declino del nostro Paese. Qui parlano i numeri: l' 80 per cento dei posti di lavoro perduti tra il 2008 e il 2010 riguarda i giovani, quelli che erano entrati per ultimi nel mercato del lavoro, attraverso la porta sfondata dei contratti atipici, a termine, a somministrazione, a progetto... Precari nello sviluppo, disoccupati nella crisi, senza la copertura degli ammortizzatori, spesso senza neppure un sussidio minimo. La scelta di puntare esclusivamente sulla cassa integrazione ha aperto un ombrello sui padri, ma lasciando fuori i figli, licenziabili con facilità e a costo zero. I più istruiti e altamente qualificati, quelli che appartengono al "mondo dei cognitivi", alle nuove professioni come l'informatica, sono ormai ridotti a sottoproletariato».
C'è poi lo scandalo della povertà delle famiglie numerose, il 40 per cento concentrate nel Sud. Quanti sono in Italia i bambini che oggi non hanno niente e domani saranno degli adulti a rischio?
«Il Paese del Family Day ha il triste privilegio di avere il tasso più alto di povertà minorile dell'Unione europea. A inchiodarci a un 25 per cento è Eurostat: come dire che un minorenne su quattro vive in una famiglia molto disagiata, e che in questo Paese fare più di due figli è una maledizione».
Cosa ci sbattono in faccia - sgradevolmente - le statistiche dei poveri?
«La realtà di un Paese che arranca e l'illusionismo allucinatorio di un Paese virtuale da piani alti. In mezzo, tra le punte della forbice, trovano terreno fertile le frustrazioni e i veleni, i risentimenti e i rancori, le rese morali e i fallimenti materiali, le solitudini e le crisi d'identità che hanno sfregiato l'antropologia sociale italiana. L'indurimento del carattere nazionale e la diffusione dell'invidia come sentimento collettivo. L'intolleranza per le fragilità dei deboli, la tolleranza per i vizi dei potenti. Tutto il repertorio d'ingredienti che hanno nutrito le fiammate populiste, il "tribalismo territoriale" come forma di risarcimento, ma anche le più silenziose ondate di "esodo" dalla politica e dallo spazio pubblico».
Con quali effetti sulla qualità della democrazia italiana?
«I principi democratici vengono profondamente corrosi in un Paese dove cade la speranza nei meccanismi di redistribuzione del reddito e sembra impossibile attingere alla ricchezza dei pochi fortunati, dove chi è povero è destinato a rimanere povero e una parte consistente della popolazione cessa di considerare pubblicamente garantita la propria aspirazione a una vita degna. L'individuo insicuro della propria posizione e timoroso del proprio fallimento chiede al potere protezione e offre al potere fedeltà. Oggi questo scambio perverso riempie il vuoto lasciato dai diritti, ma né la discrezionalità dei diversi titolari dei poteri né la dedizione dei servi appartengono allo statuto della democrazia. Senza un segnale netto di alt a questa deriva, che implica un confronto duro con le attuali classi dirigenti, si rischia l'abdicazione al proprio status di cittadino e un ritorno alla passività del suddito».
Sulla nascita della sociologia
Uno dei problemi che spesso si riscontrano con lo studio della Sociologia al liceo sociopsicopedagogico è che, purtroppo, il programma è "sfasato" rispetto a quello di storia e uno studente di terza si trova spesso in difficoltà quando sente parlare delle grandi trasformazioni avvenute nel secolo XVIII. La tentazione è quella di non complicarsi troppo la vita e quindi di ignorare una delle questioni centrali della sociologia, ovvero: perché c'è questa scienza? e a che serve? Molti di voi se lo saranno chiesto (e forse si saranno dati la tipica risposta studentesca: perché ce la fanno studiare). Credo però sia molto importante rispondere a questa domanda e non lasciare spazio a dubbi demotivanti. Studiare la società in modo rigoroso, scientifico, significa vedere quello che gli altri non vedono, non diversamente dallo studio dei neutrini, dei bosoni e dei quark.La sociologia è... scienza in senso pieno. Ma perché questa scienza sorge e si afferma storicamente in concomitanza con la società industriale, vale a dire verso la metà del XVIII secolo?.
La risposta è che una scienza non è altro che un'impresa umana che cerca di dare una risposta precisa, rigorosa, a determinati bisogni umani. Si tratta allora di comprendere a quali bisogni umani rispondeva la "scienza della società", la sociologia.
