30 ottobre 2006

Osservazioni su giovani, tecnologia e... Vittorino Andreoli

Al giorno d'oggi lo sviluppo della tecnica ha raggiunto livelli di evoluzione altissimi, che trent’anni fa non si sarebbero mai immaginati: internet, televisione digitale, telefonia mobile, ecc…

Tutto questo ha influito sulla società e soprattutto sui ragazzi, le nuove generazioni, che come conferma Günther Anders vengono “formati e deformati” dalle tecniche che la società ci offre.

Vengono formati in quanto crescono con l’idea di un mondo più evoluto, di facile e pronto utilizzo (questo grazie soprattutto al PC e alla rete che ci permettono di raggiungere qualsiasi parte del mondo con un clic).

Vengono invece deformati poiché tutta questa comodità più che compromettere, inibisce e assopisce tutta, o quasi, quella gamma di sistemi e processi che io metterei in stretta relazione con la sopravvivenza in questa società sempre più simile ad una giungla telematica dove regna suprema la tecnica.

In questo modo i ragazzi risultano più fragili e insicuri di un tempo, assopiti nella protezione offerta da mamma tecnica che, a loro insaputa, li rende schiavi.

Per quanto riguarda le affermazioni di Vittorino Andreoli le trovo molto provocatorie, in quanto egli prende in considerazione un momento della vita umana notoriamente caratterizzato da fragilità e insicurezza, facendone una spiacevole conseguenza della società odierna.

Risulta vero inoltre che con gli anni e l’avvento dei media si è registrato un aumento del desiderio di apparire e diventare famosi, ma questo secondo me non è solo un'attribuzione da fare agli adolescenti, ma a tutti gli individui siano adulti, anziani o bambini che, in questo modo, cercano di valorizzare la propria individualità oppressa sempre più dall’omologazione a modelli stereotipati impostaci.

Trovo ardito pure parlare di “espressioni infantili” e “gemiti da neonato” poiché questo significherebbe la constatazione che ancora oggi, nel 2006, vi è un’agenzia di socializzazione importante, la scuola, retrograda e primitiva, cosa non vera a mio parere, come a parere della professoressa Silvana Belli: ella infatti afferma che se si cerca di portare il metodo educativo più all’avanguardia di così si rischiano insuccessi, per il solo fatto che gli alunni tendono ad approfittarsi della facilità.

Per quanto riguarda invece la cultura giovanile che comprende lettura e musica penso che essa rientri nell’espressione di quella individualità succitata, supportata solamente (come afferma Michela Nacci ) e non condizionata dalle odierne tecnologie come l’iPod.

Davide Bruzzolo

5B scienze sociali

Liceo delle scienze sociali dell'Istituto Magistrale "Duca degli Abruzzi" di Treviso

Leggendo questo post di Davide, mi è venuto in mente quello che diceva Pier Paolo Pasolini, il famoso intellettuale, regista e poeta ucciso in modo atroce il 2 novembre del 1975:

"Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i nuovi modelli imposti dal capitalismo, rischiando così una forma di disumanità, una forma atroce di afasia, una brutale assenza di capacità critiche, una faziosa passività, ricordo che queste erano appunto le forme tipiche delle SS: e vedo così stendersi sulle nostre città l'ombra orrenda della croce uncinata. Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all'angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare".

Pier Paolo Pasolini, "Il genocidio", 1974, in Scritti corsari, Garzanti, Milano 2001 [1975], p. 231.


