23 aprile 2009

Alfredo Zardini: Zurigo, 20 marzo 1971

Alfredo Zardini era un operaio veneto dell'Ampezzano emigrato in Svizzera per cercare lavoro. Fu ammazzato a pugni e calci in un bar di Zurigo, il "Frau Stirnimaa", il 20 marzo 1971. Zardini si era fermato a bere un caffè, e lo Stirnimaa era l'unico bar aperto. Zardini, che non sapeva il tedesco e non conosceva la città, non sapeva che era un posto di pessima fama, poco raccomandabile a un emigrato italiano. Erano le cinque di mattina e l'operaio, appena giunto a Zurigo, sembra avesse un appuntamento con un imprenditore locale per un colloquio di lavoro.
Venne aggredito da un militante xenofobo, Geri Schwitzgebel, per ragioni non chiarite, forse a causa di una discussione o di un diverbio. Zardini fu picchiato ripetutamente da Schwitzgebel e trascinato fuori dal locale sanguinante e privo di sensi. Nessuno dei presenti cercò di fermare l'aggressore o si premurò anche soltanto di chiamare le forze dell'ordine.
Zardini fu quindi semplicemente lasciato morire fuori dal locale, fra l'indifferenza di avventori e passanti.
Ha scritto Gian Antonio Stella (L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi, p. 227):
"Tutto rimosso, abbiamo. Tutto cancellato. Come i cartelli affissi in molti bar [elvetici e tedeschi, nd.r.] con scritto: 'Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani'. O come la sentenza che nel 1974, l'anno in cui Claudio Baglioni cantava E tu, Mario Monicelli girava Romanzo popolare e Pippo Baudo faceva Senza rete, vide il tribunale di Zurigo chiudere in una sola udienza (una!) il processo a Gerhard 'Gerry' Schwizgebel [sic], un balordo alto due metri e pesante 130 chili che nel 1971 aveva ammazzato a pugni e calci un bellunese, Alfredo Zardini, venuto a cercar fortuna nella dolce Helvetia lasciando a Cortina d'Ampezzo la moglie e un figlioletto".

Da una ballata per Alfredo Zardini:

E siete zingari, voialtri italiani,
sentiva dirsi da gente straniera,
siete randagi in cerca di pane ...

C'è ogni giorno un treno alla stazione
che per l'inferno ha la destinazione,
dell'emigrante questa è la sorte:
va in cerca di lavoro e trova morte.

Per chi volesse saperne di più su Alfredo Zardini:
Sull'emigrazione italiana in Svizzera:
Per la storia dell'emigrazione italiana:

21 aprile 2009

Documento ONU sul razzismo


La conferenza dell'ONU sul razzismo tenutasi a Ginevra (20-24 aprile), denominata Durban II, si è conclusa con l'approvazione di una dichiarazione sottoscritta da 100 paesi, fra i quali non risulta l'Italia, che peraltro non ha nemmeno partecipato ai lavori della conferenza, in segno di protesta relativamente al fatto che, a detta del governo italiano, Israele sarebbe l'unico paese citato nel documento (cosa che non trova corrispondenza nella bozza di documento finale approvata, come si può verificare leggendola).
Fra i numerosi (143) punti della dichiarazione, si possono ricordare almeno:
1. la riaffermazione della democrazia e del rispetto dei diritti umani come valore essenziale per la prevenzione effettiva, la lotta e lo sradicamento del razzismo, della discriminazione razziale, della xenofobia e della relativa intolleranza (punti 11 e 15);
2. l'invito a prendere misure preventive per combattere la persistenza di comportamenti xenofobi e stereotipizzazioni negative dei non cittadini (punto 19);
3. l'apprezzamento e l'invito a intensificare i programmi che promuovono il dialogo interculturale (punto 23);
4. sollecita urgentemente gli stati a sanzionare comportamenti di gruppo violenti, razzisti e xenofobi basati su ideologie neonaziste, neofasciste o su altre ideologie nazionali violente (punto 60).
Qui è disponibile il testo originale della bozza finale approvata; qui il link al sito della Durban Review Conference; qui il commento del sito specialistico Internationalia del documento integrale.

09 aprile 2009

Casa dello studente

Un foglio di appunti sottolineati con l'evidenziatore, tra i resti dei forati e la polvere, affiorano nel Ground Zero dell'Abruzzo colpito da un terremoto annunciato, tra le macerie di quel che resta della "Casa dello studente" dell'Aquila, un edificio che avrebbe dovuto essere luogo di studio e di riposo, mentre è diventato la tomba per forse una decina di studenti universitari, almeno fino ad ora.
Torna alla memoria il noto passo del libro XXV del Principe di Machiavelli sulla fortuna "la quale dimonstra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla".
Altri paesi, in cui forse Machiavelli nemmeno si studia al liceo, hanno fatto tesoro di questo monito e costruito edifici con criteri antisismici rigorosi e rispettati: perché la vita di ogni cittadino è sacra.
In Italia gli appalti pubblici sono invece una gara a chi si aggiudica l'appalto al minor costo e quindi, prevedibilmente, subappaltando a ditte che usano lavoratori malpagati o in nero, che quindi nemmeno leggono il progetto originario, usano materiali più scadenti o sorvolano sulle norme che imporrebbero di costruire secondo standard di massima sicurezza, soprattutto in un paese come il nostro, ad elevatissimo rischio sismico.
Ora tutti spingono per apparire davanti alle telecamere, politici di tutti gli schieramenti fanno grandi annunci, promettono fondi, personaggi famosi e meno famosi fanno a gara per mostrarsi generosi e solidali lanciando sottoscrizioni, raccolte di beni e di fondi. Poi ci si dimenticherà di nuovo del monito di Machiavelli e, temo, anche del destino degli sfollati e passeranno chissà quanti anni prima di vedere qualcosa di ricostruito, chissà quante nuove inchieste della magistratura su fondi sperperati, malversati, rubati.
Si sa: in Italia l'historia non è magistra proprio di niente. E proprio per questo ci stiamo avviando a diventare un campo profughi generalizzato. La sostanza umana che fa di un paese un paese solido, affidabile, resistente è la stessa che dovrebbe imporre ai costruttori di mettere il ferro nel calcestruzzo e non la sabbia.
Ma è proprio questa sostanza umana che sta venendo a mancare, sostituita da una viscosità colloidale, fangosa, informe, buona per i salotti televisivi con il loro pendant di polemiche ma non per gli impegni durevoli e per il rigore che dovrebbero animare amministratori, progettisti, costruttori.
E un paese senza quest'anima si sgretola, come gli ospedali, i palazzi del governo, le scuole, le case dello studente e tutte le altre abitazioni faticosamente tirate su nel corso di una vita.
Come osserva la stampa internazionale, in Italia l'unica cosa certa in materia di prevenzione dei terremoti sono le bare per i morti e l'inutile mappa dei luoghi d'incontro dei sopravvissuti.
Ecco perché quel foglio di appunti adagiato sulle macerie è lì per accusarvi tutti: amministratori, politici, tecnici, progettisti, costruttori, faccendieri e mezzani di ogni ordine e grado, del pubblico e del privato.
E' quel foglio che dovreste vedere ogni mattina, quando vi guardate allo specchio, nelle vostre case che sicuramente non sono crollate come quella che avete costruito per quelli che in cuor vostro avete giudicato "quattro studenti morti di fame".