Quello che bisogna aver chiaro è che la società moderna, nata dalle rivoluzioni politiche (americana e francese) di fine '700 e da una gigantesca ristrutturazione del modo di produzione (Marx docet), la rivoluzione industriale, è una società che non può più fare affidamento sulla tradizione come criterio di comprensione di quello che essa fa. E' una società borghese, produttiva, basata sul fare e sull'iniziativa individuale, che ha bisogno di comprendersi in modo radicalmente diverso da come si comprendevano le società basate su un modo di produzione pre-industriale, legittimate dall'autorità (Luigi XIV: "lo Stato sono io") e dalla tradizione.
L'illuminismo prima e il positivismo poi spingono la società sulla strada della razionalizzazione, nel senso che si ritiene che solo la scienza possa dare risposte legittime ai bisogni umani (Comte docet). E quindi, così come c'è una scienza della natura (fisica, chimica, biologia...) che spiega le leggi dei fenomeni naturali, ci dovrà essere una scienza della società che spiega le leggi dei fenomeni legati alla vita dell'uomo in società (Durkheim: i fatti sociali). Una società tradizionale, basata ad es. su credenze religiose, rifiuterebbe una "scienza della società" perché in queste società non è possibile indagare razionalmente, e quindi mettere in questione, le credenze religiose, i comportamenti e le questioni morali (il giusto, il bene, ecc.).
C'è anche da considerare un'altra cosa, che emerge molto chiaramente soprattutto con Tocqueville: la sociologia nasce quando si costituiscono movimenti, gruppi, associazioni, istituzioni e organizzazioni che non possono essere ricondotti alla sfera politica, alla sfera statale. Pensiamo agli industriali (vedi Saint-Simon), ai sindacati, al movimento degli operai, degli studenti, delle donne, ai giornali e all'opinione pubblica in generale: essi non sono riconducibili allo stato. Sono società civile, sono cioè autonomi rispetto a quella cosa che chiamiamo stato.
Ecco allora che si capisce perché nasce la sociologia: tutti questi movimenti, gruppi, istituzioni ecc. sono un oggetto autonomo di indagine e, come scrive ancora Ferrarotti, una scienza nasce quando ha un oggetto autonomo di indagine, quando cioè si vede con chiarezza che esiste una sfera autonoma della società rispetto allo stato. In una società feudale, scrive Ferrarotti,
in cui accanto al nobile c'è soltanto il contadino che, per la sua psicologia, per la funzione monotona, individuale, priva di rapporti che svolge, non è né organizzato né organizzabile in una classe, non c'è società civile, Questa nasce allorché nascono le classi in senso moderno, cioè le classi cittadine, organizzate, autoconsapevoli, perché ciascun individuo avverte quotidianamente i sentimenti e gli interessi che lo legano ad altri individui e la necessità di un'azione comune per i raggiungimento di fini comuni. Col nascere della classe sociale in senso moderno nasce dunque la società civile e con essa anche la rottura delle forme tradizionali religiose o naturalistiche di studio dell'uomo e della società e la nuova impostazioni di tali ricerche sul piano strettamente empirico. Nasce così la sociologia e nasce ponendosi come primo problema quello che la consapevolezza delle nuove classi le poneva come più pressante: il problema dell'ineguaglianza umana.
I brani che ho citato sono tratti da Che cos'è la società? di Franco Ferrarotti (Carocci 2003).
28 novembre 2010
Il lavoro svalorizzato
Aggiungo una postilla al brano dei Manoscritti di Marx, pubblicando un estratto del libro di Marco Panara, La malattia dell'Occidente. Perché il lavoro non serve più.Da La malattia dell´Occidente di Marco Panara, pubblicato da Laterza (2010).
Mettere insieme declino del valore del lavoro e peggioramento della qualità della democrazia non è una forzatura. Perché c´è un rapporto diretto tra lavoro e democrazia, un rapporto storico e biunivoco talmente forte che ne rende paralleli i destini.
