19 dicembre 2012

In questo tempo di crisi ancora Natale, per tutti


Condizioni Umane ospita questa riflessione permeata di profonda spiritualità di don Edmondo, il mio impagabile collega di Religione al Duca degli Abruzzi di Treviso.
Al suo augurio mi associo anch'io, nella mia modesta laicità.
Buon Natale ai lettori di CU da Alessandro Bellan

In questo tempo di crisi, non solo economica e sociale; di smarrimenti non solo religiosi e culturali; di emergenze, non solo educative e geologiche; in questo tempo di angosce, non solo psicologiche e di popoli; di incomunicabilità e predominanza delle passioni tristi che ripiegano ciascuno nell’orizzonte del particolare e del privato; in questo tempo di sofferenze ed amarezze, di smarrimenti ed abbandoni, di tradimenti e solitudini; in questo tempo di penuria di speranza e di sorrisi amari; in questo tempo della fretta della ragione per la sete di compimento totale che pretende di giungere sempre e subito alla verità delle cose; in questo tempo ove l’uomo d’oggi sembra vagare nel buio… giunge ancora il Natale.
In questo tempo si respira un’aria, un clima… asfittico per un oggi pesante, un domani minaccioso ed un passato perduto, e si incontrano facce sempre più cupe, fronti aggrottate, occhi sempre più preoccupati. Sguardi sempre più tetri ed indifferenti si fanno pressanti attorno a noi, fino a fare terra bruciata della speranza, della fiducia, della cordialità, della giustizia… Tutto diventa più difficile: il cuore si rattrista e si intristisce, lo spirito rinsecchisce, le rughe scavano il cuore, lo slancio vitale ricade su se stessi, ed il grigiore e la tristezza aumentano.
In questo tempo… arriva il  Natale.
Arrivano anche gli spot pubblicitari che ci convincono che  ‘a natale si può’,  che ‘a natale possiamo esser più buoni’. Qualcuno invita anche a praticare meglio l’arte dell’umorismo, non l’ironia feroce e sprezzante o il sarcasmo beffardo, ma l’umorismo, cioè il buon umore che nasce dalla voglia di vivere, uno sguardo che si posa sulle persone e sulle cose senza cattiveria ed amarezza nel cogliere le debolezze e le fragilità: ma tutto questo dura poco; è bello, ma passeggero, quando non resta impraticabile e impossibile, una chimera o volontarismo titanico insignificante. E così, alla fine, tutto torna come prima.
Anche in questo contesto e  in questo tempo, giunge ancora il Natale.
“Vi annuncio una grande gioia per tutto il popolo. Ci è nato un figlio, ci è donato un Bambino, il Salvatore, è il Dio-con-noi”.
Ecco il Natale.
In quella notte, nel silenzio di quella notte un annuncio:’ è nato il Salvatore’; nel buio della notte… rifulge una grande luce; ….ad un popolo immerso nelle tenebre, amareggiato ed oppresso… giunge una grande gioia.
Quell’annuncio risuona anche oggi; quella luce rifulge anche oggi dentro le tenebre dell’umanità oppressa e affranta, smarrita e triste: ‘per voi è nato un Bimbo, il Dio con noi’.
I pastori, allora, accolgono l’invito e vanno alla grotta, e vedono il Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, davanti a Maria e a Giuseppe, in silenzio e trepidanti. E gioiscono al vedere il bambino...
I pastori sperimentano per primi Dio nel volto del Bambino; sperimentano in modo del tutto particolare che lo sguardo di Dio sugli uomini è uno sguardo d’amore, sguardo che porta la pace e felicità; sguardo che invita a una relazione di fiducia filiale con il Dio che permette una relazione fraterna con tutti. I pastori scoprono con meraviglia che per incontrare Dio non occorre ‘salire nelle altezze’, perché Dio stesso è  già disceso ‘sulla terra’, e che per trovarlo, bisogna ancora discendere e guardare verso chi è più piccolo di sé. I pastori aprono in questo modo, davanti a noi, l’unico cammino che conduce all’entrata nel Regno di Dio.
Ecco il Natale.
A Betlemme, in quella grotta tutto è dimesso, tutto è umile: Maria, Giuseppe, i pastori… non danno spettacolo. Da qui, da questa povertà e normalità di vita parte la più grande rivoluzione della storia.  In quella grotta manca tutto; il luogo è povero e spoglio; eppure è pieno di gioia, di tenerezza e dolcezza. E i pastori, povera gente gustano una gioia inedita, assaporano il gusto della vita, sono invasi dal sorriso del Bambino, dal silenzio della Madre, dalla trepidazione di Giuseppe.
