16 settembre 2009

Per Sanaa, per Hina

Si torna sempre sulle stesse cose (o, "alla Musil": le stesse cose ritornano). Il recente caso di Sanaa Dafani, la ragazza marocchina diciottenne assassinata dal padre probabilmente perché non accettava la sua convivenza con un ragazzo italiano (ma non è chiaro se non accettasse il fatto della convivenza o il fatto che il convivente fosse un italiano), riporta al centro della riflessione filosofica e sociale la difficile condizione femminile e la questione della violenza di genere. I media hanno già pronta l'analogia con il "caso" di Hina Saleem, la ragazza di origini pakistane assassinata dal clan familiare nel bresciano perché voleva vivere "all'occidentale", contro il parere dei suoi congiunti.
Di questi temi avevo già parlato in Condizioni Umane, avviando anche con i miei studenti di scienze sociali un dibattito a partire da un articolo di Kureishi e dal libro di Susan Moller Okin Diritti delle donne e multiculturalismo, e in particolare sul saggio "Il multiculturalismo fa male alle donne?". La Okin incalza le donne e in particolare i movimenti per i diritti delle donne a porsi questa domanda: chi paga il conto dell'integrazione culturale? E la risposta purtroppo è sempre la stessa: lo pagano le fasce più deboli in ogni settore del mosaico culturale, ovvero i bambini o, come in questo caso, le giovani donne. Questo perché i bambini, in quanto soggetti al processo di socializzazione e le donne, in quanto principali responsabili della riproduzione materiale del gruppo, sono in realtà i veri soggetti forti di ogni comunità. Bambini e donne rappresentano la speranza, il futuro, la possibilità di rigenerazione, ma, al tempo stesso, anche la conservazione e la tradizione. Perciò essi sono rivendicati come "proprietà", quindi spesso con furore dalla comunità di appartenenza, la quale invoca ogni volta parole come identità, tradizione, cultura per giustificare tale esclusiva proprietaria.
Il fatto è che ogni cultura, ogni rivendicazione identitaria, ogni gesto con cui si rivendica l'appartenenza a una comunità è potenzialmente violento e generatore di violenza. Come scrive Francesco Remotti in Contro l'identità "l'identità non inerisce all'essenza di un oggetto; dipende invece dalle nostre decisioni" (Contro l'identità, p. 5). Non solo in una società moderna (come fanno credere i comunitaristi) ma in qualsiasi società noi decidiamo quale identità avere: essa non è un'essenza fissata una volta per tutte. Noi organizziamo la nostra identità, la costruiamo e la decostruiamo, la inventiamo e la reinventiamo, la formiamo e la deformiamo continuamente. Non si tratta di cedere a un facile convenzionalismo (come fanno molti antropologi e anche lo stesso Remotti) o, come si dice oggi spesso a sproposito, a un confortevole relativismo culturale, per cui ciascuno costruisce o decostruisce il proprio sé ritagliandoselo fra circostanze, occasioni, situazioni, opportunità (una sorta di sé poliforme o informe, ovvero "liquido", per usare la terminologia ormai un po' logora di Bauman). Il fatto che non si vuole accettare è che l'identità è un processo, è fondamentalmente relazione all'altro e capacità di riconoscimento. Nessuna cultura, nessuna concezione comunitaria che si chiuda in se stessa potrà mai eliminare questa sorta di "fatto della differenza". E se vuole eliminarlo, l'unico mezzo di cui potrà disporre sarà la violenza, il terrore, l'umiliazione, di cui Sanaa e Hina sono purtroppo solo i casi più eclatanti, perché donne, perché giovani, perché "integrate", dunque vittime predestinate di quell'ossessione identitaria e di quell'ideologia rabbiosa del possesso esclusivo alla quale non è estranea nessuna "tradizione". Lo sforzo che bisogna fare per evitare il ripetersi di casi come questi è spezzare quell'ossessione e quell'ideologia, non solo con gli strumenti repressivi del diritto, ma anche con il dialogo, il confronto, la ricostituzione di un tessuto di norme e di valori. Affinché un padre (o un marito) non debba più sentirsi perduto, "gettato" in una situazione anomica, senza più punti di riferimento, se perde l'affetto (o la devozione incondizionata) di una figlia (o di una moglie); affinché una figlia (o una moglie) non debba più temere per la propria vita in conseguenza delle sue libere scelte individuali, affinché insomma ciascuno possa sentirsi un individuo accettato, compreso, amato anche e soprattutto per le sue scelte, per quell'identità che ci costruiamo insieme agli altri.
Per approfondire:
- La figlia uccisa perché conviveva con un italiano (Corriere);
- Il dramma della madre di Sanaa (Gazzettino);
- Il padre padrone (Repubblica);
- Sanaa come Hina, due vite stroncate (Sky);
- Il ministro Carfagna si costituisce parte civile nel processo per l'omicidio di Sanaa (Ansa).

