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29 luglio 2013

Un piano d'azione contro il razzismo

Un piano nazionale per affrontare l'emergenza razzismo. Coinvolgendo lavoro, sport e scuola. Sensibilizzando a tutte le diversità. Con l'apporto fondamentale dell'Unar, l'Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali.
È quanto proporrà domani il ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione Cécile Kyenge, vittima da quando ha assunto la titolarità del dicastero di infami insulti razzisti, anche da parte di noti esponenti delle istituzioni.
"Sarà un impegno condiviso con le associazioni, gli enti locali e gli altri ministri competenti", ha dichiarato il ministro al quotidiano La Repubblica presentando il Piano Nazionale d'azione contro il razzismo, la xenofobia e l'intolleranza per il triennio 2013-2015, che verrà presentato domani a Roma.
«Non sottovaluto gli episodi di razzismo, ma non ne faccio una questione personale. Mi pare di avere a che fare con i miei pazienti. Gente che sta male, manifesta un disagio ma esistenziale, un’incapacità di convivere con i diversi. Una malattia sociale. E io, come nella mia professione, devo ascoltare il disagio, senza farmi contagiare, senza sentirmi io stessa a disagio, perché dovrei? anzi voglio combattere la battaglia culturale senza paura. Anche nel luogo più difficile, dove quel disagio si manifesta, perfino nella tana del lupo, alla festa della Lega, con coraggio, fiera di essere italiana».
Al Ministro Kyenge Condizioni Umane esprime solidarietà e simpatia personale per gli incredibili attacchi ricevuti e si impegna a dare ampia diffusione a tutte le sue iniziative.

04 luglio 2012

Il mondo è una collezione di diaspore

"Ogni città  è una collezione di diaspore: di religioni, di linguaggi, di culture, di etnie. Come vivere al meglio tali condizioni? Verso i cittadini stranieri ci vogliono informalità, apertura e cooperazione".
In questa videolezione (tratta da Repubblica.it) Zygmunt Bauman introduce il confronto tra rappresentanti istituzionali,  intellettuali, sociologi e specialisti dal titolo "Lingua, immigrazione, integrazione. Parlarsi, incontrarsi,  conoscersi", promosso dalla Camera dei Deputati in collaborazione con la Società Dante Alighieri e IntegrAzione, che si terrà nell’aula di Montecitorio il 5 luglio.
Una riflessione sul  diritto di cittadinanza in Italia con al centro l’apprendimento della  lingua.
 