La democrazia ateniese era fatta di uomini liberi e di schiavi, ove la democrazia era appannaggio dei primi e il lavoro era riservato ai secondi. La democrazia moderna è invece il frutto di un lunghissimo processo di liberazione del lavoro. Per molti secoli l´esperienza ateniese è stata cancellata, non solo nella realtà politica ma anche nel progetto, semplicemente non considerata tra le opzioni non solo possibili ma neanche auspicabili. A tirare fuori quel modello dalla sua cristallizzata classicità è stato il lentissimo e intermittente itinerario attraverso il quale il lavoro ha sciolto le sue catene. Un millennio e mezzo dopo Atene, sono stati nelle città gli artigiani e i mercanti, a volte diventati anche banchieri, a conquistarsi uno spazio economico e, a partire in Italia dai Comuni, anche politico. Una democrazia di pochi, corporativa, più vicina a quella di Atene nel suo elitarismo che a quella moderna, ma con la differenza rispetto all´età di Pericle che la chiave della conquista era stata il lavoro, la bottega, il commercio (mentre il lavoro agricolo rimaneva servile).
Il lavoro apre quindi un primo spazio, una prima crepa nell´assolutismo. Attraverso di esso emerge una nuova classe che non è figlia della guerra né della proprietà terriera, che ha una sua autonomia economica, un suo dinamismo e che comincia a crearsi un suo spazio politico: in certi luoghi, in certi periodi, non dappertutto e tutt´altro che stabilmente, ma è il primo passaggio con il quale il lavoro apre uno spazio di partecipazione politica. Passeranno altri secoli di assolutismi, ma quel seme borghese lentamente germinerà e farà le sue rivoluzioni (…)
È la perdita di valore del lavoro, è la nuova povertà, quella che avanza nei paesi industrializzati, due fattori collegati strettamente tra di loro che stanno lacerando quel rapporto fondamentale per la democrazia che è il legame tra il lavoro e i diritti. La precarizzazione del lavoro e il suo impoverimento contengono in sé la minaccia, e spesso la prospettiva o la realtà della povertà, la quale minaccia rende diffusa l´accettazione di lavoro senza diritti. La necessità, o la paura della povertà, spinge a barattare un po´ di reddito con la rinuncia ai diritti collegati al lavoro e questa rinuncia automaticamente ci riporta indietro nel tempo, a un´epoca predemocratica, quando il lavoro era solo e semplicemente sudore in cambio di (poco) denaro. La conclusione alla quale arriva Nadia Urbinati è che «l´associazione del lavoro al diritto non può essere considerata come un optional del quale si può fare a meno, ma è a tutti gli effetti un fattore di stabilità democratica».
La povertà, la paura della povertà, la separazione del lavoro dai diritti, il ritorno ad una concezione del lavoro bruta e legata alla sola sopravvivenza minacciano la democrazia. Ma non è questa l´unica minaccia. Ce n´è un´altra a questa specularmente collegata per affrontare la quale useremo la chiave proposta da un altro studioso, un economista politico questa volta, Michele Salvati.
Nel suo libro Capitalismo, mercato e democrazia (Il Mulino 2009), Salvati analizza il rapporto tra democrazia e capitalismo e postula che senza capitalismo, ovvero senza proprietà e mercato, la democrazia non ci può essere, e che però il capitalismo contrasta con la democrazia. La sua conclusione è che una buona democrazia è in grado di tenere a bada le tendenze peggiori del capitalismo. E il punto è proprio questo: perché una democrazia sia ‘buona´, e sia quindi in grado di contenere le forze che tenderebbero naturalmente a conculcarla, bisogna che ci siano interessi diffusi in grado di bilanciare quelli forti.
(…) I valori e le tendenze che si contrappongono nella dinamica di una società democratica sono quella egualitaria e quella elitaria o oligarchica, e il braccio di ferro avviene tra gli interessi – o i poteri – forti (oligarchici) e quelli diffusi (egualitari). Posto che a dare forza agli interessi forti è l´efficienza (fino ad un certo punto) del capitalismo nel creare ricchezza e benessere, cosa la dà agli interessi – o poteri – diffusi? La risposta è: il lavoro, il valore sociale ed economico del lavoro.
La discussione che ha portato alla formulazione dell´articolo 1 della Costituzione italiana è illuminante. A sollevare la questione dell´inserimento del concetto di lavoro è il cattolico Giorgio La Pira, che il 16 ottobre del 1946 nel corso dei lavori di una sottocommissione dell´Assemblea Costituente propone il seguente articolo: «Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione adeguata negli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico» (…).
Democrazia e lavoro si intrecciano quindi e la missione del lavoro, come fondamento della democrazia è darle la forza necessaria per essere ‘buona´, per essere una buona democrazia.
