27 gennaio 2010

La giornata della memoria: Besa, un codice d'onore

In occasione della Giornata della Memoria il Museo Ebraico di Bologna (come già il Museo ebraico Carlo e Vera Wagner di Trieste) dedica una mostra realizzata dallo Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto di Gerusalemme, al Codice d'onore albanese, il "Besa", in ricordo degli albanesi che salvarono migliaia di ebrei dalla Shoah.
Nei rispettivi siti dei musei è presente un'interessante ricostruzione di questa vicenda, davvero poco nota ai più e che merita di essere conosciuta. In Albania, paese a stragrande maggioranza musulmana, vivevano infatti appena qualche centinaio di ebrei su circa 800mila abitanti. Ma dopo il 1933, anno dell'ascesa di Hitler al cancellierato in Germania, l'Albania diede ospitalità e protezione a un migliaio di profughi ebrei provenienti non solo dalla Germania, ma anche dai paesi che stavano subendo o stavano per subire l'invasione delle truppe tedesche (Austria, Serbia, Grecia), mentre ovunque negli altri paesi europei si applicavano leggi razziali con la complicità o semplicemente nel silenzio della maggioranza dei cittadini.
L'Albania invece accolse i richiedenti asilo e si rifiutò di consegnare ai nazi-fascisti gli elenchi con i nomi degli ebrei che vivevano nel paese. Non solo, ma molte agenzie governative assicurarono a molti ebrei rifugiati documenti falsi che permisero loro di "mimetizzarsi" fra la popolazione albanese. Va ricordato che l'Albania dal 1939 era sotto l'occupazione italiana e che nel 1938 in Italia - e quindi anche in tutti i territori del suo "impero" - erano entrate in vigore le leggi razziali fasciste. Quindi essere cittadino albanese ed ebreo significava la deportazione nei campi di sterminio nazisti.
"Besa", si legge nella presentazione della mostra bolognese, "è una nobile promessa morale vincolata da scelte basate su un alto senso dell'onore e della giustizia umana. È un concetto che si stabilisce sull'antico codice albanese della virtù che impegna ogni albanese a prestare aiuto a chiunque si trovi in situazioni di necessità a prescindere dal suo status culturale, religioso, etnico, sociale, di età, ecc.". Come ha detto il figlio della famiglia albanese Vasheli, onorata dallo Yad Vashem del titolo di Giusti fra le nazioni per aver salvato molti ebrei, “la nostra casa è prima la casa di Dio, poi la casa dell’ospite, infine la casa della famiglia. Il Corano ci insegna che tutte le persone – ebrei, cristiani, musulmani – sono sotto un solo Dio”.
"Il concetto stesso di “Besa” - si legge ancora nel sito - non ha molto a che fare con la religione in sé poiché le virtù del coraggio, della compassione, dell’onore, della tolleranza e del sacrificio, che caratterizzano il codice d’onore albanese, in realtà sono all’origine dei valori caratteristici della storia di tutti gli albanesi. 'Besa' è radicato nel codice di comportamento albanese detto Kanun, un insieme di norme che sono state codificate per la prima volta dal principe Leke Dukagjini, intorno alla fine del XV secolo. Dukagjini era un amico e compagno di lotta del grande eroe albanese Gjergij Kastrioti detto 'Skanderberg' [in italiano noto come Giorgio Castriota Scanderberg] che combattè fieramente fino al 1468 per difendere l'Albania e l'Europa dall'invasione dei Turchi Ottomani".

25 gennaio 2010

Mandiamoli a casa!


Dal sito Vibrisse di Giulio Mozzi, un documento ideato da Andrea Civati con la collaborazione di Giuseppe Civati, Ilda Curti, Ernesto Ruffini, Roberto Tricarico. "Mandiamoli a casa!" è un repertorio di luoghi comuni, stereotipi, pregiudizi e credenze varie sull'immigrazione in Italia, puntualmente smontati in base a dati oggettivi tratti da fonti istituzionali (Istat, Censis, Banca d'Italia, Ministeri, Assessorati, ecc.). Certo, non è facile smontare credenze e costrutti mentali "rigidi" come i pregiudizi etnici con dati e tabelle, perché convinzioni simili sono notoriamente impermeabili ad argomenti razionali. Tuttavia la documentazione riportata è utile a chiunque voglia sapere con maggiore esattezza come stanno le cose a proposito degli stranieri in Italia. Ne cito alcune, per invogliare alla lettura del PDF:
- gli stranieri in Italia sono meno di cinque milioni e la comunità più numerosa è quella rumena (cittadini europei): quindi in maggioranza cristiani, e non musulmani;
- la maggior parte dei clandestini sono non africani ma asiatici; clandestini non si nasce ma si diventa ;
- a differenza di quanto si pensa in moltissimi paesi islamici sono presenti chiese cattoliche. L'unico paese in cui è espressamente vietata la costruzione di chiese è l'Arabia Saudita;
- il 72% dei lavoratori stranieri svolge lavori manuali e poco specializzati e solo il 27% lavora in ambiti più qualificati, mentre fra gli italiani solo il 37% svolge mansioni manuali;
- non è possibile istituire un nesso causale tra aumento della criminalità e flussi migratori: la forte presenza di immigrati nelle carceri è dovuta anche alla non applicazione delle misure alternative.
Ci sono molte altre cose utili, ma le lascio alla lettura degli interessati.