28 febbraio 2009

L'Onda

Nel 1967 un professore di storia libertario, pacifista e antimilitarista di un liceo a Palo Alto (California) cercò di svolgere un esperimento educativo per spiegare in modo non libresco la nascita dei regimi totalitari, in particolare del fascismo. A tal scopo introdusse un simbolo (un'onda rossa stilizzata), il saluto, un motto, stemmi, bandiere, regole e punizioni per chi non le rispettava, distribuendo compiti e ruoli ben definiti. Questo esperimento era insomma una sorta di role-play, una drammatizzazione, che prevedeva l'immedesimazione dei partecipanti e a tal fine previde tutta una serie di rituali che i soldati conoscono bene e che servono a sviluppare il senso di appartenenza, la disciplina, il rispetto delle regole, la rigida divisione dei ruoli, la leadership. Insomma, il professor Ron Jones (questo il suo nome) tentò un esperimento di psicologia sociale in piena regola che riuscì a captare, come ha detto l'ex professore in un'intervista, "il senso dell'esuberanza dei giovani, la loro voglia di essere parte di una comunità e agire per cambiare le cose". Questo tanto per ricordarci che il fascismo/nazismo è una realtà molto vicina e non un tragico incidente del passato, data la nostra natura gregaria e il senso di insicurezza che la società di massa suscita in noi (Hannah Arendt docet). L'esperimento ricorda molto da vicino, inoltre, quello dello psicologo Stanley Milgram sull'obbedienza all'autorità (1962): una volta che si sia attribuita autorità e quindi potere a una certa fonte, si tende a conformarsi alle richieste che provengono da essa, anche se questo comporta fare del male agli altri. Insomma, il male è il conformismo, come emerge anche dalla vicenda del prof. Jones (il quale, diciamolo chiaramente, esagerò davvero con il suo esperimento educativo, omettendo quello che un educatore deve sempre ricordarsi: far riflettere criticamente i suoi allievi sulle esperienze educative proposte).
Un'altra spiegazione è quella di Erich Fromm in Fuga dalla libertà (1941): la gente nelle attuali condizioni di vita ha paura della libertà, di essere autonoma, di dover fare delle scelte, di prendersi determinate responsabilità. La conseguenza è che si cercano scorciatoie ideologiche, semplificazioni cognitive, ancoraggi emotivi. Ci si affida al leader carismatico, ci si identifica totalmente con il gruppo (vedi i recenti episodi di Verona, dall'assassinio di Nicola Tommasoli al pestaggio in centro storico), ci si appiattisce nella routine e negli stereotipi e quindi nei pregiudizi (biases). Questo porta dritto all'intolleranza, al fanatismo e al fascismo.
Oggi quella drammatica esperienza è diventata un film, L'Onda (Die Welle), del regista tedesco Dennis Gansel, che ha riambientato in Germania la vicenda, attualizzandola e drammatizzandola ulteriormente (con esiti cinematografici un po' discontinui). L'esperimento costò caro al professore, che fu licenziato e inibito a vita dall'insegnamento nelle scuole pubbliche americane. Collaborò tuttavia con Philip Zimbardo, il noto autore dello "Stanford Prison Experiment" (qui link al documentario originale).
Ci si deve chiedere, però: ma davvero è così facile far diventare tutti dei nazisti in pectore? Basta un professore che ci sa fare? E davvero i giovani si sottomettono così facilmente al potere e stanno ad ascoltare le proposte di un loro professore (per giunta "alternativo")? Sembra che il totalitarismo abbia bisogno solo di un capetto e non di un tessuto sociale, di premesse culturali, storiche, economiche. La complessità storica diventa un gioco di ruolo, un videogame, un meccanismo a stimolo/risposta, una semplificazione dilettantesca. E questo, se non è totalitario, è - quanto meno - semplicemente stupido.

11 febbraio 2009

Non gridate più (Per Eluana Englaro)

Cessate d’uccidere i morti,
non gridate più, non gridate,
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

GIUSEPPE UNGARETTI, da Il dolore (1947)


10 febbraio 2009

Background culturale

"La vita passata dell’emigrante è, come noto, annullata. Una volta era il mandato di cattura, oggi, invece, è l’esperienza intellettuale che viene dichiarata non trasferibile e totalmente estranea al carattere nazionale. Ciò che non è reificato, che non si presta ad essere contato e misurato, viene lasciato cadere. Ma, come se non bastasse, la reificazione si estende anche a ciò che le si oppone, alla vita che non è immediatamente attualizzabile, a tutto ciò che sopravvive solo nel pensiero e nel ricordo. 

Per questa classe di elementi hanno inventato una rubrica apposita, che prende il nome di background e che figura come appendice nei questionari, dopo il sesso, l’età e la professione. La vita offesa e violentata subisce ancora l’ultima onta di essere trascinata, come una preda, sull’automobile di trionfo degli statistici uniti, e non c’è più nemmeno il passato che possa sentirsi al sicuro dal presente, che torna a votarlo all’oblio nell’atto in cui lo rammemora."

 THEODOR W. ADORNO, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Torino, Einaudi, 1979, § 25 ("Di loro non resterà memoria")

08 febbraio 2009

La gita di classe? Facciamola a Lampedusa

Tra le poche notizie positive uscite nei giorni scorsi dai palazzi romani, e passate come d’abitudine quasi inosservate, c’è l’intesa tra i ministri dell’Istruzione e dei Beni Culturali Mariastella Gelmini e Sandro Bondi per scoraggiare i viaggi all’estero delle scolaresche italiane. Il programma «Alla scoperta del tuo Paese», che durerà due anni e coinvolgerà 500 istituti, mira non solo a promuovere la conoscenza del territorio nazionale in vista del 150mo anniversario dell’Unità ma anche a combattere un certo andazzo spensieratamente vacanziero diffuso in questi anni nelle scuole della Repubblica. Quelli che vengono spacciati come «viaggi di istruzione» a Barcellona o a Berlino (due tra le mete più gettonate) sono di fatto degli ottimi pretesti per bigiare tutti insieme, professori e studenti, una settimana o più di lezioni e andare a bighellonare in una capitale straniera. Qualche ora di sbadigli alla Sagrada Familia o alla Gemäldegalerie, un po’ di foto col telefonino, poi di corsa nella prima birreria o in qualche Tapas Bar. Per tacere delle notti brave in albergo, con annessi spinelli e video osé. Voli low cost e pacchetti all inclusive rendono popolari queste transumanze presso le famiglie, ben felici di liberarsi per un po’ dell’ingombrante presenza di adolescenti ipodizzati e scarsamente interattivi.
Il programma ministeriale prevede pure un concorso aperto a scuole medie e licei, che dovranno gemellarsi per proporre idee originali di viaggi d’istruzione (non di distruzione né di distrazione), rigorosamente entro i confini patrii. Attendiamo fiduciosi gli esiti del concorso. Purché l’originalità non consista nel mandare i ragazzi a Firenze coll’insegnante di ginnastica, che non sa neppure chi era Brunelleschi.
Se fossi nei panni dei professori suggerirei una destinazione insolita, lontana dalle rotte più battute: la bella isola di Lampedusa, ultimamente frequentata da una specie particolare di crocieristi provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo. Laggiù, senza bisogno di passare la frontiera, ma restando in terra italiana, gli studenti potranno vedere un po’ di mondo, capire le conseguenze della globalizzazione e imparare due concetti fondamentali delle democrazie liberali: il dovere di accoglienza verso lo straniero e il valore della vita umana. Non la vita vegetativa, ma quella piena e cosciente di chi lotta per sopravvivere e spesso viene buttato a mare senza che a nessuno venga in mente di salvarlo con un decreto. Peggio, rischiando di essere denunciato come clandestino dai medici del pronto soccorso.