18 febbraio 2010

La nuova personalità autoritaria

L'Osservatorio su xenofobia e razzismo della Camera dei Deputati ha presentato i risultati di una ricerca SWG (campione: 2.000 interviste) su "Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti" dalla quale emerge il dato allarmante della chiusura dei giovani italiani agli "altri":
- il 45% manifesta atteggiamenti di chiusura nei confronti degli stranieri;
- il 40 % manifesta atteggiamenti di apertura e accettazione;
- il 20% è apertamente ostile, vale a dire xenofobo e razzista.
Ne deriva che, fra i giovani italiani (fascia compresa tra i 18 e i 29 anni) le persone tolleranti e senza pregiudizi sono una minoranza.
Nella ricerca vengono distinti poi tre gruppi,
1. i “Romeno-rom-albanese fobici”, 15,3% degli intervistati, manifesta la propria intolleranza soprattutto verso queste culture: la maggioranza (56%) è qui costituita da donne;
2. soggetti con comportamenti orientati apertamente al razzismo, 10,7% dei giovani, perchè rifiuta e manifesta fastidio per tutti, tranne italiani e europei.
3. gli "xenofobi per elezione" (cioè per scelta), pari al 20% dei giovani intervistati, ovvero quanti non esprimono forme di odio in modo violento ma nondimeno ritiene che le altre etnie debbano vivere fuori dall’Italia.
L’atteggiamento aperto appartiene solo al 39,6% del campione che si può a sua volta distinguere in:
a) “inclusivi” (19,4%) con un’apertura totale e serena alle diverse culture (55,3%);
b) “tolleranti” (14,7%);
c) “aperturisti tiepidi” (5,5%), ovvero giovani antirazzisti, ma con forme più caute e trattenute, minore interazione con gli stranieri e un riconoscimento più ridotto dell’omosessualità.
Nella posizione media, infine, ci sono i “mixofobici” (14,5%): non sostengono la chiusura ma neanche il suo opposto, anzi vivono con un sentimento di fastidio ciò che li allontana dall’identità italiana.
Europei, americani e anche gli italiani del Sud vengono apprezzati dai ragazzi italiani. Ma la cosa più preoccupante è la netta chiusura nei confronti di Sinti, Rom e romeni (cittadini europei, ma evidentemente considerati dai ragazzi di serie C). Dalla ricerca si evince infine che "Ii profilo più estremo del razzismo tra i giovani descrive una persona che ostenta superiorità e persistente bisogno di potenza. Ha atteggiamenti apertamente omofobici, spinte antisemitiche, convinzione dell'inferiorità delle donne. E non accetta nessuna razza o etnia diversa dalla propria. Un profilo che riguarda il 10,7 per cento dei giovani". La cosa più preoccupante è che questo 10,7% è una minoranza molto forte, con senso della comunità, coesa, omogenea e ideologicamente compatta. Basti pensare che su Facebook sono stati censiti circa 1.000 gruppi razzisti e xenofobi.
Colpisce soprattutto che a produrre il senso della comunità sia ormai solo il risentimento etnico. Una comunità è per definizione chiusa: rende omogenei i suoi membri e traccia chiari confini fra sé e ciò che è esterno ad essa, soddisfacendo a due bisogni importanti della convivenza umana, quello di un'identità a cui riferirsi e quello di una chiara differenza rispetto all'altro da sé. La comunità, il fare gruppo, dà un'"aria di famiglia", stabilizza sia dal punto di vista psichico che da quello sociale chi si sente "spaesato" di fronte ai flussi migratori e alle convivenze difficili che essi inevitabilmente generano.
Ci sarebbe poi da tornare su un altro grande tema indagato dalla psicologia sociale postbellica, ovvero se l'ostilità nei confronti dell'altro che manifestano i giovani italiani è propria della natura umana o è una costruzione sociale (cfr. Cotesta 2001, pp. 186-240). Se Adorno, nelle ricerche da lui coordinate sulla personalità autoritaria, aveva mostrato che alla base dell'ostilità nei confronti dell'altro vi è una componente di personalità (tratti autoritari della personalità) che una risocializzazione democratica potrebbe rendere migliore, Tajfel, nel suo studio su categorizzazione e stereotipi, ritiene che gli stereotipi sono un potente strumento cognitivo che consente di ridurre la complessità del mondo, riducendo la fatica che facciamo a interpretarlo e a decodificarlo. Ne consegue che gli stereotipi servono a dare un orientamento agli individui nelle relazioni sociali: sono come una guida semplificata per chi non sa o non vuole sforzarsi di "mappare" diversamente il territorio in cui si trova a vivere e ad agire. Semplificando, si sa, si vive meglio e Tajfel ne era consapevole.
Che i giovani tendano alla xenofobia e al razzismo significa allora, seguendo Tajfel, che essi sempre più rinunciano allo sforzo di comprendere il mondo e, quindi, anche di trasformarlo in un posto diverso, dove potrebbe essere più bello vivere.

Links e fonti:
Osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia e razzismo (webtv)
Rassegna.it Sito di informazione su lavoro, politica ed economia sociale
Th.W. Adorno et al.: La personalità autoritaria, tr. it. Milano 1997.
G. Allport, 1954: La natura del pregiudizio, tr. it. Firenze 1976.
V. Cotesta, 2001: Sociologia dei conflitti etnici. Razzismo, immigrazione e società multiculturale, Roma-Bari.
B.M. Mazzara, 1997: Stereotipi e pregiudizi, Bologna.
H. Tajfel, 1981: Gruppi umani e categorie sociali, tr. it. Bologna 1995.

04 dicembre 2009

Razzisti? Sì, che male c'è?