12 gennaio 2010

Blacks out, un giorno senza immigrati

Un giorno accadrà.
Succederà, prima o poi, come nel fantaromanzo di Vladimiro Polchi.
Cantieri fermi, fabbriche chiuse, mercati vuoti. Operai, braccianti, raccoglitori, regolari o in nero, hanno detto basta.
Vecchi che si lamentano perché le badanti ucraine o russe hanno incrociato le braccia, hanno detto basta anche loro.
Consegne non effettuate dai corrieri o camionisti extracomunitari, stufi di turni massacranti a consegnare merce e pacchi vari ordinati su internet.
Messe non celebrate da parroci di origine latinoamericana.
Giocatori di calcio, basket, rugby che si rifiutano di scendere in campo, stufi dei cori razzisti. E magari anche i bambini e i ragazzi italiani con la pelle di un altro colore, che parlano tre lingue e conoscono in modo ancora imperfetto l'italiano, lingua non facile da apprendere nemmeno per gli autoctoni, e che finiranno in qualche classe differenziale, perché rallentano il programma.
Stufi, tutti, di sentirsi dire che sono un "peso", un "problema", un "rischio", un "fattore di insicurezza", che "non rispettano le regole", che "non rispettano i nostri valori" o, semplicemente, che sono "troppi" e che devono "tornare da dove sono venuti".
Jenner Meletti ne parla oggi su Repubblica, qui. L'eterna guerra contro l'altro, l'altro come rischio, minaccia, paura. Ma anche l'altro che consente agli individui incapaci di far valere meglio la propria rabbia e di renderla produttiva per un cambiamento di ciò che li rende rabbiosi e risentiti, magari perché non vengono trattati da cittadini ma da sudditi da istituzioni latitanti, o da meri ingranaggi nel meccanismo della produzione.
Quello che è successo in questi giorni a Rosarno è un segnale d'allarme molto forte, non solo delle tensioni che stanno esplodendo tra italiani e immigrati, ma anche di un degrado che minaccia, attraverso l'umiliazione di quei diseredati, anche chi sta "alla finestra" illudendosi che tanto lui non ne verrà toccato.