29 gennaio 2009

Vergogna


Che cosa significa vergognarsi, provare vergogna, sentirsi male dalla vergogna? Si tratta di un sentimento o emozione ancora attuale in una società come la nostra, la quale (come si sente dire spesso da più parti), è "senza vergogna"? Cos'è dunque la vergogna? Sgomento di fronte a un errore, pudore violato, autocensura, avvilimento, disgusto per aver detto o fatto qualcosa di sbagliato? Secondo il Dizionario di Psicologia di Galimberti vergogna è il "turbamento o senso di indegnità avvertito dal soggetto che presume di ricevere o effettivamente riceve una disapprovazione del suo stato o di una sua condotta da parte degli altri". Hegel nell'Estetica vede nella vergogna qualcosa di positivo, perché consente all'uomo di cancellare quella dimensione di indigenza, tipica degli animali, che impedisce di esprimere compiutamente la vita dello spirito. E Sartre in L'essere e il nulla scrive che la vergogna è la coscienza di essere o poter diventare un oggetto, di scoprire me stesso come "quell'essere degradato, dipendente e cristallizzato che io sono per altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che abbia commesso questo o quell'errore, ma semplicemente del fatto che sono "caduto" nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione d'altri per essere ciò che sono". Quindi per Sartre la vergogna è, in un certo senso, l'orrore dell'uomo per la sua (sempre possibile) oggettivazione.
"E' una vergogna!", "Si vergogni!", "Vi dovete vergognare!", "Che vergogna...": la vergogna spinge all'uso ottativo, all'invettiva sdegnata, al richiamo indignato. Sempre più usata nella nostra lingua, l'espressione è causa anche di conflitti che finiscono nelle aule dei tribunali (si veda il caso raccontato qualche giorno fa da Gian Antonio Stella sul Corriere, su quanto occorso a una signora di Vittorio Veneto che ha usato una di quelle espressioni per apostrofare alcuni consiglieri durante un consiglio comunale). Oggi sembra che il "si vergogni" si sia sostituito al "non sono d'accordo con lei": dissentire, poiché richiede una paziente argomentazione, capacità di ascolto e di analisi, fa perdere tempo (e pazienza). Certo, a volte l'espressione viene effettivamente usata secondo il suo antico significato, per esprimere disapprovazione o turbamento per qualcosa che si disapprova moralmente. Ma sempre più frequentemente l'espressione sembra essere sempre più connotata in funzione censoria, per gettare discredito sull'interlocutore: è l'espressione che riscontro più spesso nei politici nostrani, soprattutto quando vanno a esibire il loro narcisismo nelle varie piazze o salotti televisive (e l'inventore-innovatore di questo uso forsennato dell'espressione è sicuramente il critico d'arte e politico Vittorio Sgarbi, con il suo iterativo e ad libitum "vergogna! vergogna! vergogna!"). Il punto è che secondo gli psicologi che se ne intendono le esperienze vergognose dovrebbero servire alla maturazione psicologica della persona, consentendo lo sviluppo delle capacità di autoanalisi e autocorrezione. Sempre più invece si osserva l'uso assolutamente improprio del termine, soprattutto nel dibattito politico, vista la natura eristica che ormai lo caratterizza.
Di altre cose invece non ci si vergogna, come ad esempio questa, successa a Treviso oppure questa, avvenuta a Guidonia, o quest'altra, a Nettuno. Si nasconde la vergogna con l'appello emotivo, ci si autoassolve dietro il "volevamo solo divertirci", come bambini incoscienti.
Ma l'appello alle emozioni e, soprattutto, l'uso politico-giuridico della vergogna non è soltanto una delle tipiche stramberie di cui si occupano i cacciatori di assurdità come Stella. In un importante studio, Martha Nussbaum mette in luce come il richiamo alle emozioni rappresenti un'importante novità nel diritto. Negli Stati Uniti, infatti, prendono sempre più piede sanzioni "che espongono", scrive la Nussbaum, "il reo alla vergogna", incoraggiando i cittadini "a stigmatizzare i trasgressori, inducendoci a vederli come individui disonorevoli e indecenti" (Hiding from Humanity, 2004, trad. it. Nascondere l'umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci 2005, p. 18).
L'umanità dovrebbe essere difesa, non esposta alla vergogna. Pensiamo solo alla tutela che sempre più garantiamo a quegli studenti che, per una qualche forma di malattia grave o disabilità cronica, possono usufruire di un insegnamento personalizzato senza doversi vergognare della loro condizione psicofisica (scuola in ospedale, istruzione domiciliare, ecc.). Una simile pratica protegge lo sviluppo dall'esposizione alla stigmatizzazione. Ma sempre più, nota la Nussbaum, si sta diffondendo anche la pratica contraria, ovvero esporre alla vergogna il colpevole di qualche reato o forma di devianza. Secondo alcune teorie (quelle comunitariste), nota la Nussbaum, "i cittadini di oggi hanno perso ogni inibizione con la conseguenza di provocare il disordine e il decadimento sociale. Secondo loro [i teorici del comunitarismo neoconservatori], il modo migliore per promuovere l'ordine sociale e dare appoggio ai valori importanti legati alla famiglia e alla vita sociale è stigmatizzare [cioè provocare artatamente il sentimento della vergogna] le persone che si comportano in modo deviante: chi fa abuso di alcool e di droghe, le madri single, le persone che vivono dei sussidi sociali" (p. 268). L'utilità di indurre il senso della vergogna sarebbe "espressivo": umiliare i devianti consente ai "normali" di affermare i propri valori (tesi sostenuta peraltro anche da Durkheim, ma in senso per lo più descrittivo). La vergogna è cioè un "deterrente": se vai con le prostitute pubblichiamo il tuo nome sui giornali, così i tuoi cari verranno a saperlo e cadrai nella loro stigmatizzazione. Certi giudici americani sanzionano il "driving under influence", cioè la guida in stato di ebbrezza, costringendo i colpevoli a portare sulla loro auto per un anno intero una targa con la scritta DUI (Driving Under Influence). Come dire: sono un ubriacone, state attenti. Ricorda sinistramente un pezzo di storia europea, quello delle leggi di Norimberga e dei numeri tatuati sulle braccia in quei posti che adesso qualcuno, anche fra le gerarchie ecclesiastiche, nega siano mai esistiti. Non solo: implica anche una concezione oggettivante dei sentimenti morali, strumentalizzando la vergogna per raggiungere obiettivi che vengono spacciati per educativi, etici, moralistici. Ma in questo modo si pensa alla persona umana come qualcosa che può essere trattato come mezzo, violando in tal modo il fondamento stesso dell'educazione, dell'etica, della morale, ovvero la Regola Aurea kantiana: "agisci in modo da considerare l'umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre al tempo stesso anche come scopo, e mai come semplice mezzo" (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, a cura di V. Mathieu, Rusconi 1982, p. 126). Insomma, l'uso politico-pedagogico della vergogna contrasta con un'idea di interazione intersoggettiva basata su quello che deve essere il presupposto di ogni convivenza civile: che ci si possa intendere, che si possano correggere errori, distorsioni, manipolazioni e che, in ultima istanza, sia possibile la solidarietà (rinvio peraltro a un'interessante riflessione di F. Totaro sul problema della solidarietà).
Il libro della Nussbaum è fondamentale per chi è interessato a maggiori ragguagli sull'uso etico-politico della vergogna, nonché alle critiche che la filosofa americana muove alle pratiche sopra descritte. Tuttavia, anche senza leggere il libro, dovrebbe essere ormai assodato che una società decente non deve umiliare nessuno, tanto meno usare l'"etica/politica della vergogna" come strumento rieducativo. Ricordo infine che La vergogna (Skammen) è anche un bel film di Ingmar Bergman del 1968, sul tema della guerra. Il noto romanzo di J.M. Coetzee tradotto in italiano con Vergogna (Einaudi 2002), parla invece di un'altra cosa (infatti il titolo originale è Disgrace).