Commercianti, editori, proprietari di appartamenti, titolari di pubblici esercizi, imprenditori... Tutti pronti ad assumere "solo italiani", come emerge da un'inchiesta sugli annunci web della redazione milanese di repubblica.it (vedere qui per credere). E secondo una ricerca demoscopica di Demos & Pi per Fondazione Unipolis alla domanda "Gli immigrati sono una minaccia per l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone?" il 37,4% si dichiara d'accordo (era però il 50,7% nei primi mesi del 2008). Si dirà: ognuno ha il diritto di affittare la propria a casa a chi vuole e di assumere chi gli pare. A parte l'ovvia obiezione di discriminazione, in realtà il famoso diritto di essere padrono a casa (o in azienda) propria nasconde un altro interesse, evidenziato dall'inchiesta: poiché nell'offerta di lavoro o di alloggio era richiesto esplicitamente "solo italiani", nel caso in cui il locatario o il datore di lavoro "per gentile concessione" assuma o affitti a uno straniero, la paga e l'affitto vengono calcolati di conseguenza "proprio perché non sono razzista e ti voglio venire incontro". Insomma, un bel trucco per sfruttare i disperati alla ricerca di un tetto sulla testa e di un lavoro per mangiare: dall'inchiesta si apprende infatti che "scrivendo 'solo italiani', il datore lancia un messaggio allo straniero: per avere il posto, devi accettare di essere pagato meno. I casi raccolti da Cgil sono da incubo: lavapiatti cinesi full-time a 500 euro al mese, camerieri nordafricani a 600 euro, commesse moldave che in negozi di abbigliamento guadagnano 750 euro anziché i 1.000 previsti. "Nel caso delle moldave — dice Crippa [responsabile Cgil milanese]— l’annuncio era chiaro: non volevano stranieri. Quindi, facendole lavorare, l’azienda ha fatto loro un favore".
Eppure non sono lontani i tempi in cui in Svizzera fuori dai locali appendevano cartelli (come si ricorderà dal post di Condizioni Umane sulla storia di Alfredo Zardini) con scritto "Eintritt für Italiener verboten!" (ingresso vietato agli italiani), come si può vedere dalla foto qui a fianco, scattata nel 1958 a Saarbrucken, una città tedesca vicino a Strasburgo (© G. A. Stella). Oppure l'ancora più offensivo "Interdit au chiens et au italiens" in Belgio o in Svizzera, quando gli italiani giravano con la valigia di cartone. Il razzismo, come ho già scritto nel post sul nuovo libro di Stella, è un alibi, l'estremo rifugio del sordido interesse alla prepotenza, all'affermazione di sé: l'interesse a far prevalere i propri interessi. Chi tira le banane a Mario Balotelli o ad altri giocatori di colore non ha mai provato sulla sua pelle cosa significa essere discriminati, non ha mai messo piede in un altro paese in cui qualcuno è più bianco di lui, più puro e più a casa propria. E nessuno di loro, andando a lavorare, credo sia accaduto quel che accadde a Gallarate il 16 gennaio 2000 al piastrellista romeno Ion Cazacu, il quale aveva osato chiedere al suo "padroncino" di essere regolarizzato visto che era stato assunto in nero.
A chi ha paura dell'uomo nero, come certi bambini, raccomando di temere di più gli uomini astuti: "
Apri gli occhi pupo, stai attento pupo, non temere l'uomo nero, non temere l'uomo lupo, non temere l'uomo cupo, temi solo l'uomo astuto" (Caparezza).

10 maggio 2009

E uno

L'albergatore ha motivato il no alla prenotazione con il fatto che in passato aveva avuto "cattive esperienze". La vicenda riportata da un quotidiano locale

Tirolo, albergo rifiuta famiglia ebrea
Il turista: "Mai più in questo posto di razzisti"

VIENNA - Un episodio di discriminazione si è verificato in Austria, in una località turistica del Tirolo. Un albergo di Serfaus non ha accettato la prenotazione di una famiglia ebrea di Vienna motivando il rifiuto, nella email di risposta alla richiesta di prenotazione, con le "cattive esperienze" avute in passato con ospiti ebrei.

E' il quotidiano Tiroler Tageszeitung a raccontare la vicenda, che vede protagonista un residence del paesino che, negli anni recenti, è diventato una meta turistica per le famiglie ortodosse ebree, con diversi alberghi che offrono cucina kosher.

Prevedibile il commento della locale comunità ebraica: "E' terribile", ha dettoil presidente Esther Fritsch. Indignazione anche da altri operatori del settore. La proprietaria di un altro albergo, Petra Micheluzzi, ha affermato che un incidente del genere rischia di compromettere il lavoro fatto nel settore turistico in tanti anni.