07 gennaio 2010

Qualcosa che brucia

Venezia, notte del 3 gennaio 2010, nei pressi della Basilica dei Frari, corte Badoer.
Marino, un signore di 61 anni senza fissa dimora, che vive di piccoli lavoretti e di notte dorme in un giaciglio di cartone in quella corte, ha un diverbio con un gruppo se non addirittura una "gang" di ragazzi e ragazze, forse dediti alla microcriminalità. Al suo giaciglio viene dato fuoco. Marino riesce a spegnere da solo le fiamme e resta illeso. Avrebbe potuto andare peggio, come nel caso del clochard di Rimini che rischiò di restare arso vivo a causa delle fiamme appicategli mentre dormiva su una panchina nella notte fra il 10 e l'11 novembre 2008. In quel caso, è qualcosa che brucia sapere che gli autori non erano dei balordi, ma quattro giovani "normali", un barista (20 anni), uno studente (20 anni), un elettricista (19 anni) e un perito chimico (19 anni): autori del gesto "per noia", come nelle storie del lancio di oggetti dai cavalcavia sulle autostrade. «Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco... Gli ho buttato addosso tutta la benzina che avevo. Lui non fiatava, dormiva».
Bruciare i poveracci che non si possono difendere è diventato uno sport molto praticato in Italia. Molti tentano diagnosi, interpretazioni, lanciano allarmi, danno valutazioni e giudizi.
Il politico: "E' un episodio molto grave, che deve farci riflettere, e ci costringe a una seria riflessione sul clima che si sta instaurando anche a Venezia".
Il poliziotto: "Abbiamo a che fare con dei ragazzini che per dimostrare qualcosa ai coetanei arrivano al limite compiendo atti vergognosi".
Il sociologo: "Questo atto è il frutto di una cultura dell'odio che individua nei diversi, nei reietti, un nemico da denigrare fino all'insulto e alla mortificazione".
Il prete: "Sono degli imbecilli".
Il cardinale: "Dietro questo gesto insensato c'è la noia in cui vivono molti dei nostri ragazzi".
La vicina: "Marino, perché non reagisci?"
Marino: "Se mi ribello fanno peggio".
Brucia l'idea di tolleranza, brucia l'idea che ragazzi e ragazze a 16-17 anni possano odiare così tanto da tentare di dar fuoco a una persona che non aveva fatto loro nulla di male.
Brucia la gioventù (anzi, la tarda adolescenza) nel rancore, nel risentimento, nella rabbia verso chi ormai viene visto come non-persona solo perché dorme su una panchina, avvolto da cartoni, "diverso" perché non condivide stili di vita, modi di essere, strutture di relazione. Come ha scritto C. Donolo in un'interessante analisi sullo stato della società italiana, "il nemico immaginario serve da regolatore morale: se non ci fosse andrebbe tutto bene", "il capro espiatorio è la soluzione facile e a sua volta è l'indice di una sindrome sociopatologica, in cui non ci si prende la responsabilità di nulla" ("non pensavamo di fare niente di male", "volevamo solo divertirci", dissero i giovani di Rimini che diedero fuoco al clochard addormentato su una panchina). Forse il barbone non è nemmeno percepito come nemico, ma è odiato in quanto è qualcuno che non si conforma, che se ne sta da solo, in certo modo autosufficiente e indipendente, nonostante l'interessamento degli operatori sociali. Chi trova la sua forza solo nell'intruppamento e nel gruppo, chi vive di una sorta di cameratismo a ciclo continuo, non può concepire che ci siano persone che vogliono stare sole e che in questa solitudine trovino ragioni per andare avanti in una vita che non ha offerto loro molte soddisfazioni. Nella società della connessione funzionale totale, in cui ciascuno dipende da altri, la dipendenza diventa una sindrome patologica e chi non dipende, chi è difforme o non conforme finisce per essere avvertito come una minaccia, un rischio da esorcizzare con fiamme purificatrici. A questo proposito Donolo ha parlato di un "defezionismo" che caratterizza la società italiana: "il defezionista non rispetta le regole, sa solo usarle a proprio vantaggio, specie se questo vantaggio è coniugato a un danno altrui; il defezionista non solo viola le regole, ma non sa darsene di altre che siano consistenti e compatibili". L'analfabetismo sociale si fonde con quello delle regole ed entrambi con quello che Galimberti chiama "analfabetismo emotivo": e allora è evidente che l'unica emozione che rompe il deserto di senso in cui certi ragazzi (ma non solo) si sentono immersi è dar fuoco a un campo rom piuttosto che a un barbone, le uniche regole sono quelle che vigono dentro il gruppo dei pari, che è poi l'unica dimensione sociale davvero conosciuta, e sperimentata dato che la società con la "s" maiuscola o non esiste, come volevano i neoliberisti, o coincide con il mercato; e nel mercato non c'è solidarietà umana, tolleranza, capacità di relazione con il diverso, ma solo do ut des, equivalenza, convenienza, calcolo. Così, "di quella dimensione sociale" che era il noi condiviso, osserva Galimberti ne L'ospite inquietante, e che in passato si poteva esprimere nella religione, nella politica o nella scuola, oggi "è rimasto solo quel tratto primitivo o quel cascame che è la banda. Solo con gli amici della banda oggi molti dei nostri ragazzi hanno l'impressione di poter dire davvero "noi", e di riconfermarlo in quelle pratiche di bullismo che sempre più caratterizzano i loro comportamenti a scuola. Lo sfondo è quello della violenza sui più deboli" e quando i più deboli non li si trova a scuola, li si va a cercare nelle corti, nei campi dei rom, sulle panchine, ovunque cioè sia osservabile una vita difforme, non-identica, non assimilabile ai meccanismi reificati che hanno alimentato la loro mente sin dall'infanzia, in virtù di una socializzazione prevalentemente televisiva e di un rapporto contrattualizzato con il mondo degli adulti (i "patti formativi" a scuola, le regole contrattate tra genitori e figli...), in cui la relazione all'altro è diventata un do ut des in cui, come scriveva già Ibsen in Casa di bambola, si "perde ogni libertà e bellezza" e soprattutto viene inaridita la relazione intersoggettiva come fonte di affettività, speranza, fiducia, spegnendo la sua capacità di produrre personalità stabili, capaci di seguire e di darsi una regola. Nell'altro che brucia non deve però andare in fumo anche la speranza che solo nei più giovani si possano rinvenire le risorse per spegnere la follia di tali incendi.