15 gennaio 2009

Quel che ci insegna essere un numero


"Non voglio essere comandato, archiviato, istruito, interrogato... In breve, non sono un numero. La mia vita è solo mia". Chi pronunciava queste parole, ovvero il Numero Sei della famosa (almeno per chi ha una certa età...) serie TV "Il Prigioniero", Patrick McGoohan, si è spento il 13 gennaio 2009 all'età di 80 anni.
Ne parlo in questa sede non per fare un necrologio (che pure McGoohan merita, tuttavia non è questa la sede), ma perché la serie da lui co-ideata e interpretata è una delle migliori mai viste in televisione e soprattutto perché esprime uno sguardo non rassegnato sulla condizione umana nell'era contemporanea. Con molte cose da dire sulla natura violenta delle forme di risocializzazione e rieducazione, sulle teorie dell'apprendimento come stimolo e risposta, condizionamento operante, modellamento e su tutte le forme di apprendimento sociale. Il "Numero Sei", l'ex agente segreto deportato in un villaggio orwelliano in un'isola remota (ma che potrebbe essere qualsiasi luogo e che, rivista oggi, assomiglia tanto a un outlet o a un villaggio turistico) per carpirgli informazioni che si suppone possegga e voglia rivendere a qualche potenza straniera, è in realtà quello che tutti siamo diventati: numeri. Numeri che non contano per quello che sono o dicono, ma per il ruolo che svolgono, per la funzione o compito che è stata loro assegnata. "Il Prigioniero" smaschera la perversione di ogni relazione intersoggettiva nel mondo in cui vige come unico principio quello del valore di scambio (leggi denaro), mondo la cui unica legge è che ogni relazione intersoggettiva ha come fondamento l'interesse egoistico, la massimizzazione utilitaristica del tornaconto personale (sin dai tempi di Benjamin Franklin, nel famoso passo che Weber cita nell'Etica protestante e che Bataille ricorda ne Il limite dell'utile). "Un uomo come lei ha un valore inestimabile sul mercato", spiega il Numero Due al Numero Sei appena arrivato sull'isola. Non siamo capaci di pensare all'altro se non come qualcosa che ha come obiettivo immediato la rendita, il guadagno, l'utile personale. Definirei questo processo, seguendo Lukács, ma anche Bataille, reificazione, distorsione dello sguardo (e della coscienza) per cui si è capaci di guardare all'altro solo come cosa che ha come obiettivo ovvero può dare un utile. Certo anche una buona parte della psicologia dello sviluppo e dell'educazione si è talvolta messa al servizio di questa ideologia, sposando l'idea del controllo, dell'osservazione integrale e della previsione del comportamento, lasciando cadere quanto nell'umano è dispendio, eccesso, passione, insomma: agire disinteressato, sacrificio, spontaneità. Anche la psicologia, che dovrebbe custodire l'attenzione e il rispetto per ciò che vi è di più interiore e irriducibile dell'uomo, reifica il proprio sguardo, oggettivando l'uomo in una serie di comportamenti osservabili e quantificabili. In questo modo, però, essa diviene etologia.
La lezione che si trae dal Prigioniero non è per niente consolante. Ovvero: l'unica risposta che l'individuo può mettere in gioco è l'astuzia di Odisseo contro il Behemoth del Panopticon, della riduzione integrale agli automatismi e alle seduzioni della burocrazia, della tecnoscienza, del potere: ingannare mimeticamente il Potere, giocarlo con le sue stesse strategie. Ma qual è poi l'esito di tutta questa astuzia, mirabilmente dispiegata e invidiata al prigioniero da tutti i suoi avversari? Il Numero Sei, benché prigioniero, sorvegliato speciale e privo di mezzi, nonostante tutto resiste, si dimostra migliore di tutti i "potenti" che hanno cercato di sottometterlo e di estorcergli le famose "informazioni". Salvo poi scoprire l'orribile verità quando strappa la maschera al Numero Uno al cui cospetto è finalmente giunto. Egli non è in balia di un qualche potere esterno che lo minaccia e lo vuole al suo servizio, né di burocrati tanto potenti quanto incapaci: il Nemico è in lui stesso, è l'io, ripetuto ossessivamente come un raglio asinesco. Nel delirio finale c'è la verità della soggettività, cui la logica non è capace di approdare iuxta propria principia. Nel soggetto messo a nudo viene alla luce la sua naturalità violenta, indifferenziata, priva di intenzione. Noi siamo in balìa solo della nostra volontà di potenza.
Quel che ci insegna essere un numero, allora, è che in noi agisce una pulsione violenta e seducente a diventarlo. Essere numeri ci solleva, ci sgrava da pensieri, preoccupazioni, fastidi, come aveva già compreso Gehlen nella sua teoria delle istituzioni. E probabilmente rende "domestica" anche la nostra strutturale violenza. Ecco perché ci piace farci scannerizzare e catalogare entro precisi profili di marketing in quell'istituzione merceologica e mercificata postmoderna che è il Villaggio Globale in cui tutti siamo - volontariamente e spensieratamente - prigionieri.
La vera trasformazione pedagogica e sociale sarebbe quella che permettesse agli individui di prendere atto della natura autoreificante dell'io, della violenza che risiede nella nostra stessa soggettività e che ci rende soggetto e oggetto del potere e quindi della violenza, che fa di noi vittime e carnefici al tempo stesso. L'antidoto per i razzismi e l'odio per l'altro è la scoperta della natura violenta del mero esser-sé.
http://www.serietv.net/guide_complete/il_prigioniero/la_serie.htm
http://www.theprisoneronline.com/
http://rickmcgrath.com/the_prisoner.html/
http://www.ilprigioniero.it/wellcome.php
http://it.wikipedia.org/wiki/Il_prigioniero_(serie_televisiva)

15 novembre 2008

Acidi

C'è chi usa gli acidi per sballare nel week-end.
E chi usa un altro tipo di acidi per impedire alle giovani donne di istruirsi.
Shamsia aveva 17 anni e stava andando a scuola, un liceo di Kandahar, in Afghanistan, assieme a sua sorella.
Due uomini in motocicletta hanno strappato le sciarpe che entrambe le ragazze portavano davanti al viso (le donne in Afghanistan non possono girare a volto scoperto) e hanno gettato loro in faccia dell'acido. Acido solforico: per chi non lo sapesse, tale acido sottrae acqua ai tessuti provocando gravissime ustioni ai tessuti; l'inalazione dei vapori, poi, corrode e danneggia irreparabilmente le vie respiratorie.
In poche parole, Shamsia e sua sorella Atefa sono state sfigurate. Per fortuna a loro non importa molto dell'aspetto fisico come dalle nostre parti. Shamsia non ha sentimenti di vendetta, pur non essendo cristiana. Ha solo detto: "Continuerò a studiare e ad andare a scuola anche se mi dovessero uccidere. Voglio continuare a studiare per la ricostruzione del mio Paese". Chapeau: meglio di qualsiasi sermone di psicopedagogia.
L'Afghanistan è quel luogo, covo di talebani amici di Bin Laden, in cui avremmo dovuto esportare un po' di democrazia. Invece è diventato il luogo della guerra infinita e dell'ingiustizia infinita. Non solo le ragazze che vanno a scuola, anche i professori che vi insegnano fanno una brutta fine. Non li sfigurano: semplicemente li uccidono e le scuole vengono distrutte.
Quella, ad esempio, di uomini che non vogliono che le donne studino, capiscano, si emancipino. In poche parole, che le loro coscienze sfuggano al dominio integrale maschile. Il sociologo francese Pierre Bourdieu ha detto che la dominazione maschile permea con una violenza simbolica tutta la nostra società. In quel saggio, Bourdieu metteva a confronto, basandosi sui suoi studi di etnologia berbera, la nostra società con quella cabila, vedendo in quest'ultima una sorta di struttura inconscia del nostro immaginario simbolico, basato su una subordinazione che la donna ha perfettamente interiorizzato (anche grazie all'istituzione scolastica). La donna è subordinata all'uomo anche quando rivendica la propria indipendenza; anzi, proprio in questa rivendicazione essa conferma inconsapevolmente la propria subalternità alla dominazione maschile.
Shamsia non rivendica niente, se non il diritto di frequentare la scuola, di studiare e di lavorare per il bene del suo Paese. Nessun pensiero della "differenza", nessuna rivolta di genere. Forse, senza volerlo, mette in crisi le categorie di Bourdieu e di tutta la nostra presunta sapienza socioantropologica.