Anche per noi è Natale.
Andiamo anche noi a Betlemme e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (Lc 2,15). Come loro, anche noi, così come siamo, con le nostre paure ed angosce, con le nostre tristezze e fallimenti, lasciamo le nostre umane sicurezze e… andiamo alla grotta di Betlemme, per vedere il Natale e per gustare la gioia del Natale, per fare ancora Natale.
Andiamo anche noi per vivere la gioia di accogliere quel Bambino che ricorda che gli occhi di Dio sono aperti sul mondo e su ogni uomo. Gli occhi di Dio sono aperti su di noi perché Lui è fedele al suo amore. Solo questa certezza può condurre l’uomo verso traguardi di pace  e prosperità.
Qui troviamo la fonte non solo dell’umorismo, ma della gioia; qui troviamo la fonte del dono e del sorriso, della bontà verso ogni uomo e di ogni gratuità, il dono della pace dentro le sofferenze umane. Qui troviamo la serenità del cuore, la pace dell’anima, la riconciliazione con noi stessi. Tutti coloro che incontrano il Bambino Gesù, ricevono il suo sorriso; e così la luce del suo volto illumina il buio di ogni esistenza, l’esistenza  di tutti coloro che lo accolgono nella gratuità e sorpresa dell’amore, così da diventare popolo non più immerso nelle tenebre, ma sempre illuminato dal sorriso di Dio, inondato del suo amore, arricchito della sua grazia.
A Natale si comprende che si può vivere senza cose, ma non senza tenerezza e dolcezza e che la mancanza di tenerezza è più insidiosa della mancanza di pane. A Natale celebriamo nella gioia la nascita di Gesù povero tra i poveri, protetto unicamente dall’amore di Maria e Giuseppe.
Dio ha raggiunto l’umanità, nessuno è più perduto, nessuno è escluso dall’abbraccio di Dio. D’ora in poi nessuno è mai più solo. Nessuna situazione umana è lontana dalla sua presenza e dal suo amore. Il Natale ci annuncia che Dio è con noi, che fa sua la causa della piena umanità dell’uomo. Questa unione di Dio con ogni uomo e donna è un invito e uno stimolo alla fraternità.
Natale: nasce il Dio-con-noi.
C’è un Dio che non si ritrae, ma scende; non un Dio in fuga dal buio, ma un Dio che scende nel buio dell’umanità. L’incarnazione di Dio: Dio si rivela nella fragilità e bellezza di un bambino, fragile, indifeso, che si affida all’umanità. Quando nasce un bambino, quanta gioia, pace, luce, novità! Se poi questo Bambino è il Figlio di Dio che si fa uomo...! Questo bambino si affida alla mia umanità, a ciascuno di noi. E’ un Dio che viene dentro l’umanità, l’assume pienamente, si mette a rischio di contagio e di pianto, di fragilità e di debolezza; si pone a fianco di ogni vivente, e condivide la condizione di ogni uomo e di ogni donna: e così la condizione umana diventa significativa.
Il Natale diventa anche il momento opportuno per interrogarci sulla nostra fede. Non è una festa per cullarci, ma per scuoterci. Allora, che cosa cerchiamo di più: l’opulenza  o la fragilità di Dio? Che cosa crediamo di più: il potere o la scelta fatta da Dio di accettare la nostra debolezza? Chiediamoci fin dove siamo disposti a condividere la sua scelta di debolezza, a seguire il percorso di vita esigente dell’amore, a scoprire l’inedito dell’amore. Rispondere a queste domande diventa un nuovo nascere nell’amore. Non dobbiamo mai smettere di nascere nell’amore.
Il Natale diventa un’occasione per  scoprire che la vera felicità  va cercata in quel Bambino: non nel potere, non nel denaro, non nella carriera, non nel successo umano, neppure nelle nostre relazioni umane con gli altri. Unicamente nel Dio che rivela questo Bambino possiamo trovare pace, gioia e felicità.
Il mio augurio: che il Natale
- ci trovi sempre più simili a Colui che è divenuto un Bambino per amor nostro;
- ci trovi più semplici, più umili, più santi, più lieti, più misericordioso, più pieni di Dio;
- ci faccia crescere nella fede che in Gesù Cristo, Verbo  fatto carne, Dio è entrato nella storia e si è rivelato come fratello, amico, Maestro e Salvatore;
- ci aiuti ad affidare la nostra vita a Colui che solo può darle pienezza nel tempo ed aprirla ad una speranza oltre il tempo;
- ci doni la gioia della fraternità, il gusto della vita quotidiana, il sapore dell’amicizia, la fragranza dell’amore, la sorpresa di… Dio.
Buon Natale a tutti
d. Edmondo