11 novembre 2010
Laboratorio sociologico, 4: Alexis de Tocqueville
Spersonalizzazione, appiattimento dei gusti, livellamento delle coscienze, volgarità diffusa: così Tocqueville vede la democrazia, esito di una "tirannia della maggioranza", ovvero di una massa anonima in balia degli stessi gusti e della moda, alla ricerca solo dell'apparenza mondana e del benessere materiale a tutti i costi.Alla luce di queste pagine tratte da La democrazia in America, discuti le riflessioni di Tocqueville sulla base delle seguenti domande-guida:
1) ritieni che la descrizione di Tocqueville di "una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri" sia ancora attuale? quali aspetti ti sembrano poco o niente affatto condivisibili?
2) Tocqueville sembra disprezzare le "folle" o le "masse" anonime. Quale fondamento ha, secondo te, questo giudizio così drastico?
3) nella tua esperienza personale hai mai avvertito questa "tirannia"? ti sei mai sentito oppresso dal volere della maggior parte dei tuoi pari (compagni, amici, conoscenti) che fa cose nelle quali tu non ti riconosci?
"La forma d'oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l'hanno preceduta nel mondo, i nostri contemporanei non ne potranno trovare l'immagine nei loro ricordi. Invano anch'io cerco un'espressione che riproduca e contenga esattamente l'idea che me ne sono fatto, poiché le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, poiché non è possibile indicarla con un nome.
Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria.
Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all'autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell'infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l'unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?
Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l'uso del libero arbitrio, restringe l'azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l'uso di se stesso. L'eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche considerarle come un beneficio.
Così, dopo avere preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull'intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore.
Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all'ombra della sovranità del popolo.
I nostri contemporanei sono incessantemente affaticati da due contrarie passioni: sentono il bisogno di essere guidati e desiderano di restare liberi; non potendo fare prevalere l'una sull'altra, si sforzano di conciliarle: immaginano un potere unico, tutelare ed onnipotente, eletto però dai cittadini, e combinano l'accentramento con la sovranità popolare. Ciò dà loro una specie di sollievo: si consolano di essere sotto tutela pensando di avere scelto essi stessi i loro tutori. Ciascun individuo sopporta di sentirsi legato, perché pensa che non sia un uomo o una classe, ma il popolo intero a tenere in mano la corda che lo lega.
In questo sistema il cittadino esce un momento dalla dipendenza per eleggere il padrone e subito dopo vi rientra."
A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, Rizzoli, Milano 1996, pp. 732-33.
Laboratorio sociologico, 3: Auguste Comte

Dopo aver letto il brano, spiegate il testo rispondendo alle seguenti domande:
1) in quale stadio di sviluppo dell'umanità si cercano le leggi oggettive dei fenomeni attraverso l'osservazione?
2) Comte afferma che lo sviluppo dell'intelligenza umana è soggetto a una legge "per necessità invariabile". Che cosa intende con tale espressione?
3) Comte afferma che lo stadio metafisico non trasforma in modo sostanziale la conoscenza propria dello stadio teologico. In che senso?
4) Perché lo stadio positivo rappresenta la fase "adulta" dell'intelligenza?
Studiando così lo sviluppo dell’intelligenza umana nelle sue diverse sfere di attività, dalle prime manifestazioni fino ai nostri giorni, credo di aver scoperto una grande legge fondamentale, alla quale esso è soggetto con necessità invariabile e che può essere definita in modo preciso sia con prove razionali ricavate dalla conoscenza della nostra organizzazione, sia con la verifica storica risultante da un attento esame del passato.
Questa legge consiste nel fatto che ogni nostra concezione fondamentale, ciascun settore delle nostre conoscenze, passa successivamente attraverso tre stadi diversi: lo stadio teologico o fittizio; lo stadio metafisico o astratto; lo stadio scientifico o positivo. In altre parole lo spirito umano, per sua natura, adopera successivamente, in tutte le sue ricerche, tre metodi di filosofare, il cui carattere è essenzialmente differente e persino opposto: all’inizio il metodo teologico, quindi quello metafisico, infine il metodo positivo. Da lì hanno origine tre tipi di filosofia, o di concezioni generali sull’insieme dei fenomeni, che si escludono reciprocamente; il primo è il punto di partenza necessario dell’intelligenza umana, il terzo la sua sistemazione definitiva e fissa, il secondo vale soltanto come momento di passaggio.
Nello stadio teologico lo spirito umano indirizza essenzialmente le sue ricerche verso la natura intima delle cose, le cause prime e le cause ultime di tutti gli effetti che lo colpiscono, in una parola, verso le conoscenze assolute e si rappresenta i fenomeni come prodotti dall’azione diretta e continua di agenti sovrannaturali piú o meno numerosi, il cui arbitrario intervento dà ragione di tutte le contraddizioni apparenti dell’universo.
Nello stadio metafisico, che non è in fondo se non una semplice modificazione generale del precedente, gli agenti sovrannaturali sono sostituiti da forze astratte, vere entità inerenti ai diversi esseri del mondo e concepite come capaci di produrre esse stesse tutti i fenomeni osservati, la cui spiegazione consiste dunque nell’assegnare a ciascuno l’entità corrispondente.
Infine nello stadio positivo lo spirito umano riconoscendo l’impossibilità di raggiungere delle nozioni assolute rinuncia a cercare l’origine ed il destino dell’universo ed a conoscere le cause intime dei fenomeni, per dedicarsi unicamente a scoprire, con l’uso opportunamente combinato del ragionamento e dell’osservazione, le loro leggi effettive, cioè le loro relazioni invariabili di successione e di somiglianza. La spiegazione dei fatti, ridotta dunque nei suoi termini reali, non è altro ormai che il legame posto tra i diversi fenomeni particolari ed alcuni fatti generali; di qui derivano i progressi della scienza che tende sempre piú a diminuire il numero delle leggi [...]
Ordunque, se la filosofia positiva è il vero e proprio stato definitivo dell’intelligenza umana, quello stato verso cui essa è stata sempre piú intensamente protesa, nondimeno essa ha dovuto necessariamente impiegare all’inizio e durante una lunga successione di secoli sia come metodo, sia come dottrina provvisoria, la filosofia teologica; filosofia il cui carattere è d’essere spontanea, e perciò la sola possibile all’origine, la sola anche che possa offrire al nostro spirito nascente un interesse sufficiente. È ora molto facile accorgersi che per passare da questa filosofia provvisoria alla filosofia definitiva, lo spirito umano ha dovuto naturalmente adottare, come filosofia transitoria, i metodi e le dottrine metafisiche. Quest’ultima considerazione è indispensabile per completare il breve ragguaglio generale sulla grande legge che ho prospettato."
Laboratorio sociologico, 2: Karl Marx
Il testo che segue è tratto dai Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx, pubblicati postumi nel 1932. Il brano illustra un importante concetto sociologico che abbiamo studiato in classe, ovvero l'alienazione del lavoro nel mondo capitalistico. Abbiamo appreso, infatti, che nei precedenti modi di produzione l'alienazione era assente: c'era sì la schiavitù, la servitù, la subordinazione, il vassallaggio, lo sfruttamento, il disprezzo della vita umana: ma non c'era quel fenomeno tipico del capitalismo che è l'alienazione. Marx poi svilupperà in modo più "scientifico" queste sue tesi nei celeberrimi tre libri del Capitale.Nel discutere questo testo, vi ricordo che quando Marx scrive queste pagine non esistevano:
- sussidi di disoccupazione;
- cassa integrazione e altri "ammortizzatori sociali";
- Welfare State.
"Noi partiamo da un fatto dell'economia politica, da un fatto presente.
L'operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la sua produzione cresce di potenza e di estensione. L'operaio diventa una merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che produce. La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce soltanto merci; produce se stesso e l'operaio come una merce, e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci.
Questo fatto non esprime altro che questo: l'oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l'oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell'economia privata come un annullamento dell'operaio, l'oggettivazione appare come perdita e asservimento dell'oggetto, l'appropriazione come estraniazione, come alienazione.
La realizzazione del lavoro si presenta come annullamento in tal maniera che l'operaio viene annullato sino a morire di fame. L'oggettivazione si presenta come perdita dell'oggetto in siffatta guisa che l'operaio è derubato degli oggetti più necessari non solo per la vita, ma anche per il lavoro. Già, il lavoro stesso diventa un oggetto, di cui egli riesce a impadronirsi soltanto col più grande sforzo e con le più irregolari interruzioni. L'appropriazione dell'oggetto si presenta come estraniazione in tale modo che quanti più oggetti l'operaio produce, tanto meno egli ne può possedere e tanto più va a finire sotto la signoria del suo prodotto, del capitale. Tutte queste conseguenze sono implicite nella determinazione che l'operaio si viene a trovare rispetto al prodotto del suo lavoro come rispetto ad un oggetto estraneo. Infatti, partendo da questo presupposto è chiaro che: quanto più l'operaio si consuma nel lavoro, tanto più potente diventa il mondo estraneo, oggettivo, che egli si crea dinanzi, tanto più povero diventa egli stesso, e tanto meno il suo mondo interno gli appartiene. Lo stesso accade nella religione. Quante più cose l'uomo trasferisce in Dio, tanto meno egli ne ritiene in se stesso. L'operaio ripone la sua vita nell'oggetto; ma d'ora in poi la sua vita non appartiene più a lui, ma all'oggetto. Quanto più grande è dunque questa attività, tanto più l'operaio è privo di oggetto. Quello che è il prodotto del suo lavoro, non è egli stesso. Quanto più grande è dunque questo prodotto, tanto più piccolo è egli stesso. L'alienazione dell'operaio nel suo prodotto significa non solo che il suo lavoro diventa un oggetto, qualcosa che esiste all'esterno, ma che esso esiste fuori di lui, indipendente da lui, a lui estraneo, e diventa di fronte a lui una potenza per se stante; significa che la vita che egli ha dato all'oggetto, gli si contrappone ostile ed estranea."
K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, trad. it. di N. Bobbio, Einaudi, Torino 1970, pp. 71-72.
27 settembre 2010
Laboratorio sociologico, 1: Saint-Simon
Con questo post inizia il laboratorio sociologico nella classe 3Bp, con l'obiettivo di discutere i testi e gli argomenti principali che incontreremo nel corso di sociologia e di avviare uno studio più attivo e meno pedantesco di questa affascinante materia.Il manuale in uso afferma che "Saint-Simon ha una concezione organicistica, basata sull'analogia con gli organismi viventi. La società non è un semplice aggregato di esseri viventi, che agiscono ognuno per proprio conto, ma una vera e propria macchina organizzata, le cui parti contribuiscono ciascuna a suo modo al funzionamento dell'insieme" (Sociologia oggi, p. 138).
Vediamo allora un po' meglio in che cosa consiste questa "concezione organicistica" di Saint-Simon e che cosa comporta concretamente. Penso sia utile leggere un estratto da "L'organisateur" (L'organizzatore), una serie di fascicoli scritti tra il 1819 e il 1820 in cui Saint-Simon si rivolge direttamente al suo pubblico. Il sociologo A. Accornero ha scritto che "la società industriale nasce davvero con questo orgoglioso libello, che è l'apoteosi del fare, del produrre, dell'utilità, del valore e di tutti coloro che "costituiscono veramente il fiore della società"".
Da "L’Organisateur" di Claude-Henri de Saint-Simon
"Supponiamo che all'improvviso la Francia perda i suoi cinquanta migliori fisici, chimici, fisiologi, matematici, poeti, pittori, scultori, musicisti, letterati; i suoi cinquanta migliori meccanici, ingegneri civili e militari, artiglieri, architetti, medici, chirurghi, farmacisti, marinai, orologiai; i suoi cinquanta migliori banchieri, i suoi duecento migliori negozianti, i suoi seicento migliori coltivatori, i suoi cinquanta migliori fabbri ferrai, armaioli, conciatori, tintori, minatori, fabbricanti di panni, di cotoni, di sete, di tele, di chincaglierie, di ceramiche e porcellane, di cristalli e di vetri, i suoi cinquanta migliori armatori, le sue cinquanta migliori agenzie di trasporti, i suoi cinquanta migliori tipografi, incisori, orafi e altri specialisti nella lavorazione dei metalli; i suoi cinquanta migliori muratori, carpentieri, falegnami, maniscalchi, serraturai, coltellinai, fonditori, e le centinaia di altre persone di condizioni diverse, le più abili nelle scienze, nelle belle arti, nelle arti e mestieri che sommati assieme formano i tremila migliori scienziati, artisti e artigiani di Francia.
Poiché questi uomini sono fra tutti i Francesi i produttori più essenziali, coloro che forniscono i prodotti più importanti, coloro che dirigono i lavori più utili alla nazione, e che la rendono produttiva nelle scienze, nelle belle arti, nelle arti e mestieri, costoro costituiscono veramente il fiore della società francese; sono i Francesi più utili al loro paese, al quale procurano maggiori glorie, permettono di avanzare con maggiore rapidità sulla via della civiltà e della prosperità; nel momento stesso in cui dovesse perderli, la nazione diventerebbe un corpo senz'anima; cadrebbe immediatamente in uno stato d'inferiorità nei confronti delle nazioni con le quali oggi rivaleggia, e rimarrebbe loro inferiore sino a che non avesse posto riparo a questa perdita, fino a che una nuova testa non le fosse ricresciuta.
Per rifarsi da una disgrazia simile la Francia avrebbe bisogno per lo meno di una intera generazione, poiché gli individui capaci di distinguersi nei lavori di una utilità positiva sono vere e proprie eccezioni, e la natura non è affatto prodiga di eccezioni, soprattutto poi di questo tipo. Ed ora facciamo un altra ipotesi.
Ammettiamo che la Francia conservi tutti gli uomini di genio che possiede nel campo delle scienze, delle belle arti, delle arti e mestieri, ma abbia la sfortuna di perdere nello stesso giorno, Monsieur il fratello del Re, il duca d'Angouleme, il duca di Berry, il duca d'Orléans, il duca di Borbone, la duchessa d'Angouleme, la duchessa di Berry, la duchessa d'Orléans, la duchessa di Borbone, nonché Madamigella di Condé. E contemporaneamente perda tutti i grandi ufficiali della corona, tutti i ministri di Stato (con o senza portafoglio), tutti i consiglieri di Stato, tutti i dignitari, tutti i suoi marescialli, tutti i suoi cardinali, arcivescovi, vescovi, grandi vicari e canonici, tutti i prefetti, i sottoprefetti, gli impiegati nei ministeri, i giudici, e inoltre i diecimila più ricchi proprietari fra coloro che vivono come i nobili.
Questo fatto affliggerebbe certamente i Francesi che sono gente di buon cuore, incapaci di assistere con indifferenza alla scomparsa improvvisa di un numero così grande di loro compatrioti. Ma questa perdita di tremila personaggi, ritenuti i più importanti dello Stato, procurerebbe loro un dolore di carattere puramente sentimentale, non risultandone infatti alcun danno politico per lo Stato. Per prima cosa, infatti, sarebbe facilissimo occupare i posti divenuti vacanti; molti Francesi sarebbero in grado di esercitare le funzioni del fratello del Re altrettanto bene di Monsieur; molti sarebbero in grado di occupare il posto di principe con altrettanta dignità del duca di Berry, del duca d'Orléans, del duca di Borbone; e molte Francesi sarebbero ottime principesse, né più né meno che la duchessa d'Angouleme, la duchessa di Berry, Madame d'Orléans, di Borbone, di Condé.
Le anticamere del palazzo reale sono piene di cortigiani pronti a occupare i posti di grandi ufficiali della corona; nelle file dell'esercito militano moltissimi ufficiali altrettanto capaci nel comando dei nostri marescialli attuali.
E quanti impiegati valgono i nostri ministri di Stato! Quanti amministratori sono in grado di gestire gli affari dei dipartimenti molto meglio dei prefetti e sottoprefetti oggi in carica!
Quanti avvocati, buoni giuristi come i nostri giudici! Quanti parroci hanno le medesime capacità dei nostri cardinali, arcivescovi, vescovi, grandi vicari, canonici!
Quanto poi ai diecimila proprietari che vivono come i nobili, i loro eredi non avranno certo bisogno di un lungo apprendistato per emularli nell'arte di fare gli onori di casa. Solo i progressi delle scienze, delle belle arti e delle arti e mestieri possono assicurare la prosperità della Francia; ora i prìncipi, i grandi ufficiali della corona, i vescovi, i marescialli di Francia, i prefetti e i proprietari oziosi non lavorano affatto al progresso delle scienze, delle belle arti, delle arti e mestieri; lungi dal contribuirvi non possono che nuocere ad esso, giacché fanno di tutto per prolungare il predominio sinora esercitato dalle teorie congetturali sulle scienze positive; essi nuocciono necessariamente alla prosperità della nazione privando, come stanno facendo, del più alto grado di considerazione che loro compete legittimamente, gli scienziati, gli artisti, gli artigiani; essi vi nuocciono poiché impiegano i loro patrimoni in modi non direttamente utili alle scienze, alle belle arti, alle arti e mestieri; vi nuocciono poiché prelevano ogni anno sulle imposte pagate dalla nazione una somma da tre a quattrocento milioni, sotto forma di stipendi, pensioni, gratifiche, indennità, ecc., a titolo di compenso delle loro attività del tutto inutili alla nazione.