28 ottobre 2008

Hanno tolto la sordina al razzismo

Gli immigrati sono incorreggibili. Fanno troppi figli. Fossero almeno bambini come gli altri, cioè bianchi e tranquilli, con una conoscenza perfetta dell' italiano. Ah, se potessero essere muti e anche un po' sordi, o magari invisibili! Di fatto, meglio ancora se fossero trasparenti, cioè inesistenti. Perché mai gli immigrati si sposano e fanno l'amore? Bisognerebbe chiederglielo quando arrivano in Italia. E perché le loro donne non fanno uso di contraccettivi? Prima, ai tempi felici in cui l'immigrazione era nascosta, lontana dai centri delle città, quando solo i maschi celibi venivano a lavorare in Europa, tutto andava per il meglio. Gli immigrati erano modesti e si facevano piccoli piccoli, tanto che finivano per scusarsi di esistere e scomparivano dietro i muri. Se qualche volta andavano in città, camminavano in punta di piedi senza far rumore, rasentando i muri, e al calar della sera si ritraevano nei loro luoghi di transito o città-dormitorio. Questo per quanto riguarda la Francia. Mentre l'Italia di oggi, che da Paese d'emigrazione è passata ad essere una delle mete degli immigrati, non conserva quasi più traccia delle sue memorie. Per fortuna Luchino Visconti ci ha lasciato Rocco e i suoi fratelli, un capolavoro che mostra le ferite dell'immigrazione interna italiana. Ma i politici di oggi non sono cinefili. Preferiscono la televisione, della quale hanno fatto il principale strumento della società dello spettacolo (scarica il testo, no copyright), come aveva previsto il filosofo Guy Debord. Sono interpellato oggi da cittadini italiani preoccupati per l'attuale deriva della politica del loro governo. L'Italia non è un Paese razzista, benché esistano anche qui, come ovunque, forme di razzismo tra la gente. Oggi però questo razzismo si esprime con una violenza inedita. A Milano è stato ucciso un giovane italiano che per sua sfortuna aveva la pelle nera. E anche altrove sono state commesse aggressioni dello stesso tipo. Non starò ad elencarle tutte; ma episodi del genere suscitano un legittimo allarme nella popolazione che assiste a un cambiamento rilevante del paesaggio umano in cui vive, e alle conseguenze sanguinose cui può portare il razzismo. In Francia è stato il Fronte nazionale - il partito di estrema destra - a sdoganare i fautori delle discriminazioni: li ha liberati e incoraggiati a dare libero sfogo ai più bassi istinti razzisti. Molti ormai manifestano senza più remore la loro avversione per la gente di colore, gli zingari, gli arabi, i musulmani ecc. E anche in Italia assistiamo allo stesso fenomeno, soprattutto da quando le dichiarazioni di alcuni politici berlusconiani hanno «autorizzato» la gente comune a dire a voce alta ciò prima si mormorava in sordina. Ed ecco arrivare le nuove norme sulla scuola. Norme non solo gravi e pericolose, ma anche demagogiche e inefficaci, che col pretesto di volere solo il bene dei bambini immigrati li inquadrano in una categoria discriminatoria. La creazione di classi speciali non servirà certo a risolvere i problemi dell'integrazione, che non si favorisce separando i figli degli immigrati, e ancor meno segnandoli a dito. Ho letto il testo di quella mozione: sembra scritta da un cittadino del Sudafrica dei tempi dell'apartheid, con la preoccupazione di scegliere le parole e le frasi evitando con ogni cura di far trasparire il razzismo che di fatto è sotteso a quelle norme. L'Italia è un grande Paese, una bella, immensa civiltà. E non merita di finire oggi in una deriva come quella di un velato razzismo. Se i figli degli immigrati non padroneggiano la lingua italiana non è colpa loro. La Svezia ha creato un programma di insegnamento della lingua che viene proposto, al momento dell'arrivo, agli immigrati e ai loro figli; ma non fa alcuna discriminazione tra gli alunni delle scuole. Di fatto, è attraverso i contatti e gli scambi nella vita quotidiana che i bambini apprendono la lingua di un Paese, e non certo all' interno di classi riservate ad alunni di livello inferiore. Non è così che ci si può attendere un sano sviluppo, e neppure l'integrazione di questi bambini nel tessuto sociale del Paese. E' venuto il momento di dire alcune verità all' Europa: non solo gli immigrati non se ne andranno, ma altri stranieri saranno chiamati a lavorare nei Paesi europei; i loro figli sono o saranno comunque cittadini europei; perciò non ha senso trattarli da immigrati, visto che sono nati sul suolo europeo e vi trascorreranno la loro vita. E' urgente che l'Europa adotti una politica comune per l'immigrazione. A tal fine sarebbe utile e necessario avviare un lavoro pedagogico nei due sensi: dar modo ai nuovi venuti di apprendere le leggi e i valori del Paese d' accoglienza, informandoli dei loro diritti e doveri; e al tempo stesso rivolgersi ai popoli europei, spiegando loro perché l'Europa ha bisogno di immigrati, da dove vengono, come vivono, in quale misura pagano le tasse ecc. Infine - anche solo per finzione o per gioco - si dovrebbe cercare di immaginare cosa accadrebbe se da un giorno all' altro tutti gli immigrati decidessero di rimpatriare; e chiedersi in quali condizioni si ritroverebbe allora l'economia del Paese. In Francia, nonostante qualche insuccesso, la scuola ha costituito un magnifico strumento di integrazione: è qui che si impara veramente a vivere insieme. Se ad alcuni alunni capita di trovarsi in difficoltà, non è perché sono immigrati, e ancor meno per via del colore della loro pelle. Non è mai esistita una scuola formata solo da primi della classe; c'è sempre chi riesce meglio degli altri, ed è sempre stato così. Infine, un'ultima constatazione: è razzismo ciò che trasforma le differenze in disuguaglianze. 

TAHAR BEN JELLOUN
(Fonte: La Repubblica del 25 ottobre 2008 - pagina 39 - sezione R2)

22 settembre 2008

La paura mangia l'anima


"La paura mangia l´anima" è un film del ´74: narra la relazione tra Emmi, una donna delle pulizie, e il marocchino Alì. Violenza e integrazione sono al centro di tutta la storia
L´immigrato deve lavorare, ma non deve dimenticare il suo stato di outsider