14 dicembre 2009

Storia di un cittadino italiano: Pap Khouma

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009?
Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
"Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?".
"Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.

Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...".
L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".

© PAP KHOUMA - Continua su Repubblica.it

Chi è Pap Khouma
Pap Khouma alla Festa del Libro di Torino (2006)
La rivista di letteratura della migrazione El-Ghibli on line diretta da Pap Khouma

04 dicembre 2009

Razzisti? Sì, che male c'è?

Commercianti, editori, proprietari di appartamenti, titolari di pubblici esercizi, imprenditori... Tutti pronti ad assumere "solo italiani", come emerge da un'inchiesta sugli annunci web della redazione milanese di repubblica.it (vedere qui per credere). E secondo una ricerca demoscopica di Demos & Pi per Fondazione Unipolis alla domanda "Gli immigrati sono una minaccia per l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone?" il 37,4% si dichiara d'accordo (era però il 50,7% nei primi mesi del 2008). Si dirà: ognuno ha il diritto di affittare la propria a casa a chi vuole e di assumere chi gli pare. A parte l'ovvia obiezione di discriminazione, in realtà il famoso diritto di essere padrono a casa (o in azienda) propria nasconde un altro interesse, evidenziato dall'inchiesta: poiché nell'offerta di lavoro o di alloggio era richiesto esplicitamente "solo italiani", nel caso in cui il locatario o il datore di lavoro "per gentile concessione" assuma o affitti a uno straniero, la paga e l'affitto vengono calcolati di conseguenza "proprio perché non sono razzista e ti voglio venire incontro". Insomma, un bel trucco per sfruttare i disperati alla ricerca di un tetto sulla testa e di un lavoro per mangiare: dall'inchiesta si apprende infatti che "scrivendo 'solo italiani', il datore lancia un messaggio allo straniero: per avere il posto, devi accettare di essere pagato meno. I casi raccolti da Cgil sono da incubo: lavapiatti cinesi full-time a 500 euro al mese, camerieri nordafricani a 600 euro, commesse moldave che in negozi di abbigliamento guadagnano 750 euro anziché i 1.000 previsti. "Nel caso delle moldave — dice Crippa [responsabile Cgil milanese]— l’annuncio era chiaro: non volevano stranieri. Quindi, facendole lavorare, l’azienda ha fatto loro un favore".
Eppure non sono lontani i tempi in cui in Svizzera fuori dai locali appendevano cartelli (come si ricorderà dal post di Condizioni Umane sulla storia di Alfredo Zardini) con scritto "Eintritt für Italiener verboten!" (ingresso vietato agli italiani), come si può vedere dalla foto qui a fianco, scattata nel 1958 a Saarbrucken, una città tedesca vicino a Strasburgo (© G. A. Stella). Oppure l'ancora più offensivo "Interdit au chiens et au italiens" in Belgio o in Svizzera, quando gli italiani giravano con la valigia di cartone. Il razzismo, come ho già scritto nel post sul nuovo libro di Stella, è un alibi, l'estremo rifugio del sordido interesse alla prepotenza, all'affermazione di sé: l'interesse a far prevalere i propri interessi. Chi tira le banane a Mario Balotelli o ad altri giocatori di colore non ha mai provato sulla sua pelle cosa significa essere discriminati, non ha mai messo piede in un altro paese in cui qualcuno è più bianco di lui, più puro e più a casa propria. E nessuno di loro, andando a lavorare, credo sia accaduto quel che accadde a Gallarate il 16 gennaio 2000 al piastrellista romeno Ion Cazacu, il quale aveva osato chiedere al suo "padroncino" di essere regolarizzato visto che era stato assunto in nero.
A chi ha paura dell'uomo nero, come certi bambini, raccomando di temere di più gli uomini astuti: "
Apri gli occhi pupo, stai attento pupo, non temere l'uomo nero, non temere l'uomo lupo, non temere l'uomo cupo, temi solo l'uomo astuto" (Caparezza).

