01 luglio 2009

Nuova biblioteca di scienze umane

Roberto Infrasca
La cultura dell'impersonalità
Roma, MaGi 2009
272 pp.
Gli scenari socioculturali degli ultimi due decenni, l’epoca «postmoderna», hanno prodotto – a livello micro e macro-sociale – rilevanti modificazioni nel modello psicologico, cognitivo e comportamentale dell'individuo.
Tali trasformazioni hanno introdotto modalità culturali, concettuali, relazionali ed esistenziali che rappresentano un fenomeno sconosciuto e preoccupante: le relazioni umane assomigliano sempre più a quelle elaborate e indotte da criteri automatici e commerciali, mentre le persone basano la propria sicurezza tenendosi vicino alla moltitudine, alle regole, valori e comportamenti impersonali, veicolati incessantemente dai mass-media e adottati largamente dalla società. Il sotteso vuoto comunicativo rispecchia l’arresto della maturazione intrapsichica e interpersonale dell’uomo il quale, nel tentativo di avvicinarsi agli altri, rimane disperatamente solo.
Attento e appassionato studioso delle problematiche dello sviluppo psicologico della persona, l’autore rende evidenti in modo limpido i grandi problemi della vita quotidiana delle persone. La sua analisi è volta a evidenziare i fattori e i fenomeni che hanno originato e organizzato la struttura sociale, culturale e psico-comportamentale dell'entità qui definita «uomo postmoderno».
Roberto Infrasca, psicoterapeuta, svolge la sua attività professionale presso l’Unità Operativa di Psichiatria della asl 5 di La Spezia. Docente di Psicologia clinica all’Università di Genova, è autore dei volumi: Il linguaggio silenzioso, La dimensione adolescenziale: un progetto tra dipendenza e autonomia, Donne e depressione e, per i tipi delle Edizioni Magi, Anoressia e conflitto sessuale, Dall’infanzia alla depressione, Accadimenti nell’infanzia e psicopatologia dell’adulto, DAP: Inquadramento psicopatologico e approccio psicoterapeutico nel Disturbo da Attacchi di Panico.
Fonte: Edizioni Magi

29 giugno 2009

Biblioteca antirazzista - L'identità etnica

Ugo Fabietti
L'identità etnica
Roma, Carocci
184 pp.
Cos’è l’identità etnica? È un "dato naturale", che accomuna gli individui con la stessa origine, la stessa lingua, la stessa religione’ È una dimensione propria di tutte le società e di tutte le epoche oppure, diversamente, è un aspetto peculiare delle forme di esistenza "primitiva" o, comunque, pre-moderna? L’identità etnica può forse essere considerata il prodotto di circostanze contigenti? E ancora, in che senso si può parlare di "memoria" etnica’ Che ruolo essa riveste nel contesto di un mondo politicamente diviso, ma attraversato dai potenti flussi della tecnologia? A queste domande il libro suggerisce una risposta, disegnando un percorso in cui la chiarificazione dei concetti non vuole disgiungersi dalla concreta molteplicità dei fenomeni studiati.Mediante un’analisi della nozione di identità etnica e di quella, ad essa correlata, di "autenticità culturale", viene così presentata un’ampia costellazione di idee che, assai spesso, vivono immerse nei luoghi comuni del linguaggio quotidiano, della politica, dei mass media e della stessa antropologia.Proprio in questa prospettiva, e avvalendosi di alcuni esemplari "casi etnografici", il libro si sofferma sui nessi esistenti tra gli "etnicismi" che serpeggiano in tutte le regioni del pianeta: il tribalismo africano, la lotta per il riconoscimento da parte delle minoranze indiane, il neorazzismo, il multiculturalismo ingenuo o esasperato.Un libro per chiunque voglia interrogarsi criticamente su una delle parole chiave del nostro tempo.
Fonte: Carocci editore

Biblioteca antirazzista - Razza e storia, Razza e cultura

Claude Lévi-Strauss
Razza e storia
Razza e cultura

Torino, Einaudi pbe 2002
116 pp.
Scritti a distanza di circa vent'anni l'uno dall'altro, Razza e storia (1952) e Razza e cultura (1971) rappresentano una pietra miliare della riflessione antropologica e vanno considerati ancora oggi alla stregua di un piccolo manifesto antirazzista.
Nel loro insieme i due saggi propongono gli aspetti inscindibili di una medesima riflessione: quella relativa ai mondi sommersi, e quella sul mondo che ci circonda. Illustrando tutta l'ambiguità di parole chiave quali senso del progresso, civiltà, differenza razziale, etnocentrismo, il grande antropologo francese denuncia la gratuità, ma anche la straordinaria forza di seduzione, dei pregiudizi e luoghi comuni che alimentano ogni idea di identità culturale e qualsiasi rapporto con il diverso-disuguale, riaffermando il legittimo diritto all'esistenza di qualsiasi cultura. Il relativismo culturale lévi-straussiano non considera infatti le civiltà come universi chiusi: «L'unica tara che possa affliggere un gruppo umano e impedirgli di realizzare in pieno la propria natura è quella di essere solo».
Fonte: Casa editrice Einaudi