Nel 1974 il famoso, e spesso famigerato, giovane regista tedesco Rainer Fassbinder fece un film semplice e relativamente breve, ambientato per la maggior parte in un bar di Monaco e in un appartamento. Quest'opera sobria ma estremamente significativa è incentrata sulla relazione tra Emmi, una donna delle pulizie di mezza età, e Alì, un immigrato marocchino che conosce e con cui balla in un bar vicino al suo appartamento dopo un violento temporale.
Non credo di aver visto La paura mangia l´anima che nei primi anni ottanta, quando sospetto che, sebbene i particolari siano diversi, mi abbia ricordato il rapporto tra i miei genitori. (Il film avrebbe potuto essere tranquillamente ambientato in qualunque città inglese.) Anche se la Gran Bretagna e altri paesi europei stavano cambiando rapidamente in termini di identità razziale, non ero a conoscenza di altri film sul razzismo e l'«integrazione» in Europa. (...)
La significativa presenza di El Hedi ben Salem - un amante di Fassbinder che si impiccò in una prigione francese poco prima dell'uscita dell'ultimo film del regista, Querelle - nel ruolo di Alì non può non far pensare alla rarità delle apparizioni di attori di colore e asiatici nel grande cinema europeo degli anni Sessanta e Settanta.
La paura mangia l´anima non è un film estetizzante. La macchina da presa si muove a malapena, mentre gli attori sono spesso impassibili. Inoltre, Fassbinder non è particolarmente interessato alla psicologia dei personaggi. E la loro situazione sociale a stargli a cuore.
Ossessionata dal passato recente, la Germania visse degli anni Settanta violenti e distruttivi. All'inizio del film Emmi ammette che sia lei che la madre sono state affiliate nel partito nazista. Nonostante ciò, Alì le piace subito, e lui passa la notte da lei. (Di solito divide una stanza con altri sei «lavoratori stranieri».) «Avanti», Emmi dice ad Alì sulle scale. «Arabi e tedeschi insieme non vanno bene», la avverte Alì. «In Germania gli arabi non sono esseri umani». Poi Fassbinder approfondisce l'impatto traumatico di questo amore sconcertante su coloro che circondano la coppia, compresi i figli di Emmi. I suoi amici e vicini di casa cominciano persino a sospettare che non sia una di loro; sottolineano che il suo cognome (Kurowski) sembra straniero. I suoi colleghi dicono dei «Gastarbeiter», «una manica di sporchi maiali. Guarda come vivono. Intere famiglie in una stanza. Gli interessano solo i soldi. Le donne che vanno con loro sono delle puttane». (...)
Quando Emmi ed Alì si sposano e vanno a vivere insieme, Emmi viene isolata dai colleghi e dai vicini di casa. Il droghiere si rifiuta di servire Alì perché sostiene che non sa parlare tedesco. I vicini chiamano la polizia quando Alì gioca a carte con gli amici. Qualcuno dice, «Ci sono quattro arabi nel suo appartamento. Sapete come sono. Bombe e roba del genere». Al pranzo del matrimonio la coppia è sola, fissata dagli sconosciuti che mangiano al ristorante di Monaco un tempo frequentato da Hitler.
A questo punto Fassbinder dà una svolta alla vicenda. Quando Alì ed Emmi tornano dalla luna di miele, l'ostilità nei loro confronti si attenua. I figli possono sfruttare Emmi come babysitter, il droghiere accoglie cordialmente Alì: temendo di perdere clienti per la concorrenza dei supermercati, si è reso conto della mutua dipendenza che li lega. «Negli affari» dice, «devi nascondere le tue antipatie». (...)
Poi, quando Alì si ammala di ulcera perforata allo stomaco, lei lo porta in ospedale, affidandolo alle cure di un dottore (il padre di Fassbinder era medico) che la avverte del fatto che Alì è destinato a tornare, perché la sua ulcera non migliorerà. Il dottore l'ha visto succedere ad altri immigrati: conducono una vita così difficile che si ammalano continuamente.
Il concetto di integrazione viene discusso costantemente nell'Europa attuale, e il personaggio di Alì illustra perfettamente le difficoltà e i double-bind che racchiude. Il linguaggio usato contro di lui è il classico vocabolario del razzista, a prescindere dal fatto che la vittima sia un ebreo, un nero o un musulmano, e riguarda le cose più importanti: denaro, sessualità, malattia e status sociale. Considerando l'invidia che provano per questo arabo, coloro che lo circondano ricordano in tal modo a se stessi ciò che ai loro occhi conta di più - fosse pure in una fantasia rovesciata.
L'immigrato deve lavorare, ma non provare un senso di appartenenza; non deve dimenticare il suo status di outsider. Se si «integra» troppo viene accusato di voler prendere il sopravvento, o di incrinare l'unità organica della società esistente. Se mantiene le distanze vive in un ghetto, creando quindi una disgregazione sociale. In definitiva è inassimilabile, e Alì incarna con la sua malattia le contraddizioni della società in cui vive. (...)
La società in cui si è trasferito Alì viene dipinta da Fassbinder come stagnante, se non decadente. (...) Alì, in quanto straniero, capro espiatorio o mostro - è sia una domanda che una provocazione - sembra occupare uno spazio vuoto, una posizione in cui potrebbero venir messi quasi tutti gli outsider. (Gli ebrei venivano spesso definiti «I negri d'Europa».) Alì non viene odiato perché è realmente sporco, lussurioso, ambizioso, ecc. Gli si attribuiscono tali caratteristiche perché è un immigrato. (...)
Alì ricorda anche un´altra cosa a coloro che lo circondano: sebbene non vogliano nessun cambiamento, potrebbero aver bisogno di un catalizzatore. Da questo punto di vista Alì rappresenta il futuro; ci sarà più gente come lui, e le difficoltà saranno più gravi. Come verranno assimilati questi Altri, e come dovrà cambiare ciascuno affinché sia ancora possibile una vita produttiva? Che genere di società può nascere da questi elementi?
Nel 1989, quindici anni dopo La paura mangia l'anima, quando caddero il muro di Berlino e il comunismo nell'Europa orientale, venne proclamata una fatwa contro Salman Rushdie.
Non c'è una comunità musulmana in La paura mangia l'anima, solo un gruppo di amici marocchini in un territorio inospitale. Ma nel 1989 la comunità musulmana inglese era diventata una potenza; non era più innocente come Alì, ma attiva e a sua volta persecutoria. Fu rapidamente in grado di diffondere informazioni sui Versi satanici, di organizzare roghi pubblici del libro a Bolton e Bradford e di esercitare pressioni sia sull'editore Penguin che sul governo britannico affinché censurasse il libro.
Non c'è ragione di pensare che la comunità musulmana sia più coesa delle altre. Ci fu però una questione che riuscì a unire temporaneamente questi credenti. Non fu la disuguaglianza, la discriminazione o l'odio a render possibile questa sinergia, ma un insulto. E non attaccarono la comunità che li ospitava, ma un altro musulmano, uno scrittore di grande prestigio. La comunità fu resa tale dalla sua religione. (...) Rushdie, il «deviante», creò una fuggevole unità.
I Versi satanici cominciano con l'attacco terroristico a un aereo, e questa esplosione preannuncia l'esplosione delle identità che Rushdie esplora nel libro. Come ha detto lo stesso autore, «Come viene al mondo la novità? Come nasce? Da quali fusioni, traduzioni, combinazioni è costituita?». L'iper-accelerazione del mondo negli anni Ottanta: migrazioni e metamorfosi: se non puoi tornare a casa perché sia tu che la tua nazione siete cambiati, puoi almeno reinventarti in un posto nuovo, anche se ti rifiuta. Sarai però diverso dai tuoi genitori, e molto probabilmente diverso da come ti avrebbero voluto. Potrai aver la sensazione di averli traditi, e che la religione sia il modo migliore per tornare alle origini.
Tra le altre cose, i Versi satanici sono una glorificazione della frammentazione, dell'ibridazione e della disgregazione, ossia della psicosi sotto altro nome. Si tratta di una condizione dolorosamente folle che può richiedere la reintroduzione di limiti. Quando c'è troppo godimento, vengono chiamate le autorità, che ristabiliscono l'ordine e la rinuncia sul vortice del godimento osceno. Una cura che potrebbero offrire è la sicurezza della certezza, della conoscenza della verità assoluta; la certezza della stessa religione nei confronti della quale Rushdie, in quanto artista, non può fare a meno di mostrare un certo scetticismo.
Se i romanzieri e gli uomini religiosi subiscono il fascino gli uni degli altri, e provano una mutua invidia, è perché la religione e la letteratura affrontano lo stesso tema, la conoscenza del mondo e il problema di come viverci in quanto creature sensuali e mortali. Come la letteratura, le religioni sono una forma di mito, una funzione creativa dell'immaginazione umana; Maometto, Gesù e la Vergine Maria ricordano i personaggi di un dramma, e possiamo discutere delle loro virtù e mancanze come faremmo con chiunque altro.
Le religioni sono, tra le altre cose, una forma di spiegazione, di narrazione e di creazione dell'ordine. Come nel caso della letteratura, queste storie sono dunque illusioni utili. Ma laddove le religioni tentano di eliminare i conflitti, istillando una qualche idea di armonia assoluta, la letteratura approva i conflitti in quanto discussioni che meritano di venir affrontate. Il romanzo di Rushdie sostiene la necessità del dubbio, restituendo i miti e i racconti religiosi all'uomo in quanto oggetti della sua creatività e della sua indagine. Ogni testo, come ogni vita, è infinitamente aperto all'interpretazione, alla satira, alla denigrazione e all'idealizzazione.
Le religioni, come il romanzo, sono il sogno dell'umanità e una forma eccelsa e utile di gioco. Dio è la massima creazione dell'uomo, e al tempo stesso la peggiore. L'uomo è più creativo di Dio.
Ma se le forme di culto sono opera dell'uomo, possono venir modificate dall´uomo; possono esser reinventate, a seconda delle necessità. Ma laddove la letteratura è per sua natura critica, le religioni, dette «sacre», esigono l'obbedienza, e spesso il silenzio. Se la religione rappresenta il vertice della creatività dell'uomo, rappresenta anche il vertice del suo autoritarismo. D´altra parte, non vanno sottovalutati i piaceri dell'obbedienza.
Nietzsche scrive, «Anche nella veglia ci comportiamo come nel sogno: cominciamo con l'inventare e immaginare l'uomo con cui trattiamo - e dimentichiamo subito questo fatto». Come fa notare Fassbinder, romanziamo la figura dell'immigrato, trasformandolo nel mostro della nostra immaginazione. A volte è un immigrato oppresso o avido, e altre un fascista rivoluzionario, un proto-kamikaze che odia l'Occidente e vuole trasformarlo nella sua immagine idealizzata.
Prendendo queste storie alla lettera, possiamo lasciarci invadere dal terrore. Ma i miti sono imperativi: nulla è immobile, l'emigrazione e la metamorfosi sono il nostro destino, un cammino verso la morte. Viviamo nella fantasia, nell'allucinazione e nell'immaginazione. Il sé non può venir dominato né contenuto; alcune sue parti rischiano costantemente di svicolare e svolazzare qua e là, in cerca di un personaggio da abitare.