26 novembre 2012

24 novembre: 4mila in piazza


20 settembre 2012

Dalla Repubblica di Platone alla Regione Lazio, ovvero Pink Floyd, Pigs (Three Different Ones)

Qualcuno dice che lo scandalo della Regione Lazio, con il suo consueto e inguardabile corredo di ruberie, Bmw e resort pagati con soldi pubblici, festini in costume, ostriche e bigné, ville pagate in contanti, malversazioni, arricchimenti personali e spreco del denaro dei cittadini (già battezzato "sprecopoli" dai media), ha qualcosa di assurdo, di boccaccesco, di "volgare" in senso suino.
I reportage giornalistici riferiscono non solo della tendenza al lusso, ma di una volontà di dissipazione, spreco, provocazione al limite del pornografico e, in generale, di una propensione a uno stile di vita eccessivo  (Massimo Giannini la definisce "il penoso Satyricon di una "pseudo" classe dirigente cafona, disonesta e irresponsabile") che fa a pugni con i sacrifici dei cittadini che non arrivano alla fine del mese, che non riescono a pagare mutui, affitti e bollette varie, le decine di migliaia di lavoratori che hanno perso il posto negli ultimi mesi, degli imprenditori che si suicidano perché inseguiti dalle cartelle esattoriali o perché non riescono a pagare i propri dipendenti e, soprattutto, dei giovani che non cercano nemmeno più un lavoro o, se ce l'hanno, vivono vite precarie in condizioni di lavoro inaccettabili.
Festa PdL al Foro Italico con maschera da maiale
Naturalmente tutto questo riaccende - ammesso che si siano mai spenti - indignazione, rabbia, sentimenti anticasta, antipolitica e disprezzo per le istituzioni, disgusto e rigetto del sistema dei partiti, riproponendo una logora opposizione "noi-loro", "noi" cittadini buoni e bravi da una parte e "loro" politici ladri, mafiosi e corrotti dall'altra, quasi separati da un cordone sanitario messo non si sa da chi. A questo proposito Michele Serra ha acutamente osservato che dovremmo prendercela piuttosto con il Fiorito ("Er Batman", ovvero l'ex capogruppo del PdL della Regione Lazio che ha fatto scoppiare lo scandalo, ma si potrebbero citare Renzo Bossi, Lusi, Belsito, Penati...) che c'è dentro tutti noi: Fiorito come espressione di disincanto, della politica come "we're only in it for the money" (copyright Frank Zappa), condivisa da molti cittadini che - non a caso - hanno fatto sì che alla Regione Lazio ci andasse questo figuro (con il concorso del suo presidente, Renata Polverini) e non qualche uomo di cultura, studioso, ricercatore, intellettuale o tecnico con competenze specifiche nell'amministrazione degli enti pubblici.
Leggendo tutte queste vicende a me sono venute in mente due cose:
- la Repubblica di Platone (libri I-X, ultimata intorno al 360 a.C.);
- Pigs (Three Different Ones) dei Pink Floyd (in Animals, Harvest/EMI Records, uscito nel 1977).
Che c'entrano queste due opere diversissime e lontanissime per forma, significato, finalità, distanza temporale? Vediamo.
Raffaello, La Scuola di Atene: Platone
Scrive Platone nel IV libro della Repubblica (434 a-c):
Socrate: ...Si potrebbe riconoscere come giustizia il possesso di ciò che è proprio e l'esplicazione del proprio compito.