Biblioteca antirazzista - Il razzismo in Europa

George L. Mosse
Il razzismo in Europa. Dalle origini all'olocausto (1978)
Roma-Bari, Laterza 1985 e 2008
302 pp.
"Tutti i razzisti si attenevano a un certo concetto di bellezza, quella bianca, classica, ai valori tipici della classe media, cioè il lavoro, la moderazione, l'onore, e tutti pensavano che questi valori si rivelassero tramite l'aspetto esteriore... Il razzismo assegnava a ciascun individuo un ben preciso posto nel mondo, dando di ognuno, in quanto persona, una definizione e fornendogli, con una chiara separazione tra razze 'buone' e razze 'cattive', un'interpretazione dello sconcertante mondo moderno nel quale viveva... L'osservazione del male dimostra come l'aspirazione dell'uomo a un mondo felice e sano possa essere piegata a una conclusione in origine assolutamente imprevista, ma tuttavia implicita a quel determinato mito".

Biblioteca antirazzista - La macchia della razza

Marco Aime
La macchia della razza. Lettera alle vittime della paura e dell'intolleranza
Milano, Ponte alle Grazie 2009
96 pp.
Dragan è un bambino. Un bambino rom. Bisogna schedarlo, prendergli le impronte. Come a tutti gli stranieri che invadono il nostro paese e le nostre città. Il razzismo non c’entra. È che bisogna tenerli sotto controllo, rispedirli a casa prima che ci infastidiscano ai semafori, rubino nelle nostre case, stuprino le nostre donne. Perché la nuova parola d’ordine dei nostri politici, da destra a sinistra, è «sicurezza». Non c’è quotidiano o telegiornale che non tenga a specificare la nazionalità o l’etnia del criminale di turno – rumeno, albanese, marocchino – quando invece andrebbero ricordate le vittime più recenti dell’immigrazione clandestina e del razzismo strisciante nel nostro paese.
Eppure noi italiani, «brava gente», qualche decennio fa eravamo proprio come «quelli lì», guardati con sospetto, maltrattati, offesi, quando cercavamo lavoro e fortuna all’estero. La storia non ci ha insegnato proprio nulla, sembra dirci Marco Aime, e allora certe cose bisogna ripeterle, e ripeterle ancora, perché la macchia della razza scolori, per poi un giorno sparire per sempre.
Fonte: Casa editrice Ponte Alle Grazie

Biblioteca antirazzista - Regole e roghi

Annamaria Rivera
Regole e roghi. Metamorfosi del razzismo
Bari, Dedalo 2009
264 pp.
Passione civile e rigore intellettuale rendono compatta questa raccolta di articoli, preceduta e aggiornata da un ampio saggio sul razzismo «nell’epoca della sua riproducibilità mediatica», che si sofferma soprattutto sul caso italiano. Scritti nell’ultimo decennio per quotidiani e periodici, gli articoli, pur affrontando temi svariati, ruotano tutti intorno alla questione della realtà e delle rappresentazioni dei migranti e delle minoranze nelle società europee. Uno dei meriti della raccolta è di mostrare le tappe e lo sviluppo di tendenze oggi del tutto palesi: la manipolazione politica e mediatica di diversità culturali e religiose o di fatti di cronaca in funzione anti-immigrati e anti-rom; l’uso demagogico del tema della sicurezza e la strategia del capro espiatorio; il riemergere di forme di antisemitismo; la dialettica perversa fra il razzismo «democratico» e quello senza aggettivi. Il tema adombrato nel titolo coincide con la tesi principale del volume: il razzismo istituzionale, veicolato e rafforzato dal sistema mediatico, alimenta la xenofobia popolare e se ne serve per legittimarsi. Questo circolo vizioso, utile a deviare le ansie collettive e a catturare consenso, tende a ridurre migranti e minoranze a «nuda vita».
Fonte: Edizioni Dedalo

Il sogno segreto



Il sogno segreto

dei corvi di Orvieto
è mettere a morte
i corvi di Orte.