Il turista, padre di cinque figli, che si è visto rifiutare la prenotazione, ha detto al giornale austriaco che non intende trascorrere le vacanze "in questo posto di razzisti". "Informerò i miei amici di quello che succede in Tirolo", ha detto, senza rivelare il suo nome.

(Repubblica.it, 10 maggio 2009)

23 aprile 2009

Alfredo Zardini: Zurigo, 20 marzo 1971

Alfredo Zardini era un operaio veneto dell'Ampezzano emigrato in Svizzera per cercare lavoro. Fu ammazzato a pugni e calci in un bar di Zurigo, il "Frau Stirnimaa", il 20 marzo 1971. Zardini si era fermato a bere un caffè, e lo Stirnimaa era l'unico bar aperto. Zardini, che non sapeva il tedesco e non conosceva la città, non sapeva che era un posto di pessima fama, poco raccomandabile a un emigrato italiano. Erano le cinque di mattina e l'operaio, appena giunto a Zurigo, sembra avesse un appuntamento con un imprenditore locale per un colloquio di lavoro.
Venne aggredito da un militante xenofobo, Geri Schwitzgebel, per ragioni non chiarite, forse a causa di una discussione o di un diverbio. Zardini fu picchiato ripetutamente da Schwitzgebel e trascinato fuori dal locale sanguinante e privo di sensi. Nessuno dei presenti cercò di fermare l'aggressore o si premurò anche soltanto di chiamare le forze dell'ordine.
Zardini fu quindi semplicemente lasciato morire fuori dal locale, fra l'indifferenza di avventori e passanti.
Ha scritto Gian Antonio Stella (L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi, p. 227):
"Tutto rimosso, abbiamo. Tutto cancellato. Come i cartelli affissi in molti bar [elvetici e tedeschi, nd.r.] con scritto: 'Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani'. O come la sentenza che nel 1974, l'anno in cui Claudio Baglioni cantava E tu, Mario Monicelli girava Romanzo popolare e Pippo Baudo faceva Senza rete, vide il tribunale di Zurigo chiudere in una sola udienza (una!) il processo a Gerhard 'Gerry' Schwizgebel [sic], un balordo alto due metri e pesante 130 chili che nel 1971 aveva ammazzato a pugni e calci un bellunese, Alfredo Zardini, venuto a cercar fortuna nella dolce Helvetia lasciando a Cortina d'Ampezzo la moglie e un figlioletto".

Da una ballata per Alfredo Zardini:

E siete zingari, voialtri italiani,
sentiva dirsi da gente straniera,
siete randagi in cerca di pane ...

C'è ogni giorno un treno alla stazione
che per l'inferno ha la destinazione,
dell'emigrante questa è la sorte:
va in cerca di lavoro e trova morte.

Per chi volesse saperne di più su Alfredo Zardini:
Sull'emigrazione italiana in Svizzera:
Per la storia dell'emigrazione italiana:

21 aprile 2009

Documento ONU sul razzismo


La conferenza dell'ONU sul razzismo tenutasi a Ginevra (20-24 aprile), denominata Durban II, si è conclusa con l'approvazione di una dichiarazione sottoscritta da 100 paesi, fra i quali non risulta l'Italia, che peraltro non ha nemmeno partecipato ai lavori della conferenza, in segno di protesta relativamente al fatto che, a detta del governo italiano, Israele sarebbe l'unico paese citato nel documento (cosa che non trova corrispondenza nella bozza di documento finale approvata, come si può verificare leggendola).
Fra i numerosi (143) punti della dichiarazione, si possono ricordare almeno:
1. la riaffermazione della democrazia e del rispetto dei diritti umani come valore essenziale per la prevenzione effettiva, la lotta e lo sradicamento del razzismo, della discriminazione razziale, della xenofobia e della relativa intolleranza (punti 11 e 15);
2. l'invito a prendere misure preventive per combattere la persistenza di comportamenti xenofobi e stereotipizzazioni negative dei non cittadini (punto 19);
3. l'apprezzamento e l'invito a intensificare i programmi che promuovono il dialogo interculturale (punto 23);
4. sollecita urgentemente gli stati a sanzionare comportamenti di gruppo violenti, razzisti e xenofobi basati su ideologie neonaziste, neofasciste o su altre ideologie nazionali violente (punto 60).
Qui è disponibile il testo originale della bozza finale approvata; qui il link al sito della Durban Review Conference; qui il commento del sito specialistico Internationalia del documento integrale.