Glaucone: È così.
Socrate: Vedi ora se la pensi come me. Se un falegname intraprende il mestiere del calzolaio o un calzolaio quello del falegname o se si scambiano gli strumenti o gli uffici [=i compiti, le competenze], o anche se la stessa persona intraprende entrambi i mestieri, tutto questo scambio di mestieri potrà portare, secondo te, un grave danno allo Stato?
Glaucone: No, affatto.
Socrate: Quando però, credo, uno per natura è artigiano o un altro che per natura è uomo d'affari e che poi si eleva per ricchezza o per numero di seguaci o per vigore o per qualche altro simile motivo, tenta di assumere l'aspetto del guerriero; o un guerriero quello di consigliere e guardiano, anche se non ne ha i requisiti; e costoro si scambiano gli strumenti e gli uffici; o quando la stessa persona intraprende tutte queste cose insieme, allora, io credo, anche tu penserai che questo loro scambiarsi di posto e questo attendere a troppe cose [=questo volersi occupare di troppe cose contemporaneamente] sia una rovina per lo Stato.
Glaucone: Assolutamente.
Socrate: Allora, l'attendere a troppe cose e lo scambiarsi di posto delle tre classi sociali [=lavoratori manuali, custodi e governanti] sono un danno assai grave per lo Stato e si potrebbero con piena ragione denominare un enorme misfatto.
Glaucone: Precisamente.
Socrate: E non ammetterai che il maggiore misfatto verso il proprio Stato è l'ingiustizia?
Glaucone: Come no?
Cosa ci sta dicendo Socrate/Platone? Che la giustizia consiste nel fare bene ciò che ci è proprio, nel raggiungere l'eccellenza (areté, virtus) nel proprio campo. C'è l'areté del falegname e del calzolaio (che consiste nel costruire buoni manufatti in legno o in pelle), c'è quella del custode della città (che consiste nel difendere con dignità, lealtà e coraggio i propri concittadini) e c'è la virtù del governante, che consiste nel fare buone leggi, nel governare in modo disinteressato lo Stato, con saggezza, razionalità, giustizia, pensando al bene comune. Chi è abile nel lavoro manuale, chi è bravo nel commercio o negli affari non per questo motivo - non in quanto bravo artigiano o perché abile uomo d'affari - sarà poi anche bravo uomo di Stato. In altri termini, per Platone a ogni ambito è propria una competenza specifica ("ciò che è proprio"): non c'è niente di male che un uomo d'affari diventi uomo di Stato, ma è un male che voglia fare l'una e l'altra cosa, ad esempio perché, essendo considerato eccellente in quanto uomo d'affari si pensa (o lui stesso fa pensare, grazie alle sue doti di persuasione, al suo successo, alla sua ricchezza) che sarà tale anche come uomo di Stato. Ma l'uomo d'affari ha in mente il suo interesse (quello della sua attività imprenditoriale, commerciale, ecc.) e non quello dello Stato nel suo complesso. Quindi - osserva Socrate/Platone - entrerà in una sorta di "conflitto di interessi", perché o farà il bene di tutti (magari danneggiando il proprio) o farà il bene proprio (e quindi danneggiando quello di tutti). Non si possono adempiere bene più ruoli, compiti, uffici contemporaneamente: ma è proprio quello che fanno i vari "Batman" e unti vari dal Signore che viaggiano a frequenze televisive, Bmw, ostriche, ville con fanciulle e resort. Non sono certo lì per fare il bene comune, ma solo il proprio: il misfatto più grave che si possa perpetrare, secondo Platone, a danno di quella vita comune (koinòs bìos) che chiamiamo "Stato".