01 settembre 2009

Addio alle scienze sociali

Addio alle scienze sociali, alla sociologia, all'antropologia culturale, alla metodologia della ricerca. Le materie più innovative insegnate nell'ultimo decennio nei licei italiani scompaiono, con la riforma voluta dal ministro Gelmini, dai programmi del nuovo Liceo delle scienze umane di cui per ora si conosce il profilo orario unicamente attraverso le bozze dei nuovi regolamenti di istituzione. In ogni caso, dal prossimo anno scolastico entreranno in vigore i nuovi licei che cancelleranno le sperimentazioni e i programmi Brocca, in particolare il liceo socio-psico-pedagogico e il liceo delle scienze sociali, entrambi sostituiti da un Liceo delle scienze umane al cui interno gli istituti potranno attivare un'opzione "economico-sociale".
Gli attuali insegnanti di "Filosofia, psicologia e scienze dell'educazione" (classe di concorso A036) non insegneranno più Filosofia in questi licei: essa viene infatti assegnata (insieme a Storia) agli attuali docenti di Filosofia e Storia (classe di concorso A037).
Al momento il ministero deve ancora chiarire nello specifico quali saranno gli obiettivi dell'insegnamento di "Scienze umane": ma già fin d'ora si sa che la perdita di ore per la materia d'indirizzo sarà molto elevata ("Scienze umane" si insegnerà infatti per sole 12 ore nell'arco dell'intero quinquennio) e comporterà la sparizione dell'insegnamento di pedagogia, sociologia e psicologia come materie autonome (anche se saranno riattivabili se "opzionate" dagli alunni che vorranno fare ore extra rispetto al monte ore, previsto in 27 per il biennio e 30 per il triennio). Allo stesso modo sono destinate a scomparire materie come "Laboratorio di scienze sociali", insegnate nell'attuale Liceo delle scienze sociali, nonché le compresenze (di solito filosofia/scienze sociali e storia/diritto).
Una simile riforma sembra quindi giustificata soprattutto da esigenze di razionalizzazione della spesa anziché da autentiche ragioni didattiche e pedagogiche. Ma questo comporterà la perdita (oltre che di posti di lavoro!) di un patrimonio di conoscenza che si era consolidato nel corso degli negli anni, come dimostrano i numerosi siti afferenti alla rete delle scienze sociali (come ad esempio Passaggi).
Per un'informazione dettagliata e più tecnica sui cambiamenti che stanno per essere introdotti è di grande utilità il sito tematico dedicato al nuovo Liceo delle scienze umane: http://liceoscienzeumane.blogspot.com/

28 luglio 2009

Lo stato di salute della democrazia e l'incapacità di provare vergogna

di Gianfranco Carofiglio

Un sintomo del grado di sviluppo della democrazia e in generale della qualità della vita pubblica si può desumere dallo stato di salute delle parole, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare. Dal senso che riescono a generare. Oggi, nel nostro paese, lo stato di salute delle parole è preoccupante. Stiamo assistendo a un processo patologico di conversione del linguaggio a un'ideologia dominante attraverso l'occupazione della lingua...

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Repubblica.it, 28 luglio 2009