22 settembre 2008

La paura mangia l'anima


"La paura mangia l´anima" è un film del ´74: narra la relazione tra Emmi, una donna delle pulizie, e il marocchino Alì. Violenza e integrazione sono al centro di tutta la storia
L´immigrato deve lavorare, ma non deve dimenticare il suo stato di outsider

Nel 1974 il famoso, e spesso famigerato, giovane regista tedesco Rainer Fassbinder fece un film semplice e relativamente breve, ambientato per la maggior parte in un bar di Monaco e in un appartamento. Quest'opera sobria ma estremamente significativa è incentrata sulla relazione tra Emmi, una donna delle pulizie di mezza età, e Alì, un immigrato marocchino che conosce e con cui balla in un bar vicino al suo appartamento dopo un violento temporale.
Non credo di aver visto La paura mangia l´anima che nei primi anni ottanta, quando sospetto che, sebbene i particolari siano diversi, mi abbia ricordato il rapporto tra i miei genitori. (Il film avrebbe potuto essere tranquillamente ambientato in qualunque città inglese.) Anche se la Gran Bretagna e altri paesi europei stavano cambiando rapidamente in termini di identità razziale, non ero a conoscenza di altri film sul razzismo e l'«integrazione» in Europa. (...)
La significativa presenza di El Hedi ben Salem - un amante di Fassbinder che si impiccò in una prigione francese poco prima dell'uscita dell'ultimo film del regista, Querelle - nel ruolo di Alì non può non far pensare alla rarità delle apparizioni di attori di colore e asiatici nel grande cinema europeo degli anni Sessanta e Settanta.
La paura mangia l´anima non è un film estetizzante. La macchina da presa si muove a malapena, mentre gli attori sono spesso impassibili. Inoltre, Fassbinder non è particolarmente interessato alla psicologia dei personaggi. E la loro situazione sociale a stargli a cuore.
Ossessionata dal passato recente, la Germania visse degli anni Settanta violenti e distruttivi. All'inizio del film Emmi ammette che sia lei che la madre sono state affiliate nel partito nazista. Nonostante ciò, Alì le piace subito, e lui passa la notte da lei. (Di solito divide una stanza con altri sei «lavoratori stranieri».) «Avanti», Emmi dice ad Alì sulle scale. «Arabi e tedeschi insieme non vanno bene», la avverte Alì. «In Germania gli arabi non sono esseri umani». Poi Fassbinder approfondisce l'impatto traumatico di questo amore sconcertante su coloro che circondano la coppia, compresi i figli di Emmi. I suoi amici e vicini di casa cominciano persino a sospettare che non sia una di loro; sottolineano che il suo cognome (Kurowski) sembra straniero. I suoi colleghi dicono dei «Gastarbeiter», «una manica di sporchi maiali. Guarda come vivono. Intere famiglie in una stanza. Gli interessano solo i soldi. Le donne che vanno con loro sono delle puttane». (...)
Quando Emmi ed Alì si sposano e vanno a vivere insieme, Emmi viene isolata dai colleghi e dai vicini di casa. Il droghiere si rifiuta di servire Alì perché sostiene che non sa parlare tedesco. I vicini chiamano la polizia quando Alì gioca a carte con gli amici. Qualcuno dice, «Ci sono quattro arabi nel suo appartamento. Sapete come sono. Bombe e roba del genere». Al pranzo del matrimonio la coppia è sola, fissata dagli sconosciuti che mangiano al ristorante di Monaco un tempo frequentato da Hitler.
A questo punto Fassbinder dà una svolta alla vicenda. Quando Alì ed Emmi tornano dalla luna di miele, l'ostilità nei loro confronti si attenua. I figli possono sfruttare Emmi come babysitter, il droghiere accoglie cordialmente Alì: temendo di perdere clienti per la concorrenza dei supermercati, si è reso conto della mutua dipendenza che li lega. «Negli affari» dice, «devi nascondere le tue antipatie». (...)
Poi, quando Alì si ammala di ulcera perforata allo stomaco, lei lo porta in ospedale, affidandolo alle cure di un dottore (il padre di Fassbinder era medico) che la avverte del fatto che Alì è destinato a tornare, perché la sua ulcera non migliorerà. Il dottore l'ha visto succedere ad altri immigrati: conducono una vita così difficile che si ammalano continuamente.