Pink Floyd, Animals, 1977
Ecco cosa ci insegna la filosofia, a che cosa serve: a ragionare non astrattamente, ma con giustizia, vedendo le conseguenze di quello che facciamo e di quello che pensiamo (o non pensiamo). Siamo responsabili sia di quello che facciamo - delle nostre opere - sia di quello che non facciamo - delle nostre omissioni, della nostra ignoranza, della nostra apatia o indifferenza.
E che c'entrano allora i Pink Floyd con Platone e gli scandali della Regione Lazio? Vediamo.
In Animals, album che precede il celeberrimo The Wall del 1979, c'è un brano intitolato Pigs (Three Different Ones). Non si può non pensare a questo brano vedendo i festini del vicecapogruppo della Regione Lazio con la maggior parte degli uomini con maschere da porci. L'idea, sembra, era una parodia della famosa trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali ad opera della maga Circe nell'Odissea, in una maldestra parodia burina del Satyricon di Petronio (che a sua volta era, in parte, una parodia erotica dell'Odissea). Ancora: non si può non pensare alla Repubblica di Platone e a questo brano e in generale all'album Animals quando si deve assistere per l'ennesima volta allo scempio che viene fatto dell'idea di politica, delle istituzioni, del linguaggio e della cultura in generale.
I maiali attraggono l'immaginazione di poeti e scrittori, songwriters e filosofi in quanto metafora della tendenza umana alla più crassa stolidità (benché i maiali non siano affatto stolidi), al piacere per ciò che è torbido, sporco, fangoso (benché i maiali non siano affatto amanti della sporcizia), della tendenza a pascersi di qualunque cibo, della sconcezza, della mancanza di dignità e di amor proprio. Da Omero ai Pink Floyd, da Petronio a Fellini (Satyricon) e Pasolini (Porcile) il maiale è divenuto l'emblema del grado zero dell'umano, della sua irrefrenabile propensione a godere dell'immondo e dell'impudico, di tutto ciò che abbassa anziché elevare l'uomo a qualcosa di più alto, in grado di trascendere la piatta aderenza a ciò che ci è dato, alla nostra corporeità, fisicità e materialità ineludibile. Anche nel rock il maiale diventa il precipitato di un'umanità che ha smarrito persino l'idea di se stessa: oltre alle bordate antisistema di Pigs dei Pink Floyd, si possono citare le visioni di Piggy in the mirror dei Cure, l'antimilitarismo di War Pigs dei Black Sabbath e molti altri brani, in cui il rock ha tematizzato quell'altro osceno in cui l'umano rischia fangosamente di sprofondare, richiamo di quella natura che l'uomo nega in se stesso e fuori di sé.
In queste condizioni di bassezza, l'uomo-maiale deve scavare sempre di più, andare sempre più a fondo per cancellare definitivamente ogni residua traccia di quell'umanità che non è in grado di sostenere, custodire, difendere.