01 luglio 2009

Nuova biblioteca di scienze umane

Roberto Infrasca
La cultura dell'impersonalità
Roma, MaGi 2009
272 pp.
Gli scenari socioculturali degli ultimi due decenni, l’epoca «postmoderna», hanno prodotto – a livello micro e macro-sociale – rilevanti modificazioni nel modello psicologico, cognitivo e comportamentale dell'individuo.
Tali trasformazioni hanno introdotto modalità culturali, concettuali, relazionali ed esistenziali che rappresentano un fenomeno sconosciuto e preoccupante: le relazioni umane assomigliano sempre più a quelle elaborate e indotte da criteri automatici e commerciali, mentre le persone basano la propria sicurezza tenendosi vicino alla moltitudine, alle regole, valori e comportamenti impersonali, veicolati incessantemente dai mass-media e adottati largamente dalla società. Il sotteso vuoto comunicativo rispecchia l’arresto della maturazione intrapsichica e interpersonale dell’uomo il quale, nel tentativo di avvicinarsi agli altri, rimane disperatamente solo.
Attento e appassionato studioso delle problematiche dello sviluppo psicologico della persona, l’autore rende evidenti in modo limpido i grandi problemi della vita quotidiana delle persone. La sua analisi è volta a evidenziare i fattori e i fenomeni che hanno originato e organizzato la struttura sociale, culturale e psico-comportamentale dell'entità qui definita «uomo postmoderno».
Roberto Infrasca, psicoterapeuta, svolge la sua attività professionale presso l’Unità Operativa di Psichiatria della asl 5 di La Spezia. Docente di Psicologia clinica all’Università di Genova, è autore dei volumi: Il linguaggio silenzioso, La dimensione adolescenziale: un progetto tra dipendenza e autonomia, Donne e depressione e, per i tipi delle Edizioni Magi, Anoressia e conflitto sessuale, Dall’infanzia alla depressione, Accadimenti nell’infanzia e psicopatologia dell’adulto, DAP: Inquadramento psicopatologico e approccio psicoterapeutico nel Disturbo da Attacchi di Panico.
Fonte: Edizioni Magi

29 giugno 2009

Biblioteca antirazzista - L'identità etnica

Ugo Fabietti
L'identità etnica
Roma, Carocci
184 pp.
Cos’è l’identità etnica? È un "dato naturale", che accomuna gli individui con la stessa origine, la stessa lingua, la stessa religione’ È una dimensione propria di tutte le società e di tutte le epoche oppure, diversamente, è un aspetto peculiare delle forme di esistenza "primitiva" o, comunque, pre-moderna? L’identità etnica può forse essere considerata il prodotto di circostanze contigenti? E ancora, in che senso si può parlare di "memoria" etnica’ Che ruolo essa riveste nel contesto di un mondo politicamente diviso, ma attraversato dai potenti flussi della tecnologia? A queste domande il libro suggerisce una risposta, disegnando un percorso in cui la chiarificazione dei concetti non vuole disgiungersi dalla concreta molteplicità dei fenomeni studiati.Mediante un’analisi della nozione di identità etnica e di quella, ad essa correlata, di "autenticità culturale", viene così presentata un’ampia costellazione di idee che, assai spesso, vivono immerse nei luoghi comuni del linguaggio quotidiano, della politica, dei mass media e della stessa antropologia.Proprio in questa prospettiva, e avvalendosi di alcuni esemplari "casi etnografici", il libro si sofferma sui nessi esistenti tra gli "etnicismi" che serpeggiano in tutte le regioni del pianeta: il tribalismo africano, la lotta per il riconoscimento da parte delle minoranze indiane, il neorazzismo, il multiculturalismo ingenuo o esasperato.Un libro per chiunque voglia interrogarsi criticamente su una delle parole chiave del nostro tempo.
Fonte: Carocci editore

Biblioteca antirazzista - Razza e storia, Razza e cultura

Claude Lévi-Strauss
Razza e storia
Razza e cultura

Torino, Einaudi pbe 2002
116 pp.
Scritti a distanza di circa vent'anni l'uno dall'altro, Razza e storia (1952) e Razza e cultura (1971) rappresentano una pietra miliare della riflessione antropologica e vanno considerati ancora oggi alla stregua di un piccolo manifesto antirazzista.
Nel loro insieme i due saggi propongono gli aspetti inscindibili di una medesima riflessione: quella relativa ai mondi sommersi, e quella sul mondo che ci circonda. Illustrando tutta l'ambiguità di parole chiave quali senso del progresso, civiltà, differenza razziale, etnocentrismo, il grande antropologo francese denuncia la gratuità, ma anche la straordinaria forza di seduzione, dei pregiudizi e luoghi comuni che alimentano ogni idea di identità culturale e qualsiasi rapporto con il diverso-disuguale, riaffermando il legittimo diritto all'esistenza di qualsiasi cultura. Il relativismo culturale lévi-straussiano non considera infatti le civiltà come universi chiusi: «L'unica tara che possa affliggere un gruppo umano e impedirgli di realizzare in pieno la propria natura è quella di essere solo».
Fonte: Casa editrice Einaudi

Biblioteca antirazzista - Il razzismo in Europa

George L. Mosse
Il razzismo in Europa. Dalle origini all'olocausto (1978)
Roma-Bari, Laterza 1985 e 2008
302 pp.
"Tutti i razzisti si attenevano a un certo concetto di bellezza, quella bianca, classica, ai valori tipici della classe media, cioè il lavoro, la moderazione, l'onore, e tutti pensavano che questi valori si rivelassero tramite l'aspetto esteriore... Il razzismo assegnava a ciascun individuo un ben preciso posto nel mondo, dando di ognuno, in quanto persona, una definizione e fornendogli, con una chiara separazione tra razze 'buone' e razze 'cattive', un'interpretazione dello sconcertante mondo moderno nel quale viveva... L'osservazione del male dimostra come l'aspirazione dell'uomo a un mondo felice e sano possa essere piegata a una conclusione in origine assolutamente imprevista, ma tuttavia implicita a quel determinato mito".