Cosa ne pensate?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Secondo molti filosofi autori di scienze sociali, le giovani generazioni hanno subito, ad opera della “tecnica” e della società mediatica una sorta di mutazione antropologica: i processi cognitivi che permettono di “abitare il mondo”, di fare esperienza e di comprendere criticamente la realtà (percezione, capacità di attenzione e concentrazione , memoria… ) sembrano fortemente alterati e/o compromessi dalla tecnica e in particolare dai mezzi di comunicazione di massa.
Lo psichiatra Andreoli afferma che gli adolescenti di oggi oltre che fragilissimi sono caratterizzati da una deplorevole frammentazione psichica e linguistica, da un esasperato estetismo, dal desiderio di apparire e sottrarsi ad una vita ordinaria.
Le loro parole non sono che ”espressioni infantili, gemiti da neonato o da preominide”, meno ricche anche di un canto di un merlo mentre la musica giovanile come il rap è la "rappresentazione della schizofrenia" ("Lettera a un insegnante, p. 88)
Da quel che dice Andreoli, sembra che ormai gli adolescenti siano diventati degli autistici sociali.
Siamo tutti figli dei reality, del televisore, di internet e di tutti i mezzi di comunicazione che ci hanno amorevolmente allevato e accudito. A sostegno della tesi qui proposta sembra giusto citare uno studio svolto dalla rivista Campus alcuni anni fa fatto su un campione di 730 giovani universitari (maschi e femmine di età compresa tra i 19 e 26 anni) che afferma che sette studenti su dieci vogliono partecipare ad un reality televisivo per poter così diventare famosi. Lo stesso vocabolario della lingua italiana muta costantemente, introducendo termini e modi di dire venuti in auge recentemente ( basti pensare al famoso “a me mi” che ora a causa dell’uso frequente che se ne fa non è più considerato un errore) e ridimensionando la terminologia del “passato”. Non ritengo giusto però essere così critici nei confronti degli adolescenti o di chi si serve della tecnologia per potersi velocizzare o facilitare.
Del resto lo stesso Bacone, afferma che “la sovranità dell’uomo è nella scienza” e sebbene oggi siamo spesso diffidenti nei confronti della tecnica e degli effetti che essa produce, dobbiamo ricordare quanto essa ci sia d’aiuto nella vita quotidiana. E’ stato inoltre dimostrato da alcuni ricercatori del Cede (Centro Europeo dell’educazione) che anche la televisione se guardata con moderazione (non più di tre ore al giorno, l’equivalente di un film o un documentario e di un telegiornale) è utile ai fini dello studio poiché consente una fruizione più rapida delle informazioni.
Termino quindi con l’affermazione di Aristotele -“Méson te kai aristòn” il mezzo è la cosa migliore- (che più tardi è diventata famosa come “in medio stat virus” ) che meglio sintetizza il mio modo di vedere la questione. A mio avviso la tecnica infatti di per sé non è né giusta né sbagliata, tutto dipende dall’uso che se ne fa che deve essere moderato affinché questa non ci sovrasti.

Giada Candon 5B sociale

Anonimo ha detto...

ciao a tutti, sono Alberto, un ex studente del "Duca degli Abruzzi".
Il problema antropologico legato alla tecnica, secondo me, oltre a creare uno stato di apatia totale fra i giovani e a diminuire quello spirito critico fondamentale nell'economia culturale e vitale di un indivduo, riporta il mondo, ed il mio pensiero, a quel dualismo tipico del romanticismo che distingue la soggettività della specie da quella dell'individuo. Tale frattura, madre della psicoanalisi freudiana, se riproposta ai giorni nostri, cambiandone i significanti insiti nella proposizione, può essere specchio della nostra società. Ci si chiede allora, in che senso debbano essere cambiati i significanti; nel senso che la rappresentazione non è più l'inganno egologico che, tramite la creazione di progetti, rapporti inter personali e sentimenti devìa lo sguardo umano dalla cinica realtà naturale, dove tutto è in funzione della specie, del mantenimento e della riproduzione; ma la soggettività dell'individuo, diventa la soggettività virtuale.
Una soggettività virtuale che si illude ancora di più della rappresentazione romantica, infatti questa nuova frontiera non vive più nella natura, non chiede più come Nietzsche "datemi un maschera, un'altra ancora che sia la festa di Dioniso", non vive più nella terra, diventa un vero e proprio epifenomeno non più naturale ma tecno-culturale.
Stiamo diventando degli automi schizzofrenici!! viviamo sotto due nomi, il rappresentativo ed il virtuale, teniamo due comportamenti tal volta radicalmente oppsti, ci pensiamo importanti nell'infinità della rete, ma non ci siamo ancora resi conto che tutto ciò nasce perchè forse, ultimamente si è frainteso Cartesio..
"dire che quando si pensa bisogna che ci sia qualcosa che pensi, è semplicemente la formulazione dell'abitudine grammaticale che all'azione aggiunge un attore. Se si riduce la proposizione a questo: "Si pensa dunque ci sono pensieri" ne risulta una semplice tautologia e la "realtà del pensiero" rimane fuori questione sicchè in questa forma si è portati a riconoscere solo l'apparenza del pensiero. Ma Cartesio voloeva che il pensiero fosse non una realtà apparenta ma un in sè."-Nietzsche
Con la nascita del virtuale la rex cogitans, da sempre pietra miliare della filosofia e della scienza è diventata rappresentazione, non più focolaio delle idee chiare e distinte, ma identità telematica. Potrei azzardarmi a dire che, secondo l'ottica di questo nuovo millennio s'è rotta la ghiandola pineale di congiunzione fra le due rex; difficilmente infatti trovo persone legate al loro corpo, se non sempre per mezzo della rappresentazione di questo..
Concludo affermando che a mio avviso il problema della tecnica è dovuto alla nascita di una terza rex, la rex virtuale..