What do you hope to find, when you're down in the pig mine?
You're nearly a laugh, you're nearly a laugh,
but you're really a cry.

30 agosto 2012

La Grande Storia: la scuola italiana dall'Unità a oggi



Link diretto a Tuttinclasse (Rai3, 30.8.2012)

23 agosto 2012

Eroi forzati

 Chissà quanti tra i profani del calcio conoscono Simone Farina, da ieri ex difensore dell'A.S. Gubbio 1910, squadra che milita nel campionato di calcio di serie B.

Simone Farina ha trent'anni e, pur provenendo dalle squadre giovanili della Roma e dotato di  grande talento calcistico, per scelta personale ed esistenziale ha preferito l'ingaggio con squadre di provincia, prima il Catania e poi il Gubbio, appunto, nel quale ha giocato una stagione nella seconda divisione.
Nel dicembre del 2011 un suo ex compagno delle giovanili, Alessandro Zamperini, gli propone di "truccare" la partita di Coppa Italia Gubbio-Cesena per 200.000 euro, da spartire con altri tre giocatori. La parte che gli sarebbe spettata, 50.000 euro, equivaleva a tutto l'ingaggio annuale con il Gubbio.
Farina rifiuta la combine e denuncia il tentativo di corruzione. Grazie a lui scatta il secondo tempo dell'Operazione Last Bet, più nota come Calcioscommesse. Prandelli lo convoca in Nazionale a titolo onorifico, Blatter lo invita addirittura alla cerimonia di premiazione del Ballon d'Or e lo nomina ambasciatore FIFA per il fair play.
Lui invece, che non ama riflettori e celebrità, dice: “Mi trovo in un momento di grande difficoltà: forse è la sfida più difficile della mia carriera. Non ho mai amato la ribalta. Del resto, pur essendo di Roma, vivo a Gubbio perché preferisco una vita semplice, l’intimità. Ora ho bisogno di silenzio e di essere protetto, tutto ciò che si dice di me non mi interessa. So solo di aver fatto la cosa giusta”
Ieri il Gubbio lo ha "congedato". Simone Farina continuerà la sua limpida carriera sportiva altrove: è stato chiamato dall'Aston Villa per insegnare il fair play ai giocatori della plurititolata celebre squadra di Birmingham.
Ha fatto solo "la cosa giusta", il suo dovere, una cosa normale, quasi ovvia. Eppure il Gubbio non gli ha rinnovato il contratto. Certo, adesso ne ha uno migliore, ma non come giocatore: come dirigente esperto di "fair play", che è poi il gioco corretto, il banale rispetto delle regole di comportamento. I giornali inglesi lo battezzano "Mister Clean". Diventa insomma - suo malgrado - un eroe. Ma è un eroe forzato, ed è preoccupante che chi fa solo il suo dovere di cittadino venga subito classificato come "eroe". Questo significa che l'etica pubblica ha toccato livelli preoccupanti: già fare il proprio dovere implica l'eroismo del combattente che sfida la morte. Non a caso Farina, appena scoppiato il caso, disse di aver bisogno di essere protetto, neanche fosse un pentito della 'ndrangheta. Ma in Italia oggi il "fare la cosa giusta" è diventato proprio questo: un atto di eroismo da segnalare agli onori delle cronache, da mettere sotto i riflettori, anche se chi ci finisce non ne aveva alcuna intenzione. In tal modo si innesca un meccanismo perverso: si addita subito con soddisfazione chi denuncia e segnala il malaffare come un arrivista in cerca di fama e pubblicità, come è capitato a quello che è diventato il più famoso di tutti i parresiasti (da parrhesia, il dovere morale di dire la verità), Roberto Saviano. Dà fastidio, ha detto Saviano, il fatto stesso di dirla questa verità e quindi di "esporsi", perché "chi si espone dimostra che si può essere diversi, che si può scrivere senza compromesso, che si può vivere senza dover sempre mediare sulle cose importanti - e questa cosa mette in difficoltà, perché è come se facessi sentire sporchi tutti gli altri".
Come forse pochi sanno don Luigi Ciotti da anni gira con la scorta: un sacerdote che aiuta i poveri e i deboli, che combatte le mafie (come dovrebbe fare chiunque) vive scortato dai poliziotti. E questo non scandalizza più nessuno: siamo più vicini ai livelli di legalità del Messico e della Colombia che a quelli europei.
Ha scritto Massimo Gramellini: "Eppure c’è qualcosa di stonato. Non in Farina, che sembra anzi il più imbarazzato di tutti. Ma in coloro che lo esaltano come un essere sovrumano, con ciò ammettendo implicitamente che i comportamenti onesti non rappresentano più la normalità, ma l’eccezione. Di questo passo cominceremo a premiare il politico che non ruba, lo sportivo che non si dopa, l’impiegato che non si mette in mutua per andare a fare la spesa, il cassiere del bar che strimpella sinfonie di scontrini, l’automobilista che si arresta davanti alle strisce, il genitore che dà ragione all’insegnante invece che al pargolo, il banchiere che presta soldi a un giovane promettente invece che a un altro banchiere".