01 dicembre 2009

L'eterna guerra contro l'altro

Si potrebbe definire una sorta di Gomorra del razzismo, questo ultimo libro di Gian Antonio Stella. Sin dalla prima pagina Stella imposta la questione fondamentale, quella dell'ossessione feticista dell'identità e della deriva xenofoba: "Al centro del mondo", dicono certi vecchi di Rialto, "ghe semo noialtri: i venessiani de Venessia. Al de là del ponte de la Libertà, che porta in terraferma, ghe xè i campagnoli, che i dise de esser venessiani e de parlar venessian, ma no i xè venessiani: i xè campagnoli. Al de là dei campagnoli ghe xè i foresti: comaschi, bergamaschi, canadesi, parigini, polacchi, inglesi, valdostani... Tuti foresti. Al de là dell'Adriatico, sotto Trieste, ghe xè i sciavi: gli slavi. E i xingani: gli zingari. Sotto el Po ghe xè in napo'etani. Più sotto ancora dei napo'etani ghe xè i mori: neri, arabi, meticci... Tutti mori" (G. A. Stella, Negri Froci Giudei & co.. L'eterna guerra contro l'altro, Rizzoli, Milano 2009, p. 11). Nella fine classificazione etnografica dei vecchi veneziani, riportata da Stella, mancavano però quelli che Kowalski, il vecchio operaio patriottico della Ford (impersonato dal grande Clint Eastwood) che si scontra con gli immigrati asiatici in Gran Torino chiama - con poca fantasia - "musi gialli" e che i "venessiani" di cui sopra - con fantasia educata ittologicamente - chiamano invece "i sfogi" (le sogliole, per la faccia gialla e schiacciata). Questi ultimi ricambiano delicatamente il favore ai veneziani e al mondo intero, ritenendosi non al centro dell'orbe terracqueo come i veneziani (o il popolo veneto, o quello padano, o i cristiani, o i musulmani, ecc.), ma nientemeno che "al centro del Cielo e della Terra, dove le forze cosmiche sono in piena armonia" (ibid.).
Chiunque abbia studiato un po' non dico di antropologia culturale ma anche solo di storia (può bastare anche quella delle medie) sa bene che non c'è popolo che non abbia vantato con qualche mito di fondazione la propria origine divina o la propria superiorità biologica. Ci stanno dentro tutti: ebrei, egizi, persiani, indiani, greci, musulmani, cristiani., cinesi, giapponesi, coreani.. In ogni mitologia arcaica, in ogni religione, è presente questa pretesa di avere diritto su una terra, su un luogo, e quindi di essere al centro del mondo a partire da quel luogo, da quell'omphalos (si veda il cap. 3 "L'ombelico del mondo siamo noi. No, noi"). E, al tempo stesso, la paura della "contaminazione" dell'altro. L'altro porta malattie, infetta, si appropria - più o meno lecitamente - di un pezzo di quel luogo in cui "noi" ci riconosciamo, abbiamo le nostre "radici", la nostra "cultura", insomma la nostra "identità". L'altro ci "espropria" del nostro essere noi stessi, ci "tira fuori" dalle nostre belle comunità, entra nelle nostre case (sporca e ammorba i nostri treni con i suoi odori mefitici o con i suoi cibi immondi, fa la pipì - come esecrava Oriana Fallaci - sui muri delle nostre chiese, ruba i nostri beni faticosamente e onestamente accumulati, stupra e ammazza soprattutto le nostre donne...). L'orrore per quella che Borghezio definisce "l'omologazione mondialista" (p. 12) spinge allora a serrare le fila, a stringersi nel locale (significativamente, nel dialetto del mio paese, "locale" stava per "bar, ristorante", oppure per "appartamento"), a mettere la croce sul tricolore e a proporre referendum sui minareti., le moschee, i crocifissi e i veli, per mettere argine al contagio, per paura di essere "contaminati" dall'altro. Il razzismo ha il vantaggio di essere una "ipersoluzione" (Watzlawick), cioè di essere in grado di spiegare tutto, dall'influenza A alla crisi economica, dalle nuove povertà alla violenza sessuale. La purezza come criterio di appropriazione e di definizione culturale è in realtà una mistificazione tautologica: "puro" è solo ciò che ha avuto rapporti con "noi", "noi" è l'unico criterio per stabilire ciò che è "puro". In altri termini: la definizione di "puro" è puramente soggettiva e arbitraria e non ha alcuna stringenza logica, ma riflette soltanto rapporti di dominio, relazioni di potere (io decido che tu, che non puoi decidere, sei diverso da me e dunque impuro, contaminante e contagioso con la tua diversità; io invece sono identico a me stesso e quindi anche puro, incontaminato, asettico). Non ha nessuna necessità: è una