Toti Scialoja

23 giugno 2009

Il suonatore Petru


Nel suo Saggio sulla violenza, il sociologo tedesco Wolfgang Sofsky sostiene che da sempre "gli uomini distruggono e uccidono volentieri e con naturalezza. La loro cultura li aiuta a dare forma e figura a questa potenzialità".
Di fronte al male l'uomo ha storicamente assunto tre prospettive:
- la prospettiva dello spettatore distaccato;
- la prospettiva dello spettatore interessato;
- la prospettiva dello spettatore entusiasta.
Lo psicologo sociale Adriano Zamperini, nel suo pregevole Psicologia dell'inerzia e della solidarietà spiega in questi termini la forza dell'inerzia che governa l'atteggiamento del primo tipo di spettatore:
- non vuole essere coivolto negli avvenimenti;
- rivolge altrove lo sguardo per non vedere quello che sta accadendo;
- cerca di mantenere inalterata la distanza che lo separa dalla vittima;
- razionalizza prontamente, rinforzando la cognizione a scapito delle emozioni, del sentire.
Fra le varie reazioni all'episodio a cui fa riferimento questo post e che ha avuto una certa eco mediatica (l'atroce video dell'uccisione del musicista rom Petru Birlandeanedu è ormai anche su YouTube) ce n'era una che diceva: tutti fanno gli eroi, i paladini della giustizia, davanti allo schermo della tv o del pc e condannano l'indifferenza e la disumanità dei passanti, se non addirittura della città di Napoli in quanto tale, dove nessuno ha prestato soccorso a un uomo morente o a sua moglie disperata. Ma voi cosa avreste fatto? Siete sicuri che non avreste fatto lo stesso, cioè che non sareste anche voi passati sopra il corpo di quell'uomo per prendere la vostra corsa e nascondervi a casa vostra?
Anche questo ragionamento, tuttavia, è frutto di quella che gli psicologi oggi chiamano la "mentalità dello spettatore", subito pronta a razionalizzare e a giustificare-assolvere comportamenti omissivi e colposi, ma non ad andare più in là usando la ragione. Ad esempio, non ci si chiede se il grado di coinvolgimento in una certa rappresentazione sociale della realtà non abbia una qualche influenza su come poi ci si comporta in quella realtà. In altri termini, una volta che le persone hanno accettato che "non ci si può fare niente", il mondo diventa sempre di più un inferno senza via d'uscita. Se nessuno è disposto a rischiare qualcosa per opporsi al potere dei violenti, razzisti o camorristi che siano, questi hanno già vinto. Potranno andare in giro a sparare in bocca ai nostri figli e noi correremo a timbrare il biglietto della metro.


Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

10 maggio 2009

E tre

Carrozze metro riservate alle donne «di qualsiasi età» e posti riservati «ai milanesi per bene di qualunque razza e colore». È quello che «fra dieci anni saremo costretti a chiedere», afferma Matteo Salvini, se la situazione sicurezza sui trasporti pubblici meneghini continua così. «Saremo costretti a chiedere che le prime due carrozze siano riservate alle donne, e poi anche posti ai milanesi di qualsiasi razza e colore».

(prosegue su Lastampa.it)

E due

Neonazisti irrompono alla commemorazione di Mauthausen

Un gruppo di neonazisti incappucciati ha urlato 'Heil Hitler' alla cerimonia in ricordo della liberazione del campo di concentramento di Mauthausen

L'Austria si è macchiata oggi di un altro episodio di antisemitismo: un gruppo di neonazisti incappucciati ha fatto irruzione alla cerimonia per la commemorazione della liberazione del campo di concentramento di Mauthausen gridando 'Heil Hitler'.

Circa 7.000 persone hanno partecipato oggi ad un'altra cerimonia organizzata al campo principale di Mauthausen, alla presenza del presidente della Repubblica austriaca, Heinz Fischer, e rappresentanti di diverse comunita' religiose.

(Rainews24.it, 10 maggio 2009)

E uno

L'albergatore ha motivato il no alla prenotazione con il fatto che in passato aveva avuto "cattive esperienze". La vicenda riportata da un quotidiano locale

Tirolo, albergo rifiuta famiglia ebrea
Il turista: "Mai più in questo posto di razzisti"

VIENNA - Un episodio di discriminazione si è verificato in Austria, in una località turistica del Tirolo. Un albergo di Serfaus non ha accettato la prenotazione di una famiglia ebrea di Vienna motivando il rifiuto, nella email di risposta alla richiesta di prenotazione, con le "cattive esperienze" avute in passato con ospiti ebrei.

E' il quotidiano Tiroler Tageszeitung a raccontare la vicenda, che vede protagonista un residence del paesino che, negli anni recenti, è diventato una meta turistica per le famiglie ortodosse ebree, con diversi alberghi che offrono cucina kosher.

Prevedibile il commento della locale comunità ebraica: "E' terribile", ha dettoil presidente Esther Fritsch. Indignazione anche da altri operatori del settore. La proprietaria di un altro albergo, Petra Micheluzzi, ha affermato che un incidente del genere rischia di compromettere il lavoro fatto nel settore turistico in tanti anni.

Il turista, padre di cinque figli, che si è visto rifiutare la prenotazione, ha detto al giornale austriaco che non intende trascorrere le vacanze "in questo posto di razzisti". "Informerò i miei amici di quello che succede in Tirolo", ha detto, senza rivelare il suo nome.