19 agosto 2012

Avere undici anni. In Bangladesh

Che cos'è la vita di un'adolescente? Per qualche famiglia povera del Bangladesh è una risorsa lavorativa. "Fanciulle di undici-dodici anni vittime di stupri quotidiani. Ragazzine che ogni giorno si accoppiano con cinque-sei uomini diversi per qualche soldo da portare a casa, a sostegno del magro bilancio familiare" scrive oggi Ettore Mo del Corriere in un reportage da Faridpur. Il Bangladesh ha 156 milioni di abitanti, con una densità spaventosa (più di 1000 abitanti per kmq: è metà dell'Italia e ha il triplo degli abitanti) e agli ultimi posti per sviluppo umano (146°, l'ultimo è il Congo, 187°).
In questa situazione forse qualcuno - purtroppo - non si stupirà né si rattristerà per questo reportage che racconta come la più grande industria di questo povero paese sia la prostituzione, e per questo video che racconta l'uso delle cow pills (l'Oradexon, cioè uno steroide) da parte di queste ragazzine per sembrare più grandi e formose. E non si rattristerà né tanto meno si indignerà perché forse saprà che "fornitrici della manodopera locale sono per lo più le famiglie dei contadini ridotti in miseria che vendono le figlie per soli 20 mila taka (circa 245 dollari)". Non si chiederà che cosa ha ridotto alla miseria e quindi alla disperazione quei contadini, che cosa li sta rovinando a questo punto. Forse penserà che in quei posti le donne non sono rispettate e che è un problema di cultura, come nel caso della ragazzina macedone tredicenne venduta per 3.000 euro dalla madre (caso accaduto a Marghera).
Sì, forse è un problema di cultura. Ignoriamo perché accade tutto questo perché stiamo meglio così.



25 luglio 2012

Psicologia sociale: effetto di Dunning-Kruger

Come fanno i profili di Twitter che seguiamo a mostrarsi sempre così competenti? Si tratti di geofisica, nazionale di calcio, spending review, carte nautiche, procedura penale o diritto costituzionale, di volta in volta la nostra timeline si riempie di profondi conoscitori del settore. Possibile che ci siano così tanti esperti e siano tutti tra i nostri following? No.
Il fenomeno si potrebbe spiegare con il cosiddetto «effetto di Dunning-Kruger». Risultato di uno studio di psicologia sociale diventato ormai un classico: Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessment, una ricerca condotta nel 1999 da David Dunning e Justin Kruger della Cornell University. In che cosa consiste l’effetto? «Tendiamo ad avere un’opinione alta nelle nostre abilità in molti domini, intellettuali e sociali. Sovrastimiamo le nostre capacità e la nostra incompetenza si estende fino alla mancanza dell’abilità metacognitiva di rendercene conto». In altre parole: chi è incompetente non sa di esserlo. Pensiamo spesso di saperla lunga. Al punto che non ci rendiamo conto di non saperne affatto.
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