HANEF KUREISHI

20 dicembre 2007

Altri modelli pedagogici


Qualche giorno fa sulla "Stampa" Massimo Gramellini ha raccontato la storia di una ragazza diciassettenne di Mittweida, in Sassonia, intervenuta in difesa di una bambina extracomunitaria di sei anni, che quattro "naziskin" stavano molestando nel parcheggio di un supermercato. Mentre la bimba si metteva in salvo grazie all'intervento della ragazza, i neonazisti hanno infierito contro la ragazza, incidendole con un coltello una svastica su un fianco e tentando di sfregiarle la guancia scrivendoci la runa delle SS. Per fortuna la ragazza si è divincolata ed è riuscita a fuggire. Poco distante un gruppo di adulti, pur avendo assistito all'intera scena, non ha mosso un dito per avvertire la polizia.
Come scrive Gramellini, "d'ora in poi, ogni volta che in omaggio alla generalizzazione imperante, starò per scrivere che "i giovani d'oggi" sono più cinici e feroci delle generazioni che li hanno preceduti, mi ricorderò della ragazza tedesca che rischia la pelle per una bambina che forse non conosceva nemmeno. E di quegli adulti al balcone, a guardare".

27 luglio 2007

Modello pedagogico Fabrizio Corona


Vorrei che chi legge questo blog battesse un colpo. Ma un colpo bello forte.
Studente, docente, navigatore qualsiasi: dite qualcosa. Ormai il processo di acquiescenza al peggio sta davvero toccando il punto di non ritorno. La scuola così rischia di andare alla deriva e di dare ragione a chi pensa che ormai si tratti di un malato terminale o di un organismo in lento ma inesorabile disfacimento. E se chi ci studia, o ci ha studiato, e soprattutto chi ci lavora non interviene in fretta per fermare questa progressiva discesa agli inferi, la profezia potrebbe avverarsi una volta per tutte.
A Gela, città che peraltro ha un sindaco gay dichiarato, uno studente viene vessato dai compagni perché gay, ma non riesce a trovare un po' di giustizia nell'istituzione scolastica, né nei suoi professori né da parte della dirigenza. L'omofobia imperversa in Italia a livelli russi e polacchi (paesi altamente omofobici, come mostrano le cronache recenti), nonostante il caso di Matteo, il ragazzo piemontese suicidatosi lo scorso aprile perché dileggiato dai suoi compagni.

Ha scritto Francesco Merlo sulla Repubblica:

"La verità è che è finita ormai fuori controllo la scuola italiana. Non è più il luogo del sapere depositato e neppure della vecchia, cara contestazione libro contro libro, figli contro padri, ma è il luogo dei poteri volgari, del sesso maltrattato, del videotelefonino che sembra promuovere ogni cretino in un Fellini o in uno "scoopista" alla Corona, del professore ridotto a travet sformato e malinconico da un salario da poveraccio, è il luogo delle denunzie penali come prassi quotidiana, ma anche come devastante spauracchio. Non è più Dante il protagonista o l'antagonista delle nostre intelligenze in erba ma è appunto Fabrizio Corona, maschio palestrato e armato di cannocchiali, zoom, macchine fotografiche, videofonini: una tecnologia al servizio del ricatto, che fissa immagini fino al riscatto dal ricatto. La scuola non è più una palestra di terzine ma di tatuaggi, non si vive di Promessi Sposi ma di tracotanze. Oggi la scuola italiana è l'imperio del luogo comune, è il trionfo della cecità mentale che ti porta a biasimare e a umiliare il diverso. La scuola in Italia è diventata il suo contrario. Da luogo di formazione dell'élite a luogo di deformazione di massa".

Come non dare ragione a Merlo? Chiunque abbia frequentato le aule scolastiche negli ultimi anni sa bene che le cose vanno in questo modo, e talvolta anche peggio. Si fa presto poi a scaricare tutto sui docenti (che hanno le loro belle responsabilità): ma come si fa a controllare una società ormai fuori controllo o in narcosi/coma mediatico irreversibile? Come far sentire il campanellino della cultura e del sapere a timpani ormai assordati dal frastuono a getto continuo della pubblicità, del consumo ostentato, del successo facile e a buon mercato, dell'idiozia televisiva globalizzata? Anche solo a ripeterle, queste cose, si passa per reazionari.
Basta guardare il sito di Corona: più di 160 mila accessi da quando è finito in carcere. E ha pure dato del talebano al giudice Woodcock che giustamente gli chiedeva conto delle sue azioni.
Oggi è stato rinviato a giudizio: speriamo smetta almeno di voler fare da modello educativo per le giovani generazioni.

15 aprile 2007

Primo Levi, vent'anni dopo

"È questo l’uomo?
È il burocrate che pianifica lo sterminio come un qualsiasi problema industriale?
È il prigioniero che collabora per un giorno di vita in più?
Siamo noi, immersi ogni giorno nella «zona grigia» del compromesso?"
(E. Ferrero, "Primo Levi: È questo l'uomo?", da La Stampa.it)
Purtroppo, oggi come ieri, l'uomo è tutte queste cose insieme.
Ma l'uomo è anche una persona come Primo Levi, è colui che ha il coraggio di guardare in faccia il negativo senza soccombergli.
È chi conserva il coraggio di pensare quando tutto sembra perduto, quando il confine tra un essere umano e un filo di fumo è un "sì" oppure un "no".

11 febbraio 2007

Beirut, divertirsi da morire

Beirut, ferragosto 2006. La città è sotto attacco israeliano, che prende di mira in particolare i quartieri sciiti sede di hezbollah. Eppure un'auto rossa fiammante con cinque giovani cool attraversa tranquillamente il locus amoenus...
Che messaggio viene da questa foto? Un imperativo "vogliamo vivere!" lanciato da cinque giovani che vanno a farsi un giro su una decapottabile rosso Ferrari nonostante i bombardamenti,
la sfida e la noncuranza davanti alla morte da parte di cinque giovani ribelli, che rivendicano il loro diritto di vivere la loro vita nonostante tutto? Divertirsi da morire, come direbbe Neil Postman?
Lo sguardo di tutte e quattro le ragazze libanesi è rivolto all'obiettivo del fotografo. Una sola si distrae, forse contrariata perché il cellulare non le permette di inviare un sms o un mms (chissà perché?). Alle loro spalle le macerie della capitale del paese dei cedri. Nessuno guarda da quella parte, né quelli che si trovano fra le macerie si stupiscono di quei giovani stile Beverly Hills.
Il fotografo americano Spencer Platt immortala e consegna alla storia con questo scatto memorabile questi interrogativi, vincendo il World Press Photo 2007 (l'Oscar per i reportage fotografici).

01 febbraio 2007

Il dibattito è aperto

Condizioni Umane è un blog, cioè un sito che propone dei testi (post) che si possono commentare. Non si tratta di un blog qualsiasi, ma di un laboratorio, pensato essenzialmente per la discussione e l'esercizio del pensiero critico. Ho notato che in classe è difficile avviare una discussione, perché ognuno tende ad avviare discussioni private con il compagno di banco, con il vicino, senza seguire le note regole di conversazione di Grice e il principio di cooperazione.
Gli argomenti di discussione rientreranno in una di queste categorie:
a) argomenti trattati nella lezione di laboratorio;
b) argomenti filosofici (useremo questo blog anche per la verifica delle lezioni in compresenza filosofia/scienze sociali);
c) eventuali altre questioni emerse in classe.
Le discussioni serviranno non a trovare soluzioni, ma per migliorare le vostre capacità di argomentare intorno a problemi socio-culturali e per esprimere in maniera più efficace il vostro pensiero.
Qualche regola:
- Se proponete un argomento e qualcuno lo critica, rispondete alla critica; riproporre l'argomento tale e quale non va bene.
- Se qualcuno interviene sul vostro post, discutete voi stessi il suo intervento; evitate di chiedere al vostro compagno di classe perché ha detto quello che ha detto.
- Discutete sempre e soltanto gli argomenti, evitando ogni considerazione sulla persona che presenta quegli argomenti.
- Evitate i commenti anonimi. La vostra partecipazione e il vostro impegno saranno oggetto di valutazione, per cui per me è importante sapere chi ha scritto cosa. Potete firmarvi con il solo nome, con le iniziali, oppure con un nickname (purché mi diciate che quel nickname è il vostro).
Condizioni Umane non è una cosa mia, ma nostra. Questo vuol dire che potete contribuire come volete: proponendo gli argomenti, scrivendo voi stessi dei testi da discutere...