(Repubblica.it, 10 maggio 2009)

02 maggio 2009

Lévi-Strauss e il pensiero dell'altro

L'uomo che ha fatto dell'antropologia quel che Freud fece della psicoanalisi, cioè uno dei grandi saperi del Novecento. Non solo una disciplina specialistica, per pochi esploratori di mondi esotici, ma un nuovo modo di vedere l'uomo. Nessun antropologo ha esercitato un'influenza altrettanto vasta al di fuori del proprio campo. Con questo moralista classico in presa diretta sullo stato d'urgenza planetaria l'antropologia va fuori di sé per diventare scommessa filosofica in grado di revocare in questione l'opposizione tra natura e cultura, e la definizione stessa dell' umano...

(continua su
La Repubblica, 21 novembre 2008)
Links: Claude Lévi-Strauss at 100

23 aprile 2009

Alfredo Zardini: Zurigo, 20 marzo 1971

Alfredo Zardini era un operaio veneto dell'Ampezzano emigrato in Svizzera per cercare lavoro. Fu ammazzato a pugni e calci in un bar di Zurigo, il "Frau Stirnimaa", il 20 marzo 1971. Zardini si era fermato a bere un caffè, e lo Stirnimaa era l'unico bar aperto. Zardini, che non sapeva il tedesco e non conosceva la città, non sapeva che era un posto di pessima fama, poco raccomandabile a un emigrato italiano. Erano le cinque di mattina e l'operaio, appena giunto a Zurigo, sembra avesse un appuntamento con un imprenditore locale per un colloquio di lavoro.
Venne aggredito da un militante xenofobo, Geri Schwitzgebel, per ragioni non chiarite, forse a causa di una discussione o di un diverbio. Zardini fu picchiato ripetutamente da Schwitzgebel e trascinato fuori dal locale sanguinante e privo di sensi. Nessuno dei presenti cercò di fermare l'aggressore o si premurò anche soltanto di chiamare le forze dell'ordine.
Zardini fu quindi semplicemente lasciato morire fuori dal locale, fra l'indifferenza di avventori e passanti.
Ha scritto Gian Antonio Stella (L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi, p. 227):
"Tutto rimosso, abbiamo. Tutto cancellato. Come i cartelli affissi in molti bar [elvetici e tedeschi, nd.r.] con scritto: 'Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani'. O come la sentenza che nel 1974, l'anno in cui Claudio Baglioni cantava E tu, Mario Monicelli girava Romanzo popolare e Pippo Baudo faceva Senza rete, vide il tribunale di Zurigo chiudere in una sola udienza (una!) il processo a Gerhard 'Gerry' Schwizgebel [sic], un balordo alto due metri e pesante 130 chili che nel 1971 aveva ammazzato a pugni e calci un bellunese, Alfredo Zardini, venuto a cercar fortuna nella dolce Helvetia lasciando a Cortina d'Ampezzo la moglie e un figlioletto".

Da una ballata per Alfredo Zardini:

E siete zingari, voialtri italiani,
sentiva dirsi da gente straniera,
siete randagi in cerca di pane ...

C'è ogni giorno un treno alla stazione
che per l'inferno ha la destinazione,
dell'emigrante questa è la sorte:
va in cerca di lavoro e trova morte.

Per chi volesse saperne di più su Alfredo Zardini:
Sull'emigrazione italiana in Svizzera:
Per la storia dell'emigrazione italiana:

21 aprile 2009

Documento ONU sul razzismo


La conferenza dell'ONU sul razzismo tenutasi a Ginevra (20-24 aprile), denominata Durban II, si è conclusa con l'approvazione di una dichiarazione sottoscritta da 100 paesi, fra i quali non risulta l'Italia, che peraltro non ha nemmeno partecipato ai lavori della conferenza, in segno di protesta relativamente al fatto che, a detta del governo italiano, Israele sarebbe l'unico paese citato nel documento (cosa che non trova corrispondenza nella bozza di documento finale approvata, come si può verificare leggendola).
Fra i numerosi (143) punti della dichiarazione, si possono ricordare almeno:
1. la riaffermazione della democrazia e del rispetto dei diritti umani come valore essenziale per la prevenzione effettiva, la lotta e lo sradicamento del razzismo, della discriminazione razziale, della xenofobia e della relativa intolleranza (punti 11 e 15);
2. l'invito a prendere misure preventive per combattere la persistenza di comportamenti xenofobi e stereotipizzazioni negative dei non cittadini (punto 19);
3. l'apprezzamento e l'invito a intensificare i programmi che promuovono il dialogo interculturale (punto 23);
4. sollecita urgentemente gli stati a sanzionare comportamenti di gruppo violenti, razzisti e xenofobi basati su ideologie neonaziste, neofasciste o su altre ideologie nazionali violente (punto 60).
Qui è disponibile il testo originale della bozza finale approvata; qui il link al sito della Durban Review Conference; qui il commento del sito specialistico Internationalia del documento integrale.