Il concetto di integrazione viene discusso costantemente nell'Europa attuale, e il personaggio di Alì illustra perfettamente le difficoltà e i double-bind che racchiude. Il linguaggio usato contro di lui è il classico vocabolario del razzista, a prescindere dal fatto che la vittima sia un ebreo, un nero o un musulmano, e riguarda le cose più importanti: denaro, sessualità, malattia e status sociale. Considerando l'invidia che provano per questo arabo, coloro che lo circondano ricordano in tal modo a se stessi ciò che ai loro occhi conta di più - fosse pure in una fantasia rovesciata.
L'immigrato deve lavorare, ma non provare un senso di appartenenza; non deve dimenticare il suo status di outsider. Se si «integra» troppo viene accusato di voler prendere il sopravvento, o di incrinare l'unità organica della società esistente. Se mantiene le distanze vive in un ghetto, creando quindi una disgregazione sociale. In definitiva è inassimilabile, e Alì incarna con la sua malattia le contraddizioni della società in cui vive. (...)
La società in cui si è trasferito Alì viene dipinta da Fassbinder come stagnante, se non decadente. (...) Alì, in quanto straniero, capro espiatorio o mostro - è sia una domanda che una provocazione - sembra occupare uno spazio vuoto, una posizione in cui potrebbero venir messi quasi tutti gli outsider. (Gli ebrei venivano spesso definiti «I negri d'Europa».) Alì non viene odiato perché è realmente sporco, lussurioso, ambizioso, ecc. Gli si attribuiscono tali caratteristiche perché è un immigrato. (...)
Alì ricorda anche un´altra cosa a coloro che lo circondano: sebbene non vogliano nessun cambiamento, potrebbero aver bisogno di un catalizzatore. Da questo punto di vista Alì rappresenta il futuro; ci sarà più gente come lui, e le difficoltà saranno più gravi. Come verranno assimilati questi Altri, e come dovrà cambiare ciascuno affinché sia ancora possibile una vita produttiva? Che genere di società può nascere da questi elementi?
Nel 1989, quindici anni dopo La paura mangia l'anima, quando caddero il muro di Berlino e il comunismo nell'Europa orientale, venne proclamata una fatwa contro Salman Rushdie.
Non c'è una comunità musulmana in La paura mangia l'anima, solo un gruppo di amici marocchini in un territorio inospitale. Ma nel 1989 la comunità musulmana inglese era diventata una potenza; non era più innocente come Alì, ma attiva e a sua volta persecutoria. Fu rapidamente in grado di diffondere informazioni sui Versi satanici, di organizzare roghi pubblici del libro a Bolton e Bradford e di esercitare pressioni sia sull'editore Penguin che sul governo britannico affinché censurasse il libro.
Non c'è ragione di pensare che la comunità musulmana sia più coesa delle altre. Ci fu però una questione che riuscì a unire temporaneamente questi credenti. Non fu la disuguaglianza, la discriminazione o l'odio a render possibile questa sinergia, ma un insulto. E non attaccarono la comunità che li ospitava, ma un altro musulmano, uno scrittore di grande prestigio. La comunità fu resa tale dalla sua religione. (...) Rushdie, il «deviante», creò una fuggevole unità.
I Versi satanici cominciano con l'attacco terroristico a un aereo, e questa esplosione preannuncia l'esplosione delle identità che Rushdie esplora nel libro. Come ha detto lo stesso autore, «Come viene al mondo la novità? Come nasce? Da quali fusioni, traduzioni, combinazioni è costituita?». L'iper-accelerazione del mondo negli anni Ottanta: migrazioni e metamorfosi: se non puoi tornare a casa perché sia tu che la tua nazione siete cambiati, puoi almeno reinventarti in un posto nuovo, anche se ti rifiuta. Sarai però diverso dai tuoi genitori, e molto probabilmente diverso da come ti avrebbero voluto. Potrai aver la sensazione di averli traditi, e che la religione sia il modo migliore per tornare alle origini.
Tra le altre cose, i Versi satanici sono una glorificazione della frammentazione, dell'ibridazione e della disgregazione, ossia della psicosi sotto altro nome. Si tratta di una condizione dolorosamente folle che può richiedere la reintroduzione di limiti. Quando c'è troppo godimento, vengono chiamate le autorità, che ristabiliscono l'ordine e la rinuncia sul vortice del godimento osceno. Una cura che potrebbero offrire è la sicurezza della certezza, della conoscenza della verità assoluta; la certezza della stessa religione nei confronti della quale Rushdie, in quanto artista, non può fare a meno di mostrare un certo scetticismo.