Biblioteca antirazzista - La macchia della razza

Marco Aime
La macchia della razza. Lettera alle vittime della paura e dell'intolleranza
Milano, Ponte alle Grazie 2009
96 pp.
Dragan è un bambino. Un bambino rom. Bisogna schedarlo, prendergli le impronte. Come a tutti gli stranieri che invadono il nostro paese e le nostre città. Il razzismo non c’entra. È che bisogna tenerli sotto controllo, rispedirli a casa prima che ci infastidiscano ai semafori, rubino nelle nostre case, stuprino le nostre donne. Perché la nuova parola d’ordine dei nostri politici, da destra a sinistra, è «sicurezza». Non c’è quotidiano o telegiornale che non tenga a specificare la nazionalità o l’etnia del criminale di turno – rumeno, albanese, marocchino – quando invece andrebbero ricordate le vittime più recenti dell’immigrazione clandestina e del razzismo strisciante nel nostro paese.
Eppure noi italiani, «brava gente», qualche decennio fa eravamo proprio come «quelli lì», guardati con sospetto, maltrattati, offesi, quando cercavamo lavoro e fortuna all’estero. La storia non ci ha insegnato proprio nulla, sembra dirci Marco Aime, e allora certe cose bisogna ripeterle, e ripeterle ancora, perché la macchia della razza scolori, per poi un giorno sparire per sempre.
Fonte: Casa editrice Ponte Alle Grazie

Biblioteca antirazzista - Regole e roghi

Annamaria Rivera
Regole e roghi. Metamorfosi del razzismo
Bari, Dedalo 2009
264 pp.
Passione civile e rigore intellettuale rendono compatta questa raccolta di articoli, preceduta e aggiornata da un ampio saggio sul razzismo «nell’epoca della sua riproducibilità mediatica», che si sofferma soprattutto sul caso italiano. Scritti nell’ultimo decennio per quotidiani e periodici, gli articoli, pur affrontando temi svariati, ruotano tutti intorno alla questione della realtà e delle rappresentazioni dei migranti e delle minoranze nelle società europee. Uno dei meriti della raccolta è di mostrare le tappe e lo sviluppo di tendenze oggi del tutto palesi: la manipolazione politica e mediatica di diversità culturali e religiose o di fatti di cronaca in funzione anti-immigrati e anti-rom; l’uso demagogico del tema della sicurezza e la strategia del capro espiatorio; il riemergere di forme di antisemitismo; la dialettica perversa fra il razzismo «democratico» e quello senza aggettivi. Il tema adombrato nel titolo coincide con la tesi principale del volume: il razzismo istituzionale, veicolato e rafforzato dal sistema mediatico, alimenta la xenofobia popolare e se ne serve per legittimarsi. Questo circolo vizioso, utile a deviare le ansie collettive e a catturare consenso, tende a ridurre migranti e minoranze a «nuda vita».
Fonte: Edizioni Dedalo

Il sogno segreto



Il sogno segreto

dei corvi di Orvieto
è mettere a morte
i corvi di Orte.