09 aprile 2009

Casa dello studente

Un foglio di appunti sottolineati con l'evidenziatore, tra i resti dei forati e la polvere, affiorano nel Ground Zero dell'Abruzzo colpito da un terremoto annunciato, tra le macerie di quel che resta della "Casa dello studente" dell'Aquila, un edificio che avrebbe dovuto essere luogo di studio e di riposo, mentre è diventato la tomba per forse una decina di studenti universitari, almeno fino ad ora.
Torna alla memoria il noto passo del libro XXV del Principe di Machiavelli sulla fortuna "la quale dimonstra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla".
Altri paesi, in cui forse Machiavelli nemmeno si studia al liceo, hanno fatto tesoro di questo monito e costruito edifici con criteri antisismici rigorosi e rispettati: perché la vita di ogni cittadino è sacra.
In Italia gli appalti pubblici sono invece una gara a chi si aggiudica l'appalto al minor costo e quindi, prevedibilmente, subappaltando a ditte che usano lavoratori malpagati o in nero, che quindi nemmeno leggono il progetto originario, usano materiali più scadenti o sorvolano sulle norme che imporrebbero di costruire secondo standard di massima sicurezza, soprattutto in un paese come il nostro, ad elevatissimo rischio sismico.
Ora tutti spingono per apparire davanti alle telecamere, politici di tutti gli schieramenti fanno grandi annunci, promettono fondi, personaggi famosi e meno famosi fanno a gara per mostrarsi generosi e solidali lanciando sottoscrizioni, raccolte di beni e di fondi. Poi ci si dimenticherà di nuovo del monito di Machiavelli e, temo, anche del destino degli sfollati e passeranno chissà quanti anni prima di vedere qualcosa di ricostruito, chissà quante nuove inchieste della magistratura su fondi sperperati, malversati, rubati.
Si sa: in Italia l'historia non è magistra proprio di niente. E proprio per questo ci stiamo avviando a diventare un campo profughi generalizzato. La sostanza umana che fa di un paese un paese solido, affidabile, resistente è la stessa che dovrebbe imporre ai costruttori di mettere il ferro nel calcestruzzo e non la sabbia.
Ma è proprio questa sostanza umana che sta venendo a mancare, sostituita da una viscosità colloidale, fangosa, informe, buona per i salotti televisivi con il loro pendant di polemiche ma non per gli impegni durevoli e per il rigore che dovrebbero animare amministratori, progettisti, costruttori.
E un paese senza quest'anima si sgretola, come gli ospedali, i palazzi del governo, le scuole, le case dello studente e tutte le altre abitazioni faticosamente tirate su nel corso di una vita.
Come osserva la stampa internazionale, in Italia l'unica cosa certa in materia di prevenzione dei terremoti sono le bare per i morti e l'inutile mappa dei luoghi d'incontro dei sopravvissuti.
Ecco perché quel foglio di appunti adagiato sulle macerie è lì per accusarvi tutti: amministratori, politici, tecnici, progettisti, costruttori, faccendieri e mezzani di ogni ordine e grado, del pubblico e del privato.
E' quel foglio che dovreste vedere ogni mattina, quando vi guardate allo specchio, nelle vostre case che sicuramente non sono crollate come quella che avete costruito per quelli che in cuor vostro avete giudicato "quattro studenti morti di fame".