finzione ideologica, un costrutto fasullo, esattamente come "identità culturale" (che sempre più mostra di essere quel che il colonnello Dax in Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick dice, citando Samuel Johnson, del patriottismo: "l'ultimo rifugio delle canaglie"). E' stato detto tante volte ma vale la pena ripetere che, beninteso, questo vale per chiunque (ebrei, cristiani, turchi, cinesi...) rivendichi pseudo-purezze culturali che non esistono da nessuna parte (a parte forse qualche tribù indios amazzonica che non ha mai avuto contatti con nessun'altra popolazione, come questa) e non solo per il Ku-Klux-Klan. La purezza (del sangue, dell'identità, dell'ideologia) richiede inevitabilmente, necessariamente, la pulizia e se l'identità culturale deve restare pura, l'unico detergente è la pulizia etnica. Stella ricorda che il modello della pulizia etnica per eccellenza, la Shoah, fu preceduta dal genocidio dei boeri in Sudafrica ad opera degli inglesi che volevano sbarazzarsi dei bianchi africani (ritenuti "impuri" perché nati da un miscuglio di olandesi, francesi, tedeschi) che provocò una "mattanza": "circa 30.000 fattorie furono distrutte, almeno 120.000 persone, in grandissima maggioranza donne e bambini ... vennero internati nei campi di concentramento dove oltre 20.000 bambini... persero la vita" (p. 18). Una pulizia etnica così spietata, ricorda Stella, da poter essere usata addirittura da Hitler in persona come alibi "per rigettare sul Regno Unito nel 1941 le accuse di genocidio e raccontata nel tristemente celebre Ohm Krüger (di cui però Stella omette il titolo, che aggiungo io) "girato per istigare le SS a vendicare le donne e i bambini boeri", film che al Festival di Venezia del 1941 vinse la Coppa Mussolini come miglior pellicola straniera (ibid.). (Ironia - malvagia - della sorte, i primi campi di concentramento, com'è noto (ma credo non abbastanza), furono creati dagli inglesi in Sudafrica nel corso della seconda guerra boera: si veda qui). O come il genocidio degli armeni (tra uno e due milioni di morti), che servì al nazismo come modello della "soluzione finale della questione ebraica" (Endlösung der Judenfrage). Allora i turchi del Comitato Unione e Progresso dissero che si trattava "di salvare la madrepatria dalle ambizioni di questa razza maledetta [gli armeni] e di prendersi carico sulle proprie spalle patriottiche della macchia che oscura la storia ottomana" (p. 23).
Una simile ossessione per la purezza, la pulizia, la cancellazione delle macchie e via detergendo, ha qualcosa di psicopatologico in senso freudiano. Il paria è l'impuro, il fuori casta che ammorba con la sua sola presenza. Utile in questo senso il cap. 17, "Lo stupidario dei fanatici", un'antologia dell'orrore fisico che l'ideologia razzista di ogni specie e latitudine nutre verso l'altro. Esse mostrano un tratto caratteristico del razzismo, la sua costante attualità: il suo essere "sempre in bilico tra il ridicolo e il mostruoso" (p. 299), uno statuto epistemologico a metà fra barzelletta oscena e mentalità criminale. Stereotipi etnici e sessuali sono una forma di oggettivazione del diverso, dello straniero, dell'estraneo per immobilizzarlo, fissarlo, trasformarlo in una "cosa" (in linguaggio filosofico: reificazione) per poterlo controllare, dominare, per poter esercitare su di esso il proprio potere (per fargli guerra, comprarlo, venderlo, sfruttarlo, additarlo alla pubblica opinione come capro espiatorio, negargli diritti...). Il razzismo è una forma di oggettivazione e spersonalizzazione dell'umano: è riconoscimento negato, ostilità profonda, atavica, ancestrale, ad ammettere che l'ingroup possa essere simile all'outgroup, che si possa condividere, che si possa parlare di uguaglianza fra gli esseri umani. Ancora una volta assistiamo oggi al ritorno dell'ideologia della sopraffazione, dell'annientamento del diverso, al rifiuto del confronto e della relazione all'altro. Forse è giunto il tempo di tornare a recitare la preghiera laica a Dio che conclude il Trattato sulla tolleranza di Voltaire: "Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi, Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa' che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa' sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati 'uomini' non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione".