“Il lavoro gravemente sfruttato nel turismo ha origini lontanissime, ma oggi il fenomeno è peggiorato, ce ne accorgiamo dalle voci di chi arriva da noi”, spiega Manila Ricci
di Rumori sinistri, che giovedì sera, sul lungomare di Rimini, ha
organizzato uno sportello mobile per accogliere e informare stagionali
alle prese con condizioni di lavoro insostenibili. Dal 2008
l’associazione è impegnata a denunciare casi di sfruttamento di italiani
e stranieri: oltre 200 ogni anno. Anche se è difficile
dare dei numeri. Il fenomeno infatti è in gran parte sommerso, dato che
una delle principali difficoltà del lavoratore è uscire allo scoperto
senza ritorsioni. Senza considerare quelli che non hanno il coraggio di
uscire allo scoperto. “Raccogliamo sempre maggiori denunce di violenza
fisica e psicologica”. Colpa anche della crisi. “Di certo la povertà ti
spinge ad accettare anche condizioni di lavoro pesantissime, in una
sorta di ricatto”.
04 agosto 2013
03 agosto 2013
29 luglio 2013
Un piano d'azione contro il razzismo
Un piano nazionale per affrontare l'emergenza razzismo. Coinvolgendo lavoro, sport e scuola. Sensibilizzando a tutte le diversità. Con l'apporto fondamentale dell'Unar, l'Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali.
È quanto proporrà domani il ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione Cécile Kyenge, vittima da quando ha assunto la titolarità del dicastero di infami insulti razzisti, anche da parte di noti esponenti delle istituzioni.
"Sarà un impegno condiviso con le associazioni, gli enti locali e gli altri ministri competenti", ha dichiarato il ministro al quotidiano La Repubblica presentando il Piano Nazionale d'azione contro il razzismo, la xenofobia e l'intolleranza per il triennio 2013-2015, che verrà presentato domani a Roma.
«Non sottovaluto gli episodi di razzismo, ma non ne faccio una questione personale. Mi pare di avere a che fare con i miei pazienti. Gente che sta male, manifesta un disagio ma esistenziale, un’incapacità di convivere con i diversi. Una malattia sociale. E io, come nella mia professione, devo ascoltare il disagio, senza farmi contagiare, senza sentirmi io stessa a disagio, perché dovrei? anzi voglio combattere la battaglia culturale senza paura. Anche nel luogo più difficile, dove quel disagio si manifesta, perfino nella tana del lupo, alla festa della Lega, con coraggio, fiera di essere italiana».
Al Ministro Kyenge Condizioni Umane esprime solidarietà e simpatia personale per gli incredibili attacchi ricevuti e si impegna a dare ampia diffusione a tutte le sue iniziative.
Al Ministro Kyenge Condizioni Umane esprime solidarietà e simpatia personale per gli incredibili attacchi ricevuti e si impegna a dare ampia diffusione a tutte le sue iniziative.
25 luglio 2013
Per Carlotta Nobile, 1988-2013
Carlotta Nobile (Roma, 20 dicembre 1988 – Benevento, 16 luglio 2013) è stata una violinista italiana, dal settembre 2010 fino alla morte direttore artistico dell’orchestra da camera dell'Accademia di Santa Sofia di Benevento.
Diplomatasi in violino al conservatorio a soli 17 anni e con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore, sotto la guida del Maestro Massimo Bacci,
nella sua breve ma intensa carriera ha frequentato molteplici corsi di
alto perfezionamento in violino fra i quali quello del maestro Pierre Amoyal presso l’Universität Mozarteum di Salisburgo.
Vincitrice assoluta di numerosi concorsi nazionali,
ha conseguito il Diploma di “Distinguished Musician” all’International
Ibla Grand Prize 2007 e la “Ernest Bloch Special Mention”
all’International Ibla Grand Prize 2008.
Ha affiancato alla musica la sua passione per l’arte, laureandosi con
lode in Studi Storico-artistici a "La Sapienza" di Roma nel 2010.
Nel dicembre 2008 pubblicò il suo primo libro Il silenzio delle parole nascoste, seguito, nel 2012, da Oxymoron, edito da Aracne Editrice. Per anni si è occupata della rubrica musicale «Righe Sonore» sul Quaderno.it e collaborato al periodico Realtà Sannita.
A soli 22 anni, nel 2010, viene nominata direttore artistico dell’orchestra da camera dell'Accademia di Santa Sofia di Benevento. In tale ruolo rimane sino alla prematura scomparsa. Dopo una lunga malattia, muore alla giovane età di 24 anni, stroncata dal cancro.
Voce Wikipedia - in corso di cancellazione (?)
Condizioni Umane ripropone questo profilo Wiki per ricordare la grande personalità, la sensibilità umana e il coraggio esistenziale di Carlotta, violinista, scrittrice, blogger, paziente.
Approfondimenti:
Addio a Carlotta Nobile (La Stampa)
Carlotta Nobile - Music and Art
Oxymoron
Il blog
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condizioni umane,
malattia,
tumore
08 luglio 2013
La globalizzazione dell'indifferenza
"La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza! Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!".
Quanto detto oggi da papa Francesco a Lampedusa di fronte ai migranti e ad altre diecimila persone mi ha fatto ricordare quanto scriveva Emmanuel Lévinas in Altrimenti che essere o al di là dell'essenza. Papa Francesco ha pronunciato parole piene di dignità umana e di critica sociale al tempo stesso, due dimensioni sempre più disertate tanto dalla politica quanto dalla filosofia nonché da scienze umane sempre più asettiche e neutre. Qualcuno ricorderà quei politici che proponevano di sparare sui barconi che trasportavano in una rinnovata tratta degli schiavi i disperati che vengono a cercare sulle nostre coste una risposta alla loro miseria e disperazione o una semplice fuga da vari orrori.
A coloro che invece dimenticano facilmente è dedicato questo passo di Levinas. Nella sua visione filosofica il fatto che i migranti ci facciano sentire in ostaggio, circondati, assediati, minacciati, ci restituisce alla nostra dimensione umana più autentica, di esposizione totale, di radicale nudità di fronte al volto dell'altro, insidiati, espropriati dalla sua trascendenza. Questo essere in ostaggio fa contrarre il nostro Io ipertrofico, artefice di quella "cultura del benessere" che, come dice papa Francesco, "produce indifferenza". L'altro sostituisce il nostro bisogno di autocertezza, di coincidenza con noi stessi: ci decentra dal nostro compiaciuto stare presso noi stessi, ciechi, sordi e muti di fronte alle sofferenze e alle ingiustizie sociali. La prossimità del terzo, ci insegna Levinas, introduce la giustizia. Solo in questo modo l'essere sarà non-indifferenza, sarà apertura, sarà finalmente piena e compiuta responsabilità di fronte all'altro, sarà cioè giustizia.
Perché Altri mi riguarda? Che è Ecuba per me? Sono io il custode di mio fratello? - Queste domande non hanno senso se si è già presupposto che l'Io ha cura solo di Sé, se è solo cura di sé. In questa ipotesi, in effetti resta incomprensibile come il fuori-dall'Io assoluto - Altri - mi riguardi. Ora, nella "preistoria" dell'Io posto per sé, parla una responsabilità. Il sé è da cima a fondo ostaggio, più anticamente dell'Ego, prima dei principi. Non si tratta per il Sé, nel suo essere, di essere. Al di là dell'egoismo e dell'altruismo c'è la religiosità di sé.
E' a causa della condizione di ostaggio che nel mondo ci può essere pietà, compassione, perdono e prossimità. Anche la più piccola cosa, anche il semplice "dopo-di-voi-Signore".
L'incondizione di ostaggio non è il caso limite della solidarietà, ma la condizione di ogni solidarietà.
Emmanuel Levinas, Altrimenti che essere o al di là dell'essenza (1974), Milano 1983, pp. 148-149.
16 febbraio 2013
Arcipelago Amazon
Sono a migliaia, vengono dalla Spagna o da
altri paesi dell'Europa mediterranea colpiti dalla crisi, oppure da
Romania, Ungheria, altri Stati dell'Unione europea dove la povertà di
massa spinge a emigrare, e il basso costo del lavoro scatena gli
appetiti di produzione low cost delle multinazionali. E i big global players
li sfruttano come bestie, come forzati, roba da ricordare gli schiavi
nelle prigioni di cotone, il lavoro infantile in Pakistan o le
fabbriche-lager in Cina. Amazon, il più grosso commerciante online del
mondo, è sotto accusa: ha costruito un vero e proprio Arcipelago GuLag
del lavoro forzato con miseri contratti a termine per gli schiavi e i
forzati del turbocapitalismo globale, neoliberista e senza scrupoli. (Continua su Repubblica.it)
27 gennaio 2013
Giornata della Memoria 2013
Auschwitz aveva un unico obiettivo: l’annientamento. Fabbricava morte in scala industriale. Con tecniche burocratiche. Grazie a una pianificazione scientifica dello sterminio. Una sorta di fordismo della distruzione umana. Auschwitz ha reso la morte qualcosa di fabbricabile a ciclo continuo.
Perciò dopo Auschwitz – ha scritto Theodor W. Adorno - «temere la morte significa temere qualcosa di peggio della morte».
Perciò dopo Auschwitz – ha scritto Theodor W. Adorno - «temere la morte significa temere qualcosa di peggio della morte».
LETTERA ALLA MADRE
frammento
[…] Fili elettrici, alti e doppi,
non ti lasceranno mai più rivedere tua figlia, Mamma.
Non credere alle mie lettere censurate,
ben diversa è la verità; ma non piangere, Mamma.
E se vuoi seguire le tracce di tua figlia
non chiedere a nessuno, non bussare a nessuna porta:
cerca le ceneri nei campi di Auschwitz,
le troverai lì. Ma non piangere — qui c’è già troppa amarezza.
E se vuoi scoprire le tracce di tua figlia
cerca le ceneri nei campi di Birkenau:
saranno lì — Cerca, cerca le ceneri
nei campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau.
Cerca le ceneri, Mamma — io sarò lì!
Monika Dombke, Birkenau, 1943

DA AUSCHWITZ
Che porte enormi e pesanti!
Un odore strano, tenace
Fievole ma persistente… Un disinfettante potente.
‘Restate attorno al punto della doccia.’
Aspetta l’acqua. Non pensare alla folla.
Non notano la tua umiliazione.
Non distinguono la tua testa rasata da tutto il resto!
Mio Dio!… Stanno chiudendo quelle maledette enormi porte!
Perché?… Non può essere!
No, fra un minuto arriverà l’acqua.
Non piangere, sii soltanto paziente,
Presto sarà tutto finito.
C’è un rumore — lassù.
Stanno sollevando una grata.
Tutti gli occhi osservano, sorpresi.
Nessun suono.
Che cosa sono quei cristalli?… Disinfettante secco.
Zolfo!!?
Gas! Gas! Gas! Panico!
Le urla, l’annaspare
Strattoni e mischia.
Il terrore totale del rendersi conto.
Minuti eterni ad arrampicarsi e azzuffarsi.
Dimenticate le famiglie. Istinto di conservazione.
Carne su carne — che afferra e strappa.
Gas, urla, morte… silenzio.
Elizabeth Wyse
o continuo.
Perciò dopo Auschwitz – ha scritto Theodor W. Adorno -
«temere la
morte significa temere qualcosa di peggio della morte».
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15 gennaio 2013
Il dibattito sulle famiglie omosessuali: un punto di vista filosofico
La decisione della Corte di Cassazione sull'affidamento del figlio alla madre che convive con un'altra donna (perché negare che un bambino possa essere cresciuto da una coppia gay è "pregiudizio indimostrato"), ha riaperto la delicata questione delle famiglie omosessuali e del "diritto" di queste di avere figli. Sul tema sono intervenuti giuristi (Carlo Cardia), politologi (Ernesto Galli della Loggia), psicologi (Silvia Vegetti Finzi, Maria Rita Parsi), filosofi (Bernard-Henry-Lévy e Francesca Rigotti), pedagogisti (Domenico Simeone) e molti altri ancora (vedi rassegna stampa in calce all'articolo).
Di seguito un punto di vista filosofico sulla questione, espresso dal filosofo morale Adriano Pessina, docente di Bioetica all'Università Cattolica di Milano. Il dibattito è aperto.
Articolo di Daniela Monti, dal Corriere della Sera del 4 Gennaio 2013, p. 20
Differenze
da tutelare. Differenze «niente affatto indifferenti». Quante volte
Adriano Pessina, cattedra di Bioetica alla Cattolica di Milano,
nomina la parola differenze? Tante. E il termine chiave, spiega,
nell'affrontare un tema caldo, che fa accapigliare, come è quello delle famiglie gay e del loro desiderio, che chiede spazio, di avere una famiglia. L'intervento di Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere, ha riaperto il dibattito:
giusto che gli omosessuali abbiano figli? Sì, ha risposto un papà gay,
chiedendo per sua figlia gli stessi diritti riconosciuti agli altri
bambini. No, ha risposto la psicanalista Silvia Vegetti Finzi,
spiegando l'importanza di crescere «con entrambe le figure genitoriali».
«Ma oggi l'identità si costruisce su una rete di persone, che diventano affettuosi riferimenti al di là del grado di parentela», ha sostenuto lo psicoterapeuta e neuropsichiatra Fulvio Scaparro, aggiungendo la propria voce. Ora il filosofo Pessina, cattolico, che ritiene l'omosessualità «una scelta libera, un
certo modo di essere e di esistere che va rispettato» lasciando
però aperta la questione, «che vale per qualsiasi altra scelta di vita»,
di come debba essere valutata e di come, e se, debba essere socialmente
e giuridicamente tutelata.
«Nel dibattito sull'omosessualità si tende a negare che esista una differenza fra maschile e femminile, sostenendo che sia indifferente essere maschio o femmina e che sia dunque indifferente che una coppia sia formata da un uomo e una donna oppure da due donne o da due uomini premette. Tanto l'importante sarebbe amarsi...». Ma il maschile e il femminile, continua, sono necessari per la definizione stessa della condizione umana, «e non si può certo sostenere che la differenza fra uomo e donna sia una teoria cattolica: è invece fondamentale persino per l'evoluzionismo».
«Nel dibattito sull'omosessualità si tende a negare che esista una differenza fra maschile e femminile, sostenendo che sia indifferente essere maschio o femmina e che sia dunque indifferente che una coppia sia formata da un uomo e una donna oppure da due donne o da due uomini premette. Tanto l'importante sarebbe amarsi...». Ma il maschile e il femminile, continua, sono necessari per la definizione stessa della condizione umana, «e non si può certo sostenere che la differenza fra uomo e donna sia una teoria cattolica: è invece fondamentale persino per l'evoluzionismo».
Dove ci
porta tutto questo? «All'idea che la complementarietà fra i due sessi è
decisiva per tutti: una società matura deve valorizzare la
differenza, non mortificarla. Gli omosessuali negano l'importanza di una
relazione con un partner di sesso differente. Scelta libera, che va
accettata. Dobbiamo però convenire che, come qualsiasi altra scelta,
l`omosessualità deve poter essere valutata e giudicata». E la
valutazione che Pessina ne dà è in chiaro scuro. «Ogni libera scelta
comporta delle conseguenze. I figli nascono da relazioni
eterosessuali, non omosessuali. Quando si sceglie il proprio
comportamento sessuale bisogna tenerne conto e assumerne le conseguenze
con serena responsabilita. E forse una banalità, ma va detta».
La scienza ci consente di raggiungere risultati un volta difficili da immaginare: questo ha cambiato notevolmente le cose. «La scienza e la tecnologia hanno trasformato in modo profondo la nostra esperienza - concorda Pessina -. Ma dobbiamo essere noi a gestire la tecnica, non il contrario». Le tecniche di procreazione assistita, per esempio: erano nate all'interno di un disegno che voleva agevolare la relazione di coppia, continua il bioeticista, «ora però siamo passati da un`idea di aiuto a quella di un indiscriminato diritto ad avere figli».
Se sono omosessuale devo dunque rassegnarmi a non avere figli: è così? Quali scelte una società deve tutelare e quali lasciare aperte alla discussione? «È giusto che lo Stato tuteli con maggior vigore la famiglia eterosessuale come luogo della nascita. Un conto è parlare del riconoscimento di alcuni diritti giuridici degli omosessuali (che ritengo giusti), un conto è sostenere il diritto ad avere figli (come se esistesse, poi, questo diritto: nessuno ha diritto a un figlio, perché i diritti si hanno sulle cose, non sulle persone)».
Il rischio e che si dica che una cosa «è buona solo perché è frutto di una libera scelta. Ma la vera domanda è: qual è il "valore aggiunto" proprio dell`omosessualità che lo Stato può tutelare?». Lei come risponde? «Non credo che nell`omosessualità ci sia un "di più", ma sono disposto ad ascoltare dialogare. Vedo però qual è il "di più" dato dall`eterosessualità: il difficile equilibrio di una relazione che comprende le differenze fra maschile e femminile, che va anche al di là della questione dell`avere figli».
La scienza ci consente di raggiungere risultati un volta difficili da immaginare: questo ha cambiato notevolmente le cose. «La scienza e la tecnologia hanno trasformato in modo profondo la nostra esperienza - concorda Pessina -. Ma dobbiamo essere noi a gestire la tecnica, non il contrario». Le tecniche di procreazione assistita, per esempio: erano nate all'interno di un disegno che voleva agevolare la relazione di coppia, continua il bioeticista, «ora però siamo passati da un`idea di aiuto a quella di un indiscriminato diritto ad avere figli».
Se sono omosessuale devo dunque rassegnarmi a non avere figli: è così? Quali scelte una società deve tutelare e quali lasciare aperte alla discussione? «È giusto che lo Stato tuteli con maggior vigore la famiglia eterosessuale come luogo della nascita. Un conto è parlare del riconoscimento di alcuni diritti giuridici degli omosessuali (che ritengo giusti), un conto è sostenere il diritto ad avere figli (come se esistesse, poi, questo diritto: nessuno ha diritto a un figlio, perché i diritti si hanno sulle cose, non sulle persone)».
Il rischio e che si dica che una cosa «è buona solo perché è frutto di una libera scelta. Ma la vera domanda è: qual è il "valore aggiunto" proprio dell`omosessualità che lo Stato può tutelare?». Lei come risponde? «Non credo che nell`omosessualità ci sia un "di più", ma sono disposto ad ascoltare dialogare. Vedo però qual è il "di più" dato dall`eterosessualità: il difficile equilibrio di una relazione che comprende le differenze fra maschile e femminile, che va anche al di là della questione dell`avere figli».
Il primo studio sui figli di genitori omosessuali
risale al 1972: quarant'anni di lavori scientifici, in
larghissima parte favorevoli a queste coppie e alle famiglie che hanno
creato, vorranno dire qualcosa. «Come tutti i dati della scienza vanno
verificati, ma il problema va posto all'origine e non guardando i
risultati. Di fatto ci sono bambini equilibrati che sono stati allevati da famiglie poligamiche, o che sono cresciuti in orfanatrofio. Il
problema resta un altro: qual è il contesto ideale nel quale pensare lo
sviluppo della persona? Le differenze fra maschile e femminile sono un
aspetto decisivo dell'umano. Che non può essere negato».
In Europa molti Paesi sono più avanti di noi in materia di diritti, per tutti. «Questa è una valutazione di cui discutere. Le differenze non possono essere
viste sempre e solo come un problema, ma anche come una possibilità.
Perché invece di copiare dagli altri paesi non maturiamo insieme una
scelta argomentata, non ideologica, in cui contino i valori umani e non
solo la lotta per difendere i propri interessi più ancora dei diritti
condivisi?».
Il punto d`arrivo del discorso dí Pessina è questo: discutiamone, impariamo dagli errori che sono stati fatti, «apriamo un tavolo, senza ideologia». Un
tavolo dove? «Il luogo più adatto è quello della cultura
alta: l'università, dove però oggi si rivendicano diritti più che
affrontare, in modo serio, le discussioni (ma noi siamo il paese
delle emergenze, le discussioni su gay e figli diventeranno materia da
campagna elettorale, dunque sono già bruciate. E intanto non ci rendiamo
conto che, in questo genere di cose, o vinciamo tutti o
perdiamo tutti)».
Rassegna stampa sulle reazioni alla sentenza dell Corte di Cassazione:
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diritti omosessuali,
identità,
maschile/femminile,
matrimonio gay
19 dicembre 2012
In questo tempo di crisi ancora Natale, per tutti
Condizioni Umane ospita questa riflessione permeata di profonda spiritualità di don Edmondo, il mio impagabile collega di Religione al Duca degli Abruzzi di Treviso.
Al suo augurio mi associo anch'io, nella mia modesta laicità.
Buon Natale ai lettori di CU da Alessandro Bellan
In questo tempo di crisi, non solo economica e
sociale; di smarrimenti non solo religiosi e culturali; di emergenze, non solo
educative e geologiche; in questo tempo di angosce, non solo psicologiche e di
popoli; di incomunicabilità e predominanza delle passioni tristi che
ripiegano ciascuno nell’orizzonte
del particolare e del privato; in questo tempo di sofferenze ed amarezze, di
smarrimenti ed abbandoni, di tradimenti e solitudini; in questo tempo di
penuria di speranza e di sorrisi amari; in questo tempo della fretta della
ragione per la sete di compimento totale che pretende di giungere sempre e
subito alla verità delle cose; in questo tempo ove l’uomo d’oggi sembra vagare nel
buio… giunge ancora il Natale.
In questo tempo si respira un’aria, un
clima… asfittico per un oggi pesante, un domani minaccioso ed un passato
perduto, e si incontrano facce sempre più cupe, fronti aggrottate, occhi sempre
più preoccupati. Sguardi sempre più tetri ed indifferenti si fanno pressanti
attorno a noi, fino a fare terra bruciata della speranza, della fiducia, della
cordialità, della giustizia… Tutto diventa più difficile: il cuore si rattrista
e si intristisce, lo spirito rinsecchisce, le rughe scavano il cuore, lo
slancio vitale ricade su se stessi, ed il grigiore e la tristezza aumentano.
In questo tempo… arriva il Natale.
Arrivano anche gli spot pubblicitari che ci
convincono che ‘a natale si
può’, che ‘a natale possiamo esser
più buoni’. Qualcuno invita anche a praticare meglio l’arte dell’umorismo, non
l’ironia feroce e sprezzante o il sarcasmo beffardo, ma l’umorismo, cioè il
buon umore che nasce dalla voglia di vivere, uno sguardo che si posa sulle
persone e sulle cose senza cattiveria ed amarezza nel cogliere le debolezze e
le fragilità: ma tutto questo dura poco; è bello, ma passeggero, quando non
resta impraticabile e impossibile, una chimera o volontarismo titanico
insignificante. E così, alla fine, tutto torna come prima.
Anche in questo contesto e in questo tempo, giunge ancora il Natale.
“Vi annuncio una grande gioia per tutto il
popolo. Ci è nato un figlio, ci è donato un Bambino, il Salvatore, è il
Dio-con-noi”.
Ecco il Natale.
In quella notte, nel silenzio di quella notte
un annuncio:’ è nato il Salvatore’; nel buio della notte… rifulge una grande luce; ….ad un popolo immerso
nelle tenebre, amareggiato ed oppresso… giunge una grande gioia.
Quell’annuncio risuona anche oggi; quella luce rifulge
anche oggi dentro le tenebre dell’umanità oppressa e affranta, smarrita e
triste: ‘per voi è nato un Bimbo, il Dio con noi’.
I pastori, allora, accolgono l’invito e vanno
alla grotta, e vedono il Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia,
davanti a Maria e a Giuseppe, in silenzio e trepidanti. E gioiscono al vedere
il bambino...
I pastori sperimentano per primi Dio nel volto
del Bambino; sperimentano in modo del tutto particolare che lo sguardo di Dio
sugli uomini è uno sguardo d’amore, sguardo che porta la pace e felicità;
sguardo che invita a una relazione di fiducia filiale con il Dio che permette
una relazione fraterna con tutti. I pastori scoprono con meraviglia che per
incontrare Dio non occorre ‘salire nelle altezze’, perché Dio stesso è già disceso ‘sulla terra’, e che per
trovarlo, bisogna ancora discendere e guardare verso chi è più piccolo di sé. I
pastori aprono in questo modo, davanti a noi, l’unico cammino che conduce
all’entrata nel Regno di Dio.
Ecco il Natale.
A Betlemme, in quella grotta tutto è dimesso,
tutto è umile: Maria, Giuseppe, i pastori… non danno spettacolo. Da qui, da
questa povertà e normalità di vita parte la più grande rivoluzione della
storia. In quella grotta manca
tutto; il luogo è povero e spoglio; eppure è pieno di gioia, di tenerezza e
dolcezza. E i pastori, povera gente gustano una gioia inedita, assaporano il
gusto della vita, sono invasi dal sorriso del Bambino, dal silenzio della
Madre, dalla trepidazione di Giuseppe.
Anche per noi è Natale.
Andiamo anche noi a Betlemme e vediamo questo
avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (Lc 2,15). Come loro, anche
noi, così come siamo, con le nostre paure ed angosce, con le nostre tristezze e
fallimenti, lasciamo le nostre umane sicurezze e… andiamo alla grotta di
Betlemme, per vedere il Natale e per gustare la gioia del Natale, per fare
ancora Natale.
Andiamo anche noi per vivere la gioia di
accogliere quel Bambino che ricorda che gli occhi di Dio sono aperti sul mondo
e su ogni uomo. Gli occhi di Dio sono aperti su di noi perché Lui è fedele al
suo amore. Solo questa certezza può condurre l’uomo verso traguardi di
pace e prosperità.
Qui
troviamo la fonte non solo dell’umorismo, ma della gioia; qui troviamo la fonte
del dono e del sorriso, della bontà verso ogni uomo e di ogni gratuità, il dono
della pace dentro le sofferenze umane. Qui troviamo la serenità del cuore, la
pace dell’anima, la riconciliazione con noi stessi. Tutti coloro che incontrano
il Bambino Gesù, ricevono il suo sorriso; e così la luce del suo volto illumina
il buio di ogni esistenza, l’esistenza
di tutti coloro che lo accolgono nella gratuità e sorpresa dell’amore,
così da diventare popolo non più immerso nelle tenebre, ma sempre illuminato
dal sorriso di Dio, inondato del suo amore, arricchito della sua grazia.
A Natale si comprende che si può vivere senza
cose, ma non senza tenerezza e dolcezza e che la mancanza di tenerezza è più
insidiosa della mancanza di pane. A Natale celebriamo nella gioia la nascita di
Gesù povero tra i poveri, protetto unicamente dall’amore di Maria e Giuseppe.
Dio
ha raggiunto l’umanità, nessuno è più perduto, nessuno è escluso dall’abbraccio
di Dio. D’ora in poi nessuno è mai più solo. Nessuna situazione umana è lontana
dalla sua presenza e dal suo amore. Il Natale ci annuncia che Dio è con noi,
che fa sua la causa della piena umanità dell’uomo. Questa unione di Dio con ogni
uomo e donna è un invito e uno stimolo alla fraternità.
Natale: nasce il Dio-con-noi.
C’è un Dio che non si ritrae, ma scende; non un
Dio in fuga dal buio, ma un Dio che scende nel buio dell’umanità.
L’incarnazione di Dio: Dio si rivela nella fragilità e bellezza di un bambino,
fragile, indifeso, che si affida all’umanità. Quando nasce un bambino, quanta
gioia, pace, luce, novità! Se poi questo Bambino è il Figlio di Dio che si fa
uomo...! Questo bambino si affida alla mia umanità, a ciascuno di noi. E’ un
Dio che viene dentro l’umanità, l’assume pienamente, si mette a rischio di
contagio e di pianto, di fragilità e di debolezza; si pone a fianco di ogni
vivente, e condivide la condizione di ogni uomo e di ogni donna: e così la
condizione umana diventa significativa.
Il Natale diventa anche il momento opportuno
per interrogarci sulla nostra fede. Non è una festa per cullarci, ma per
scuoterci. Allora, che cosa cerchiamo di più: l’opulenza o la fragilità di Dio? Che cosa
crediamo di più: il potere o la scelta fatta da Dio di accettare la nostra
debolezza? Chiediamoci fin dove siamo disposti a condividere la sua scelta di
debolezza, a seguire il percorso di vita esigente dell’amore, a scoprire
l’inedito dell’amore. Rispondere a queste domande diventa un nuovo nascere
nell’amore. Non dobbiamo mai smettere di nascere nell’amore.
Il Natale diventa un’occasione per scoprire che la vera felicità va cercata in quel Bambino: non nel
potere, non nel denaro, non nella carriera, non nel successo umano, neppure
nelle nostre relazioni umane con gli altri. Unicamente nel Dio che rivela
questo Bambino possiamo trovare pace, gioia e felicità.
Il mio augurio: che il Natale
- ci trovi sempre più simili a Colui che è
divenuto un Bambino per amor nostro;
- ci trovi più semplici, più umili, più santi,
più lieti, più misericordioso, più pieni di Dio;
- ci faccia crescere nella fede che in Gesù
Cristo, Verbo fatto carne, Dio è
entrato nella storia e si è rivelato come fratello, amico, Maestro e Salvatore;
- ci aiuti ad affidare la nostra vita a Colui
che solo può darle pienezza nel tempo ed aprirla ad una speranza oltre il
tempo;
- ci doni la gioia della fraternità, il gusto
della vita quotidiana, il sapore dell’amicizia, la fragranza dell’amore, la
sorpresa di… Dio.
Buon Natale a tutti
d. Edmondo
26 novembre 2012
20 settembre 2012
Dalla Repubblica di Platone alla Regione Lazio, ovvero Pink Floyd, Pigs (Three Different Ones)
Qualcuno dice che lo scandalo della Regione Lazio, con il suo consueto e inguardabile corredo di ruberie, Bmw e resort pagati con soldi pubblici, festini in costume, ostriche e bigné, ville pagate in contanti, malversazioni, arricchimenti personali e spreco del denaro dei cittadini (già battezzato "sprecopoli" dai media), ha qualcosa di assurdo, di boccaccesco, di "volgare" in senso suino.
I reportage giornalistici riferiscono non solo della tendenza al lusso, ma di una volontà di dissipazione, spreco, provocazione al limite del pornografico e, in generale, di una propensione a uno stile di vita eccessivo (Massimo Giannini la definisce "il penoso Satyricon di una "pseudo" classe dirigente cafona, disonesta e irresponsabile") che fa a pugni con i sacrifici dei cittadini che non arrivano alla fine del mese, che non riescono a pagare mutui, affitti e bollette varie, le decine di migliaia di lavoratori che hanno perso il posto negli ultimi mesi, degli imprenditori che si suicidano perché inseguiti dalle cartelle esattoriali o perché non riescono a pagare i propri dipendenti e, soprattutto, dei giovani che non cercano nemmeno più un lavoro o, se ce l'hanno, vivono vite precarie in condizioni di lavoro inaccettabili.
I reportage giornalistici riferiscono non solo della tendenza al lusso, ma di una volontà di dissipazione, spreco, provocazione al limite del pornografico e, in generale, di una propensione a uno stile di vita eccessivo (Massimo Giannini la definisce "il penoso Satyricon di una "pseudo" classe dirigente cafona, disonesta e irresponsabile") che fa a pugni con i sacrifici dei cittadini che non arrivano alla fine del mese, che non riescono a pagare mutui, affitti e bollette varie, le decine di migliaia di lavoratori che hanno perso il posto negli ultimi mesi, degli imprenditori che si suicidano perché inseguiti dalle cartelle esattoriali o perché non riescono a pagare i propri dipendenti e, soprattutto, dei giovani che non cercano nemmeno più un lavoro o, se ce l'hanno, vivono vite precarie in condizioni di lavoro inaccettabili.
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| Festa PdL al Foro Italico con maschera da maiale |
Naturalmente tutto questo riaccende - ammesso che si siano mai spenti - indignazione, rabbia, sentimenti anticasta, antipolitica e disprezzo per le istituzioni, disgusto e rigetto del sistema dei partiti, riproponendo una logora opposizione "noi-loro", "noi" cittadini buoni e bravi da una parte e "loro" politici ladri, mafiosi e corrotti dall'altra, quasi separati da un cordone sanitario messo non si sa da chi. A questo proposito Michele Serra ha acutamente osservato che dovremmo prendercela piuttosto con il Fiorito ("Er Batman", ovvero l'ex capogruppo del PdL della Regione Lazio che ha fatto scoppiare lo scandalo, ma si potrebbero citare Renzo Bossi, Lusi, Belsito, Penati...) che c'è dentro tutti noi: Fiorito come espressione di disincanto, della politica come "we're only in it for the money" (copyright Frank Zappa), condivisa da molti cittadini che - non a caso - hanno fatto sì che alla Regione Lazio ci andasse questo figuro (con il concorso del suo presidente, Renata Polverini) e non qualche uomo di cultura, studioso, ricercatore, intellettuale o tecnico con competenze specifiche nell'amministrazione degli enti pubblici.
Leggendo tutte queste vicende a me sono venute in mente due cose:
- la Repubblica di Platone (libri I-X, ultimata intorno al 360 a.C.);
- Pigs (Three Different Ones) dei Pink Floyd (in Animals, Harvest/EMI Records, uscito nel 1977).
Che c'entrano queste due opere diversissime e lontanissime per forma, significato, finalità, distanza temporale? Vediamo.
Scrive Platone nel IV libro della Repubblica (434 a-c):
Socrate: ...Si potrebbe riconoscere come giustizia il possesso di ciò che è proprio e l'esplicazione del proprio compito.
Glaucone: È così.
Socrate: Vedi ora se la pensi come me. Se un falegname intraprende il mestiere del calzolaio o un calzolaio quello del falegname o se si scambiano gli strumenti o gli uffici [=i compiti, le competenze], o anche se la stessa persona intraprende entrambi i mestieri, tutto questo scambio di mestieri potrà portare, secondo te, un grave danno allo Stato?
Glaucone: No, affatto.
Socrate: Quando però, credo, uno per natura è artigiano o un altro che per natura è uomo d'affari e che poi si eleva per ricchezza o per numero di seguaci o per vigore o per qualche altro simile motivo, tenta di assumere l'aspetto del guerriero; o un guerriero quello di consigliere e guardiano, anche se non ne ha i requisiti; e costoro si scambiano gli strumenti e gli uffici; o quando la stessa persona intraprende tutte queste cose insieme, allora, io credo, anche tu penserai che questo loro scambiarsi di posto e questo attendere a troppe cose [=questo volersi occupare di troppe cose contemporaneamente] sia una rovina per lo Stato.
Glaucone: Assolutamente.
Socrate: Allora, l'attendere a troppe cose e lo scambiarsi di posto delle tre classi sociali [=lavoratori manuali, custodi e governanti] sono un danno assai grave per lo Stato e si potrebbero con piena ragione denominare un enorme misfatto.
Glaucone: Precisamente.
Socrate: E non ammetterai che il maggiore misfatto verso il proprio Stato è l'ingiustizia?
Glaucone: Come no?
Cosa ci sta dicendo Socrate/Platone? Che la giustizia consiste nel fare bene ciò che ci è proprio, nel raggiungere l'eccellenza (areté, virtus) nel proprio campo. C'è l'areté del falegname e del calzolaio (che consiste nel costruire buoni manufatti in legno o in pelle), c'è quella del custode della città (che consiste nel difendere con dignità, lealtà e coraggio i propri concittadini) e c'è la virtù del governante, che consiste nel fare buone leggi, nel governare in modo disinteressato lo Stato, con saggezza, razionalità, giustizia, pensando al bene comune. Chi è abile nel lavoro manuale, chi è bravo nel commercio o negli affari non per questo motivo - non in quanto bravo artigiano o perché abile uomo d'affari - sarà poi anche bravo uomo di Stato. In altri termini, per Platone a ogni ambito è propria una competenza specifica ("ciò che è proprio"): non c'è niente di male che un uomo d'affari diventi uomo di Stato, ma è un male che voglia fare l'una e l'altra cosa, ad esempio perché, essendo considerato eccellente in quanto uomo d'affari si pensa (o lui stesso fa pensare, grazie alle sue doti di persuasione, al suo successo, alla sua ricchezza) che sarà tale anche come uomo di Stato. Ma l'uomo d'affari ha in mente il suo interesse (quello della sua attività imprenditoriale, commerciale, ecc.) e non quello dello Stato nel suo complesso. Quindi - osserva Socrate/Platone - entrerà in una sorta di "conflitto di interessi", perché o farà il bene di tutti (magari danneggiando il proprio) o farà il bene proprio (e quindi danneggiando quello di tutti). Non si possono adempiere bene più ruoli, compiti, uffici contemporaneamente: ma è proprio quello che fanno i vari "Batman" e unti vari dal Signore che viaggiano a frequenze televisive, Bmw, ostriche, ville con fanciulle e resort. Non sono certo lì per fare il bene comune, ma solo il proprio: il misfatto più grave che si possa perpetrare, secondo Platone, a danno di quella vita comune (koinòs bìos) che chiamiamo "Stato".
Ecco cosa ci insegna la filosofia, a che cosa serve: a ragionare non astrattamente, ma con giustizia, vedendo le conseguenze di quello che facciamo e di quello che pensiamo (o non pensiamo). Siamo responsabili sia di quello che facciamo - delle nostre opere - sia di quello che non facciamo - delle nostre omissioni, della nostra ignoranza, della nostra apatia o indifferenza.
E che c'entrano allora i Pink Floyd con Platone e gli scandali della Regione Lazio? Vediamo.
In Animals, album che precede il celeberrimo The Wall del 1979, c'è un brano intitolato Pigs (Three Different Ones). Non si può non pensare a questo brano vedendo i festini del vicecapogruppo della Regione Lazio con la maggior parte degli uomini con maschere da porci. L'idea, sembra, era una parodia della famosa trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali ad opera della maga Circe nell'Odissea, in una maldestra parodia burina del Satyricon di Petronio (che a sua volta era, in parte, una parodia erotica dell'Odissea). Ancora: non si può non pensare alla Repubblica di Platone e a questo brano e in generale all'album Animals quando si deve assistere per l'ennesima volta allo scempio che viene fatto dell'idea di politica, delle istituzioni, del linguaggio e della cultura in generale.
I maiali attraggono l'immaginazione di poeti e scrittori, songwriters e filosofi in quanto metafora della tendenza umana alla più crassa stolidità (benché i maiali non siano affatto stolidi), al piacere per ciò che è torbido, sporco, fangoso (benché i maiali non siano affatto amanti della sporcizia), della tendenza a pascersi di qualunque cibo, della sconcezza, della mancanza di dignità e di amor proprio. Da Omero ai Pink Floyd, da Petronio a Fellini (Satyricon) e Pasolini (Porcile) il maiale è divenuto l'emblema del grado zero dell'umano, della sua irrefrenabile propensione a godere dell'immondo e dell'impudico, di tutto ciò che abbassa anziché elevare l'uomo a qualcosa di più alto, in grado di trascendere la piatta aderenza a ciò che ci è dato, alla nostra corporeità, fisicità e materialità ineludibile. Anche nel rock il maiale diventa il precipitato di un'umanità che ha smarrito persino l'idea di se stessa: oltre alle bordate antisistema di Pigs dei Pink Floyd, si possono citare le visioni di Piggy in the mirror dei Cure, l'antimilitarismo di War Pigs dei Black Sabbath e molti altri brani, in cui il rock ha tematizzato quell'altro osceno in cui l'umano rischia fangosamente di sprofondare, richiamo di quella natura che l'uomo nega in se stesso e fuori di sé.
In queste condizioni di bassezza, l'uomo-maiale deve scavare sempre di più, andare sempre più a fondo per cancellare definitivamente ogni residua traccia di quell'umanità che non è in grado di sostenere, custodire, difendere.
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| Raffaello, La Scuola di Atene: Platone |
Socrate: ...Si potrebbe riconoscere come giustizia il possesso di ciò che è proprio e l'esplicazione del proprio compito.
Glaucone: È così.
Socrate: Vedi ora se la pensi come me. Se un falegname intraprende il mestiere del calzolaio o un calzolaio quello del falegname o se si scambiano gli strumenti o gli uffici [=i compiti, le competenze], o anche se la stessa persona intraprende entrambi i mestieri, tutto questo scambio di mestieri potrà portare, secondo te, un grave danno allo Stato?
Glaucone: No, affatto.
Socrate: Quando però, credo, uno per natura è artigiano o un altro che per natura è uomo d'affari e che poi si eleva per ricchezza o per numero di seguaci o per vigore o per qualche altro simile motivo, tenta di assumere l'aspetto del guerriero; o un guerriero quello di consigliere e guardiano, anche se non ne ha i requisiti; e costoro si scambiano gli strumenti e gli uffici; o quando la stessa persona intraprende tutte queste cose insieme, allora, io credo, anche tu penserai che questo loro scambiarsi di posto e questo attendere a troppe cose [=questo volersi occupare di troppe cose contemporaneamente] sia una rovina per lo Stato.
Glaucone: Assolutamente.
Socrate: Allora, l'attendere a troppe cose e lo scambiarsi di posto delle tre classi sociali [=lavoratori manuali, custodi e governanti] sono un danno assai grave per lo Stato e si potrebbero con piena ragione denominare un enorme misfatto.
Glaucone: Precisamente.
Socrate: E non ammetterai che il maggiore misfatto verso il proprio Stato è l'ingiustizia?
Glaucone: Come no?
Cosa ci sta dicendo Socrate/Platone? Che la giustizia consiste nel fare bene ciò che ci è proprio, nel raggiungere l'eccellenza (areté, virtus) nel proprio campo. C'è l'areté del falegname e del calzolaio (che consiste nel costruire buoni manufatti in legno o in pelle), c'è quella del custode della città (che consiste nel difendere con dignità, lealtà e coraggio i propri concittadini) e c'è la virtù del governante, che consiste nel fare buone leggi, nel governare in modo disinteressato lo Stato, con saggezza, razionalità, giustizia, pensando al bene comune. Chi è abile nel lavoro manuale, chi è bravo nel commercio o negli affari non per questo motivo - non in quanto bravo artigiano o perché abile uomo d'affari - sarà poi anche bravo uomo di Stato. In altri termini, per Platone a ogni ambito è propria una competenza specifica ("ciò che è proprio"): non c'è niente di male che un uomo d'affari diventi uomo di Stato, ma è un male che voglia fare l'una e l'altra cosa, ad esempio perché, essendo considerato eccellente in quanto uomo d'affari si pensa (o lui stesso fa pensare, grazie alle sue doti di persuasione, al suo successo, alla sua ricchezza) che sarà tale anche come uomo di Stato. Ma l'uomo d'affari ha in mente il suo interesse (quello della sua attività imprenditoriale, commerciale, ecc.) e non quello dello Stato nel suo complesso. Quindi - osserva Socrate/Platone - entrerà in una sorta di "conflitto di interessi", perché o farà il bene di tutti (magari danneggiando il proprio) o farà il bene proprio (e quindi danneggiando quello di tutti). Non si possono adempiere bene più ruoli, compiti, uffici contemporaneamente: ma è proprio quello che fanno i vari "Batman" e unti vari dal Signore che viaggiano a frequenze televisive, Bmw, ostriche, ville con fanciulle e resort. Non sono certo lì per fare il bene comune, ma solo il proprio: il misfatto più grave che si possa perpetrare, secondo Platone, a danno di quella vita comune (koinòs bìos) che chiamiamo "Stato".
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| Pink Floyd, Animals, 1977 |
E che c'entrano allora i Pink Floyd con Platone e gli scandali della Regione Lazio? Vediamo.
In Animals, album che precede il celeberrimo The Wall del 1979, c'è un brano intitolato Pigs (Three Different Ones). Non si può non pensare a questo brano vedendo i festini del vicecapogruppo della Regione Lazio con la maggior parte degli uomini con maschere da porci. L'idea, sembra, era una parodia della famosa trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali ad opera della maga Circe nell'Odissea, in una maldestra parodia burina del Satyricon di Petronio (che a sua volta era, in parte, una parodia erotica dell'Odissea). Ancora: non si può non pensare alla Repubblica di Platone e a questo brano e in generale all'album Animals quando si deve assistere per l'ennesima volta allo scempio che viene fatto dell'idea di politica, delle istituzioni, del linguaggio e della cultura in generale.
I maiali attraggono l'immaginazione di poeti e scrittori, songwriters e filosofi in quanto metafora della tendenza umana alla più crassa stolidità (benché i maiali non siano affatto stolidi), al piacere per ciò che è torbido, sporco, fangoso (benché i maiali non siano affatto amanti della sporcizia), della tendenza a pascersi di qualunque cibo, della sconcezza, della mancanza di dignità e di amor proprio. Da Omero ai Pink Floyd, da Petronio a Fellini (Satyricon) e Pasolini (Porcile) il maiale è divenuto l'emblema del grado zero dell'umano, della sua irrefrenabile propensione a godere dell'immondo e dell'impudico, di tutto ciò che abbassa anziché elevare l'uomo a qualcosa di più alto, in grado di trascendere la piatta aderenza a ciò che ci è dato, alla nostra corporeità, fisicità e materialità ineludibile. Anche nel rock il maiale diventa il precipitato di un'umanità che ha smarrito persino l'idea di se stessa: oltre alle bordate antisistema di Pigs dei Pink Floyd, si possono citare le visioni di Piggy in the mirror dei Cure, l'antimilitarismo di War Pigs dei Black Sabbath e molti altri brani, in cui il rock ha tematizzato quell'altro osceno in cui l'umano rischia fangosamente di sprofondare, richiamo di quella natura che l'uomo nega in se stesso e fuori di sé.
In queste condizioni di bassezza, l'uomo-maiale deve scavare sempre di più, andare sempre più a fondo per cancellare definitivamente ogni residua traccia di quell'umanità che non è in grado di sostenere, custodire, difendere.
What do you hope to find, when you're down in the pig mine?
You're nearly a laugh, you're nearly a laugh,
but you're really a cry.
You're nearly a laugh, you're nearly a laugh,
but you're really a cry.
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30 agosto 2012
23 agosto 2012
Eroi forzati
Simone Farina ha trent'anni e, pur provenendo dalle squadre giovanili della Roma e dotato di grande talento calcistico, per scelta personale ed esistenziale ha preferito l'ingaggio con squadre di provincia, prima il Catania e poi il Gubbio, appunto, nel quale ha giocato una stagione nella seconda divisione.
Nel dicembre del 2011 un suo ex compagno delle giovanili, Alessandro Zamperini, gli propone di "truccare" la partita di Coppa Italia Gubbio-Cesena per 200.000 euro, da spartire con altri tre giocatori. La parte che gli sarebbe spettata, 50.000 euro, equivaleva a tutto l'ingaggio annuale con il Gubbio.
Farina rifiuta la combine e denuncia il tentativo di corruzione. Grazie a lui scatta il secondo tempo dell'Operazione Last Bet, più nota come Calcioscommesse. Prandelli lo convoca in Nazionale a titolo onorifico, Blatter lo invita addirittura alla cerimonia di premiazione del Ballon d'Or e lo nomina ambasciatore FIFA per il fair play.
Ieri il Gubbio lo ha "congedato". Simone Farina continuerà la sua limpida carriera sportiva altrove: è stato chiamato dall'Aston Villa per insegnare il fair play ai giocatori della plurititolata celebre squadra di Birmingham.
Ha fatto solo "la cosa giusta", il suo dovere, una cosa normale, quasi ovvia. Eppure il Gubbio non gli ha rinnovato il contratto. Certo, adesso ne ha uno migliore, ma non come giocatore: come dirigente esperto di "fair play", che è poi il gioco corretto, il banale rispetto delle regole di comportamento. I giornali inglesi lo battezzano "Mister Clean". Diventa insomma - suo malgrado - un eroe. Ma è un eroe forzato, ed è preoccupante che chi fa solo il suo dovere di cittadino venga subito classificato come "eroe". Questo significa che l'etica pubblica ha toccato livelli preoccupanti: già fare il proprio dovere implica l'eroismo del combattente che sfida la morte. Non a caso Farina, appena scoppiato il caso, disse di aver bisogno di essere protetto, neanche fosse un pentito della 'ndrangheta. Ma in Italia oggi il "fare la cosa giusta" è diventato proprio questo: un atto di eroismo da segnalare agli onori delle cronache, da mettere sotto i riflettori, anche se chi ci finisce non ne aveva alcuna intenzione. In tal modo si innesca un meccanismo perverso: si addita subito con soddisfazione chi denuncia e segnala il malaffare come un arrivista in cerca di fama e pubblicità, come è capitato a quello che è diventato il più famoso di tutti i parresiasti (da parrhesia, il dovere morale di dire la verità), Roberto Saviano. Dà fastidio, ha detto Saviano, il fatto stesso di dirla questa verità e quindi di "esporsi", perché "chi si espone dimostra che si può essere diversi, che si può scrivere senza compromesso, che si può vivere senza dover sempre mediare sulle cose importanti - e questa cosa mette in difficoltà, perché è come se facessi sentire sporchi tutti gli altri".
Come forse pochi sanno don Luigi Ciotti da anni gira con la scorta: un sacerdote che aiuta i poveri e i deboli, che combatte le mafie (come dovrebbe fare chiunque) vive scortato dai poliziotti. E questo non scandalizza più nessuno: siamo più vicini ai livelli di legalità del Messico e della Colombia che a quelli europei.
Ha scritto Massimo Gramellini: "Eppure c’è qualcosa di stonato. Non in Farina, che sembra anzi il più imbarazzato di tutti. Ma in coloro che lo esaltano come un essere sovrumano, con ciò ammettendo
implicitamente che i comportamenti onesti non rappresentano più la
normalità, ma l’eccezione. Di questo passo cominceremo a premiare il
politico che non ruba, lo sportivo che non si dopa, l’impiegato che non
si mette in mutua per andare a fare la spesa, il cassiere del bar che
strimpella sinfonie di scontrini, l’automobilista che si arresta davanti
alle strisce, il genitore che dà ragione all’insegnante invece che al
pargolo, il banchiere che presta soldi a un giovane promettente invece
che a un altro banchiere".
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