28 febbraio 2009

L'Onda

Nel 1967 un professore di storia libertario, pacifista e antimilitarista di un liceo a Palo Alto (California) cercò di svolgere un esperimento educativo per spiegare in modo non libresco la nascita dei regimi totalitari, in particolare del fascismo. A tal scopo introdusse un simbolo (un'onda rossa stilizzata), il saluto, un motto, stemmi, bandiere, regole e punizioni per chi non le rispettava, distribuendo compiti e ruoli ben definiti. Questo esperimento era insomma una sorta di role-play, una drammatizzazione, che prevedeva l'immedesimazione dei partecipanti e a tal fine previde tutta una serie di rituali che i soldati conoscono bene e che servono a sviluppare il senso di appartenenza, la disciplina, il rispetto delle regole, la rigida divisione dei ruoli, la leadership. Insomma, il professor Ron Jones (questo il suo nome) tentò un esperimento di psicologia sociale in piena regola che riuscì a captare, come ha detto l'ex professore in un'intervista, "il senso dell'esuberanza dei giovani, la loro voglia di essere parte di una comunità e agire per cambiare le cose". Questo tanto per ricordarci che il fascismo/nazismo è una realtà molto vicina e non un tragico incidente del passato, data la nostra natura gregaria e il senso di insicurezza che la società di massa suscita in noi (Hannah Arendt docet). L'esperimento ricorda molto da vicino, inoltre, quello dello psicologo Stanley Milgram sull'obbedienza all'autorità (1962): una volta che si sia attribuita autorità e quindi potere a una certa fonte, si tende a conformarsi alle richieste che provengono da essa, anche se questo comporta fare del male agli altri. Insomma, il male è il conformismo, come emerge anche dalla vicenda del prof. Jones (il quale, diciamolo chiaramente, esagerò davvero con il suo esperimento educativo, omettendo quello che un educatore deve sempre ricordarsi: far riflettere criticamente i suoi allievi sulle esperienze educative proposte).
Un'altra spiegazione è quella di Erich Fromm in Fuga dalla libertà (1941): la gente nelle attuali condizioni di vita ha paura della libertà, di essere autonoma, di dover fare delle scelte, di prendersi determinate responsabilità. La conseguenza è che si cercano scorciatoie ideologiche, semplificazioni cognitive, ancoraggi emotivi. Ci si affida al leader carismatico, ci si identifica totalmente con il gruppo (vedi i recenti episodi di Verona, dall'assassinio di Nicola Tommasoli al pestaggio in centro storico), ci si appiattisce nella routine e negli stereotipi e quindi nei pregiudizi (biases). Questo porta dritto all'intolleranza, al fanatismo e al fascismo.
Oggi quella drammatica esperienza è diventata un film, L'Onda (Die Welle), del regista tedesco Dennis Gansel, che ha riambientato in Germania la vicenda, attualizzandola e drammatizzandola ulteriormente (con esiti cinematografici un po' discontinui). L'esperimento costò caro al professore, che fu licenziato e inibito a vita dall'insegnamento nelle scuole pubbliche americane. Collaborò tuttavia con Philip Zimbardo, il noto autore dello "Stanford Prison Experiment" (qui link al documentario originale).
Ci si deve chiedere, però: ma davvero è così facile far diventare tutti dei nazisti in pectore? Basta un professore che ci sa fare? E davvero i giovani si sottomettono così facilmente al potere e stanno ad ascoltare le proposte di un loro professore (per giunta "alternativo")? Sembra che il totalitarismo abbia bisogno solo di un capetto e non di un tessuto sociale, di premesse culturali, storiche, economiche. La complessità storica diventa un gioco di ruolo, un videogame, un meccanismo a stimolo/risposta, una semplificazione dilettantesca. E questo, se non è totalitario, è - quanto meno - semplicemente stupido.

11 febbraio 2009

Non gridate più (Per Eluana Englaro)

Cessate d’uccidere i morti,
non gridate più, non gridate,
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

GIUSEPPE UNGARETTI, da Il dolore (1947)


10 febbraio 2009

Background culturale

"La vita passata dell’emigrante è, come noto, annullata. Una volta era il mandato di cattura, oggi, invece, è l’esperienza intellettuale che viene dichiarata non trasferibile e totalmente estranea al carattere nazionale. Ciò che non è reificato, che non si presta ad essere contato e misurato, viene lasciato cadere. Ma, come se non bastasse, la reificazione si estende anche a ciò che le si oppone, alla vita che non è immediatamente attualizzabile, a tutto ciò che sopravvive solo nel pensiero e nel ricordo. 

Per questa classe di elementi hanno inventato una rubrica apposita, che prende il nome di background e che figura come appendice nei questionari, dopo il sesso, l’età e la professione. La vita offesa e violentata subisce ancora l’ultima onta di essere trascinata, come una preda, sull’automobile di trionfo degli statistici uniti, e non c’è più nemmeno il passato che possa sentirsi al sicuro dal presente, che torna a votarlo all’oblio nell’atto in cui lo rammemora."

 THEODOR W. ADORNO, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Torino, Einaudi, 1979, § 25 ("Di loro non resterà memoria")

08 febbraio 2009

La gita di classe? Facciamola a Lampedusa

Tra le poche notizie positive uscite nei giorni scorsi dai palazzi romani, e passate come d’abitudine quasi inosservate, c’è l’intesa tra i ministri dell’Istruzione e dei Beni Culturali Mariastella Gelmini e Sandro Bondi per scoraggiare i viaggi all’estero delle scolaresche italiane. Il programma «Alla scoperta del tuo Paese», che durerà due anni e coinvolgerà 500 istituti, mira non solo a promuovere la conoscenza del territorio nazionale in vista del 150mo anniversario dell’Unità ma anche a combattere un certo andazzo spensieratamente vacanziero diffuso in questi anni nelle scuole della Repubblica. Quelli che vengono spacciati come «viaggi di istruzione» a Barcellona o a Berlino (due tra le mete più gettonate) sono di fatto degli ottimi pretesti per bigiare tutti insieme, professori e studenti, una settimana o più di lezioni e andare a bighellonare in una capitale straniera. Qualche ora di sbadigli alla Sagrada Familia o alla Gemäldegalerie, un po’ di foto col telefonino, poi di corsa nella prima birreria o in qualche Tapas Bar. Per tacere delle notti brave in albergo, con annessi spinelli e video osé. Voli low cost e pacchetti all inclusive rendono popolari queste transumanze presso le famiglie, ben felici di liberarsi per un po’ dell’ingombrante presenza di adolescenti ipodizzati e scarsamente interattivi.
Il programma ministeriale prevede pure un concorso aperto a scuole medie e licei, che dovranno gemellarsi per proporre idee originali di viaggi d’istruzione (non di distruzione né di distrazione), rigorosamente entro i confini patrii. Attendiamo fiduciosi gli esiti del concorso. Purché l’originalità non consista nel mandare i ragazzi a Firenze coll’insegnante di ginnastica, che non sa neppure chi era Brunelleschi.
Se fossi nei panni dei professori suggerirei una destinazione insolita, lontana dalle rotte più battute: la bella isola di Lampedusa, ultimamente frequentata da una specie particolare di crocieristi provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo. Laggiù, senza bisogno di passare la frontiera, ma restando in terra italiana, gli studenti potranno vedere un po’ di mondo, capire le conseguenze della globalizzazione e imparare due concetti fondamentali delle democrazie liberali: il dovere di accoglienza verso lo straniero e il valore della vita umana. Non la vita vegetativa, ma quella piena e cosciente di chi lotta per sopravvivere e spesso viene buttato a mare senza che a nessuno venga in mente di salvarlo con un decreto. Peggio, rischiando di essere denunciato come clandestino dai medici del pronto soccorso.

29 gennaio 2009

Vergogna


Che cosa significa vergognarsi, provare vergogna, sentirsi male dalla vergogna? Si tratta di un sentimento o emozione ancora attuale in una società come la nostra, la quale (come si sente dire spesso da più parti), è "senza vergogna"? Cos'è dunque la vergogna? Sgomento di fronte a un errore, pudore violato, autocensura, avvilimento, disgusto per aver detto o fatto qualcosa di sbagliato? Secondo il Dizionario di Psicologia di Galimberti vergogna è il "turbamento o senso di indegnità avvertito dal soggetto che presume di ricevere o effettivamente riceve una disapprovazione del suo stato o di una sua condotta da parte degli altri". Hegel nell'Estetica vede nella vergogna qualcosa di positivo, perché consente all'uomo di cancellare quella dimensione di indigenza, tipica degli animali, che impedisce di esprimere compiutamente la vita dello spirito. E Sartre in L'essere e il nulla scrive che la vergogna è la coscienza di essere o poter diventare un oggetto, di scoprire me stesso come "quell'essere degradato, dipendente e cristallizzato che io sono per altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che abbia commesso questo o quell'errore, ma semplicemente del fatto che sono "caduto" nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione d'altri per essere ciò che sono". Quindi per Sartre la vergogna è, in un certo senso, l'orrore dell'uomo per la sua (sempre possibile) oggettivazione.
"E' una vergogna!", "Si vergogni!", "Vi dovete vergognare!", "Che vergogna...": la vergogna spinge all'uso ottativo, all'invettiva sdegnata, al richiamo indignato. Sempre più usata nella nostra lingua, l'espressione è causa anche di conflitti che finiscono nelle aule dei tribunali (si veda il caso raccontato qualche giorno fa da Gian Antonio Stella sul Corriere, su quanto occorso a una signora di Vittorio Veneto che ha usato una di quelle espressioni per apostrofare alcuni consiglieri durante un consiglio comunale). Oggi sembra che il "si vergogni" si sia sostituito al "non sono d'accordo con lei": dissentire, poiché richiede una paziente argomentazione, capacità di ascolto e di analisi, fa perdere tempo (e pazienza). Certo, a volte l'espressione viene effettivamente usata secondo il suo antico significato, per esprimere disapprovazione o turbamento per qualcosa che si disapprova moralmente. Ma sempre più frequentemente l'espressione sembra essere sempre più connotata in funzione censoria, per gettare discredito sull'interlocutore: è l'espressione che riscontro più spesso nei politici nostrani, soprattutto quando vanno a esibire il loro narcisismo nelle varie piazze o salotti televisive (e l'inventore-innovatore di questo uso forsennato dell'espressione è sicuramente il critico d'arte e politico Vittorio Sgarbi, con il suo iterativo e ad libitum "vergogna! vergogna! vergogna!"). Il punto è che secondo gli psicologi che se ne intendono le esperienze vergognose dovrebbero servire alla maturazione psicologica della persona, consentendo lo sviluppo delle capacità di autoanalisi e autocorrezione. Sempre più invece si osserva l'uso assolutamente improprio del termine, soprattutto nel dibattito politico, vista la natura eristica che ormai lo caratterizza.
Di altre cose invece non ci si vergogna, come ad esempio questa, successa a Treviso oppure questa, avvenuta a Guidonia, o quest'altra, a Nettuno. Si nasconde la vergogna con l'appello emotivo, ci si autoassolve dietro il "volevamo solo divertirci", come bambini incoscienti.
Ma l'appello alle emozioni e, soprattutto, l'uso politico-giuridico della vergogna non è soltanto una delle tipiche stramberie di cui si occupano i cacciatori di assurdità come Stella. In un importante studio, Martha Nussbaum mette in luce come il richiamo alle emozioni rappresenti un'importante novità nel diritto. Negli Stati Uniti, infatti, prendono sempre più piede sanzioni "che espongono", scrive la Nussbaum, "il reo alla vergogna", incoraggiando i cittadini "a stigmatizzare i trasgressori, inducendoci a vederli come individui disonorevoli e indecenti" (Hiding from Humanity, 2004, trad. it. Nascondere l'umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci 2005, p. 18).
L'umanità dovrebbe essere difesa, non esposta alla vergogna. Pensiamo solo alla tutela che sempre più garantiamo a quegli studenti che, per una qualche forma di malattia grave o disabilità cronica, possono usufruire di un insegnamento personalizzato senza doversi vergognare della loro condizione psicofisica (scuola in ospedale, istruzione domiciliare, ecc.). Una simile pratica protegge lo sviluppo dall'esposizione alla stigmatizzazione. Ma sempre più, nota la Nussbaum, si sta diffondendo anche la pratica contraria, ovvero esporre alla vergogna il colpevole di qualche reato o forma di devianza. Secondo alcune teorie (quelle comunitariste), nota la Nussbaum, "i cittadini di oggi hanno perso ogni inibizione con la conseguenza di provocare il disordine e il decadimento sociale. Secondo loro [i teorici del comunitarismo neoconservatori], il modo migliore per promuovere l'ordine sociale e dare appoggio ai valori importanti legati alla famiglia e alla vita sociale è stigmatizzare [cioè provocare artatamente il sentimento della vergogna] le persone che si comportano in modo deviante: chi fa abuso di alcool e di droghe, le madri single, le persone che vivono dei sussidi sociali" (p. 268). L'utilità di indurre il senso della vergogna sarebbe "espressivo": umiliare i devianti consente ai "normali" di affermare i propri valori (tesi sostenuta peraltro anche da Durkheim, ma in senso per lo più descrittivo). La vergogna è cioè un "deterrente": se vai con le prostitute pubblichiamo il tuo nome sui giornali, così i tuoi cari verranno a saperlo e cadrai nella loro stigmatizzazione. Certi giudici americani sanzionano il "driving under influence", cioè la guida in stato di ebbrezza, costringendo i colpevoli a portare sulla loro auto per un anno intero una targa con la scritta DUI (Driving Under Influence). Come dire: sono un ubriacone, state attenti. Ricorda sinistramente un pezzo di storia europea, quello delle leggi di Norimberga e dei numeri tatuati sulle braccia in quei posti che adesso qualcuno, anche fra le gerarchie ecclesiastiche, nega siano mai esistiti. Non solo: implica anche una concezione oggettivante dei sentimenti morali, strumentalizzando la vergogna per raggiungere obiettivi che vengono spacciati per educativi, etici, moralistici. Ma in questo modo si pensa alla persona umana come qualcosa che può essere trattato come mezzo, violando in tal modo il fondamento stesso dell'educazione, dell'etica, della morale, ovvero la Regola Aurea kantiana: "agisci in modo da considerare l'umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre al tempo stesso anche come scopo, e mai come semplice mezzo" (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, a cura di V. Mathieu, Rusconi 1982, p. 126). Insomma, l'uso politico-pedagogico della vergogna contrasta con un'idea di interazione intersoggettiva basata su quello che deve essere il presupposto di ogni convivenza civile: che ci si possa intendere, che si possano correggere errori, distorsioni, manipolazioni e che, in ultima istanza, sia possibile la solidarietà (rinvio peraltro a un'interessante riflessione di F. Totaro sul problema della solidarietà).
Il libro della Nussbaum è fondamentale per chi è interessato a maggiori ragguagli sull'uso etico-politico della vergogna, nonché alle critiche che la filosofa americana muove alle pratiche sopra descritte. Tuttavia, anche senza leggere il libro, dovrebbe essere ormai assodato che una società decente non deve umiliare nessuno, tanto meno usare l'"etica/politica della vergogna" come strumento rieducativo. Ricordo infine che La vergogna (Skammen) è anche un bel film di Ingmar Bergman del 1968, sul tema della guerra. Il noto romanzo di J.M. Coetzee tradotto in italiano con Vergogna (Einaudi 2002), parla invece di un'altra cosa (infatti il titolo originale è Disgrace).