Toti Scialoja

23 giugno 2009

Il suonatore Petru


Nel suo Saggio sulla violenza, il sociologo tedesco Wolfgang Sofsky sostiene che da sempre "gli uomini distruggono e uccidono volentieri e con naturalezza. La loro cultura li aiuta a dare forma e figura a questa potenzialità".
Di fronte al male l'uomo ha storicamente assunto tre prospettive:
- la prospettiva dello spettatore distaccato;
- la prospettiva dello spettatore interessato;
- la prospettiva dello spettatore entusiasta.
Lo psicologo sociale Adriano Zamperini, nel suo pregevole Psicologia dell'inerzia e della solidarietà spiega in questi termini la forza dell'inerzia che governa l'atteggiamento del primo tipo di spettatore:
- non vuole essere coivolto negli avvenimenti;
- rivolge altrove lo sguardo per non vedere quello che sta accadendo;
- cerca di mantenere inalterata la distanza che lo separa dalla vittima;
- razionalizza prontamente, rinforzando la cognizione a scapito delle emozioni, del sentire.
Fra le varie reazioni all'episodio a cui fa riferimento questo post e che ha avuto una certa eco mediatica (l'atroce video dell'uccisione del musicista rom Petru Birlandeanedu è ormai anche su YouTube) ce n'era una che diceva: tutti fanno gli eroi, i paladini della giustizia, davanti allo schermo della tv o del pc e condannano l'indifferenza e la disumanità dei passanti, se non addirittura della città di Napoli in quanto tale, dove nessuno ha prestato soccorso a un uomo morente o a sua moglie disperata. Ma voi cosa avreste fatto? Siete sicuri che non avreste fatto lo stesso, cioè che non sareste anche voi passati sopra il corpo di quell'uomo per prendere la vostra corsa e nascondervi a casa vostra?
Anche questo ragionamento, tuttavia, è frutto di quella che gli psicologi oggi chiamano la "mentalità dello spettatore", subito pronta a razionalizzare e a giustificare-assolvere comportamenti omissivi e colposi, ma non ad andare più in là usando la ragione. Ad esempio, non ci si chiede se il grado di coinvolgimento in una certa rappresentazione sociale della realtà non abbia una qualche influenza su come poi ci si comporta in quella realtà. In altri termini, una volta che le persone hanno accettato che "non ci si può fare niente", il mondo diventa sempre di più un inferno senza via d'uscita. Se nessuno è disposto a rischiare qualcosa per opporsi al potere dei violenti, razzisti o camorristi che siano, questi hanno già vinto. Potranno andare in giro a sparare in bocca ai nostri figli e noi correremo a timbrare il biglietto della metro.


Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

10 maggio 2009

E tre

Carrozze metro riservate alle donne «di qualsiasi età» e posti riservati «ai milanesi per bene di qualunque razza e colore». È quello che «fra dieci anni saremo costretti a chiedere», afferma Matteo Salvini, se la situazione sicurezza sui trasporti pubblici meneghini continua così. «Saremo costretti a chiedere che le prime due carrozze siano riservate alle donne, e poi anche posti ai milanesi di qualsiasi razza e colore».

(prosegue su Lastampa.it)

E due

Neonazisti irrompono alla commemorazione di Mauthausen

Un gruppo di neonazisti incappucciati ha urlato 'Heil Hitler' alla cerimonia in ricordo della liberazione del campo di concentramento di Mauthausen

L'Austria si è macchiata oggi di un altro episodio di antisemitismo: un gruppo di neonazisti incappucciati ha fatto irruzione alla cerimonia per la commemorazione della liberazione del campo di concentramento di Mauthausen gridando 'Heil Hitler'.

Circa 7.000 persone hanno partecipato oggi ad un'altra cerimonia organizzata al campo principale di Mauthausen, alla presenza del presidente della Repubblica austriaca, Heinz Fischer, e rappresentanti di diverse comunita' religiose.

(Rainews24.it, 10 maggio 2009)

E uno

L'albergatore ha motivato il no alla prenotazione con il fatto che in passato aveva avuto "cattive esperienze". La vicenda riportata da un quotidiano locale

Tirolo, albergo rifiuta famiglia ebrea
Il turista: "Mai più in questo posto di razzisti"

VIENNA - Un episodio di discriminazione si è verificato in Austria, in una località turistica del Tirolo. Un albergo di Serfaus non ha accettato la prenotazione di una famiglia ebrea di Vienna motivando il rifiuto, nella email di risposta alla richiesta di prenotazione, con le "cattive esperienze" avute in passato con ospiti ebrei.

E' il quotidiano Tiroler Tageszeitung a raccontare la vicenda, che vede protagonista un residence del paesino che, negli anni recenti, è diventato una meta turistica per le famiglie ortodosse ebree, con diversi alberghi che offrono cucina kosher.

Prevedibile il commento della locale comunità ebraica: "E' terribile", ha dettoil presidente Esther Fritsch. Indignazione anche da altri operatori del settore. La proprietaria di un altro albergo, Petra Micheluzzi, ha affermato che un incidente del genere rischia di compromettere il lavoro fatto nel settore turistico in tanti anni.

Il turista, padre di cinque figli, che si è visto rifiutare la prenotazione, ha detto al giornale austriaco che non intende trascorrere le vacanze "in questo posto di razzisti". "Informerò i miei amici di quello che succede in Tirolo", ha detto, senza rivelare il suo nome.

(Repubblica.it, 10 maggio 2009)