Se i romanzieri e gli uomini religiosi subiscono il fascino gli uni degli altri, e provano una mutua invidia, è perché la religione e la letteratura affrontano lo stesso tema, la conoscenza del mondo e il problema di come viverci in quanto creature sensuali e mortali. Come la letteratura, le religioni sono una forma di mito, una funzione creativa dell'immaginazione umana; Maometto, Gesù e la Vergine Maria ricordano i personaggi di un dramma, e possiamo discutere delle loro virtù e mancanze come faremmo con chiunque altro.
Le religioni sono, tra le altre cose, una forma di spiegazione, di narrazione e di creazione dell'ordine. Come nel caso della letteratura, queste storie sono dunque illusioni utili. Ma laddove le religioni tentano di eliminare i conflitti, istillando una qualche idea di armonia assoluta, la letteratura approva i conflitti in quanto discussioni che meritano di venir affrontate. Il romanzo di Rushdie sostiene la necessità del dubbio, restituendo i miti e i racconti religiosi all'uomo in quanto oggetti della sua creatività e della sua indagine. Ogni testo, come ogni vita, è infinitamente aperto all'interpretazione, alla satira, alla denigrazione e all'idealizzazione.
Le religioni, come il romanzo, sono il sogno dell'umanità e una forma eccelsa e utile di gioco. Dio è la massima creazione dell'uomo, e al tempo stesso la peggiore. L'uomo è più creativo di Dio.
Ma se le forme di culto sono opera dell'uomo, possono venir modificate dall´uomo; possono esser reinventate, a seconda delle necessità. Ma laddove la letteratura è per sua natura critica, le religioni, dette «sacre», esigono l'obbedienza, e spesso il silenzio. Se la religione rappresenta il vertice della creatività dell'uomo, rappresenta anche il vertice del suo autoritarismo. D´altra parte, non vanno sottovalutati i piaceri dell'obbedienza.
Nietzsche scrive, «Anche nella veglia ci comportiamo come nel sogno: cominciamo con l'inventare e immaginare l'uomo con cui trattiamo - e dimentichiamo subito questo fatto». Come fa notare Fassbinder, romanziamo la figura dell'immigrato, trasformandolo nel mostro della nostra immaginazione. A volte è un immigrato oppresso o avido, e altre un fascista rivoluzionario, un proto-kamikaze che odia l'Occidente e vuole trasformarlo nella sua immagine idealizzata.
Prendendo queste storie alla lettera, possiamo lasciarci invadere dal terrore. Ma i miti sono imperativi: nulla è immobile, l'emigrazione e la metamorfosi sono il nostro destino, un cammino verso la morte. Viviamo nella fantasia, nell'allucinazione e nell'immaginazione. Il sé non può venir dominato né contenuto; alcune sue parti rischiano costantemente di svicolare e svolazzare qua e là, in cerca di un personaggio da abitare.

HANEF KUREISHI

20 dicembre 2007

Altri modelli pedagogici


Qualche giorno fa sulla "Stampa" Massimo Gramellini ha raccontato la storia di una ragazza diciassettenne di Mittweida, in Sassonia, intervenuta in difesa di una bambina extracomunitaria di sei anni, che quattro "naziskin" stavano molestando nel parcheggio di un supermercato. Mentre la bimba si metteva in salvo grazie all'intervento della ragazza, i neonazisti hanno infierito contro la ragazza, incidendole con un coltello una svastica su un fianco e tentando di sfregiarle la guancia scrivendoci la runa delle SS. Per fortuna la ragazza si è divincolata ed è riuscita a fuggire. Poco distante un gruppo di adulti, pur avendo assistito all'intera scena, non ha mosso un dito per avvertire la polizia.
Come scrive Gramellini, "d'ora in poi, ogni volta che in omaggio alla generalizzazione imperante, starò per scrivere che "i giovani d'oggi" sono più cinici e feroci delle generazioni che li hanno preceduti, mi ricorderò della ragazza tedesca che rischia la pelle per una bambina che forse non conosceva nemmeno. E di quegli adulti al balcone, a guardare".