Queste ipotesi mettono in evidenza il fatto più importante della politica attuale, e consentono di coglierlo con un solo colpo d'occhio in tutta la sua estensione; esse dimostrano chiaramente, sia pure in forma indiretta, quanto poco perfezionata sia l'organizzazione sociale; come gli uomini si lascino ancora dominare dalla violenza e dall'astuzia, e come la specie umana (politicamente parlando) sia tuttora immersa nell'immoralità.
Poiché gli scienziati, gli artisti e gli artigiani, i soli dalla cui opera la società trae un'utilità positiva, e che non le costano quasi nulla, si trovano in posizione subalterna rispetto ai prìncipi e agli altri governanti, i quali per parte loro non fanno che uniformarsi, con maggiore o minore incapacità, alle consuetudini.
Poiché i dispensatori degli onori e delle altre ricompense nazionali devono generalmente la loro posizione di predominio soltanto al caso della nascita, alle lusinghe, all'intrigo e ad altre azioni poco stimabili. Poiché coloro cui compete l'amministrazione dei pubblici affari spartiscono fra di loro ogni anno la metà del gettito delle imposte, e non impiegano nemmeno un terzo dei contributi, di cui non si sono impadroniti personalmente, in cose utili agli amministrati. Queste ipotesi dimostrano come l'attuale società sia veramente il mondo alla rovescia. Poiché la nazione ha accolto come principio fondamentale quello che stabilisce che i poveri debbono dimostrarsi generosi nei confronti dei ricchi, e quindi le classi meno agiate rinunciano tutti i giorni a una parte del necessario per accrescere il superfluo dei grandi proprietari. Poiché i maggiori colpevoli, i ladri in generale, coloro i quali spremono tutti i cittadini e li derubano ogni anno di tre o quattrocento milioni, hanno poi il compito di punire i delitti minori contro la società. Poiché l'ignoranza, la superstizione, la pigrizia, l'amore dei piaceri costosi sono l'appannaggio dei capi supremi della società, e gli individui capaci, risparmiatori, operosi vengono impiegati soltanto in funzioni subalterne, come semplici strumenti.
Poiché in ogni tipo di attività, in una parola, sono gli uomini incapaci ad essere incaricati di dare ordini a quelli capaci; dal punto di vista morale, a quelli più immorali viene richiesto di educare i cittadini alla virtù; e da quello della giustizia distributiva, ai grandi rei viene affidata la massima autorità per punire le colpe dei delinquenti minori.
Sebbene questo estratto sia assai breve, ci sembra di aver sufficientemente dimostrato che il corpo politico era ammalato; che la sua malattia era grave e pericolosa; che esso non poteva contrarne di peggiore, dal momento che ne era colpito contemporaneamente nelle sue parti e nell'insieme".
Letto tutto con attenzione? Bene, adesso comincia il vostro confronto critico, che consiste:
- nel valutare la proposta sociale di Saint-Simon (è sensata? è fattibile? è attuale?)
- nel rapportarla alla situazione presente (è giusto che chi lavora e produce abbia più peso di chi è "improduttivo"? come viene valutata qui la "produttività" di una categoria sociale? che cosa facciamo di chi viene valutato "incapace"?)
- nella considerazione critica di questa proposta di organizzazione sociale, formulando un giudizio sensato su di essa (motivando l'accordo o il disaccordo, evitando valutazioni meramente soggettive del tipo "mi piace/non mi piace"): per un paese è peggio perdere tutti suoi scienziati e i suoi imprenditori o tutti i suoi uomini politici e di Chiesa?
Postate poi il vostro commento (con nome e cognome, per favore, non si accettano commenti anonimi!) cliccando su "commenti" in fondo al post ("Scegli un'identità" --> selezionare "Nome/URL" --> scrivere nome e cognome: quando siete sicuri, confermate cliccando su "Pubblica post"). Se avrete eseguito correttamente l'operazione leggerete un messaggio che vi dice che il vostro commento è stato pubblicato e che resta in attesa di approvazione del proprietario (che sarei io) del blog. Dopo averli approvati (non pubblico post sciocchi o volgari), leggerò quindi i vostri commenti e inserirò anche qualche osservazione, a cui voi potrete replicare, se lo riterrete opportuno.
Buon lavoro.
Alessandro Bellan