Questa settimana gli argomenti di discussione sono i seguenti:
A) Compresenza. Ha scritto Robert Nozick: "Lo stato non può usare il suo apparato coercitivo allo scopo di far sì che alcuni cittadini ne aiutino altri, o per proibire alla gente attività per il suo proprio bene e per la sua propria protezione".
Secondo la tesi dell'individualismo libertario, lo Stato deve solo fare in modo che l'individuo possa realizzare i propri progetti di vita. Alla luce di quanto osservato nelle ore di compresenza, proponi la tua riflessione al riguardo.

B) Laboratorio. Il multiculturalismo: è un eccesso di culture (M. Aime) o un concetto "superficiale, se non privo di senso e pericoloso" (H. Kureishi)? Possono convivere più culture in uno stesso spazio? Alla luce dei testi letti in classe e/o da te personalmente proponi una riflessione in merito.

17 gennaio 2007

Non solo reality

Mass media: non solo reality

Isole e circhi, pupe e secchioni, grandi fratelli, uomini, donne e amici di Maria. Una strabordante carovana di gente (i “morti di fama”, li ha definiti qualcuno sui giornali, quelli che famosi vogliono diventare, o tornarci, a tutti i costi). Davanti allo schermo, e alle loro imprese, rimangono ipnotizzati milioni di persone (nonostante i numeri siano in calo vertiginoso), a ogni ora del giorno e della notte, per dirette, repliche, sfide e nomination.

Come se fossero la realtà dieci deficienti che litigano per il cocco su una spiaggia tropicale. Come se fosse la realtà trovarsi la ragazza scegliendola tra una platea di aspiranti, mentre stai spaparanzato su di un trono di cartapesta. Questa robaccia è un grandissimo insulto. Innanzitutto alla nostra intelligenza, mortificata da uno spettacolo che rilassa, ok, senza pretese, e va bene, ma che buca sistematicamente i nostri neuroni facendogli confondere la reality con la realtà, e rimbambendoci a uso e (soprattutto) consumo degli dei di quella dimensione lì, lo sponsor e il denaro. E poi è un grandissimo insulto alla grandissima conquista umana dei media. La televisione è un mezzo eccezionale. Internet ha rivoluzionato il nostro tempo, trasportandoci tutti nell’ era digitale. Eppure finisce che ne facciamo un uso demenziale, che non migliora noi, né il rapporto con gli altri, ma che riempie le tasche dello sponsor.

C’è chi demonizza tutto quello che è tecnologia…Le e-mail? Hanno ucciso le lettere, non si scrive più con la penna; gli sms? Per carità, sempre attaccati al cellulare, e con tutti quei ke, xke, nn, qlc, ;-); che orrore! Si dimentica che prima, per raggiungere un amico, potevi impiegarci settimane, e oggi, anche se sta all’altro capo del modo, ci parli in un nanosecondo. Si dimentica che prima, per sapere come girava il mondo, avevi solo un telegiornale (lo sappiamo che ce ne saranno almeno sette, ma provate a guardarli, sono sostanzialmente uguali) mentre oggi sulla rete trovi migliaia di blog, di testimonianze dirette sui fatti anche dimenticati del mondo. Qual è il giusto uso del virtuale? Quello che completa, ma non sostituisce, la nostra capacità di comunicare con il mondo. Certo, costa fatica, e bisogna tenere gli occhi aperti perché sul web ci sono delle vere e proprie perle e delle vere e proprie porcherie, informazioni preziose e bufale colossali. Ma sono, davvero, possibilità straordinarie. C’è un “virtuale" che rende migliori le nostre esistenze. Che ci apre la mente, che ci tiene sveglia la conoscenza. Occorre che quel “virtuale” sia al servizio e non al posto del “reale”. Altrimenti la realtà si trasforma in reality, e per noi che non vogliamo essere spettatori o consumatori, ma protagonisti della nostra vita, non ci sarà più posto nemmeno sull’ ultima delle spiagge dell’ ultima delle isole.

Davide Carraro, 5Bso

15 novembre 2006

Le radici della violenza

Dire che quello che è accaduto in una scuola della periferia di Torino mi ha lasciato allibito e amareggiato è poco. Per chi non sapesse cos’è successo, ricapitolo quanto finora riportato dalla stampa (sintetizzo con materiale di Repubblica.it):

L’aggressione. In un istituto professionale di Torino, alla fine dello scorso anno scolastico, alcuni ragazzi, intorno ai 17 anni, aggrediscono con percosse, insulti e altre umiliazioni, un ragazzo sofferente di una forma particolare, non bene identificata, di autismo, accompagnando il tutto con saluti e scritte naziste. Gli autori del gesto riprendono la scena con un videofonino e inviano il filmato in rete.

Il video. Il video, della durata di tre minuti, è stato messo on line ad agosto dalla ragazza che aveva partecipato all’aggressione. Nel filmato si vedono una decina di compagni di classe che stanno a guardare, mentre uno dei ragazzi indagati sferra qualche pugno e qualche calcio al compagno disabile, un altro è intento a riprendere la scena con la telecamera, un terzo che disegna il simbolo “SS” sulla lavagna e fa il saluto fascista. E l’impressione è che l’aggressione fosse premeditata.

Nessun aiuto. Il ragazzo aggredito rimane in un angolo, immobile, reagendo debolmente alle botte di un compagno che si avvicina, lo colpisce velocemente e si allontana. Al giovane disabile vengono anche tirati oggetti e per ripararsi lui perde gli occhiali e si china a cercarli affannosamente. Gran parte della classe intanto, seduta tra i banchi, schiamazza, tra l'annoiato e il divertito. Nessuno dei presenti si alza per difendere la vittima o per fermare chi lo deride.

La testimonianza. “Un ragazzo dolcissimo. Gli piace il cantante Zucchero e per questo vuole sempre che io gli canti le sue melodie”: così un’operatrice della scuola ha descritto il giovane portatore di handicap. Una donna che lavora nell’istituto non è sembrata stupirsi troppo dell’accaduto. “Gli altri ragazzi non legano con lui – ha detto – non c’è solidarietà tra loro. Lui quasi non vede e sente pochissimo. Fa quindi molta fatica anche a capire gli scherzi. È, però, un ragazzo buono”.

Di fronte a quello che ho potuto vedere e leggere nascono in me varie considerazioni e alcune domande, che elenco in ordine non logico ma emotivo (anche noi insegnanti abbiamo un'emotività, no?):

  • Sento già gli psicologi affannarsi a ricordare a tutti, ministri, docenti, opinione pubblica e studenti, che non bisogna criminalizzare i ragazzi che, in un momento di noia, hanno umiliato e vessato ignobilmente e vilmente una persona incapace di difendersi. Infatti, applicando lo schema standard della psicologia, bisogna evitare di “etichettare” o si otterrà l’effetto, opposto a quello desiderato, di far diventare “stabilmente” nazisti i comportamenti devianti di ragazzi la cui colpa è in realtà quella di non aver avuto insegnanti e famiglie capaci di far prendere loro coscienza di che cos’è il rispetto dell’altro; che hanno ormai interiorizzato l’idea che l’identità si conquista solo con la forza, la sopraffazione, la negazione dell’altro. Ma è evidente che la buona intenzione della psicologia si scontra con l'abiezione di misfatti come questi. Verrebbe da dire all'amico alunno torinese: stai pure tranquillo, caro disabile inserito in una classe di neonazisti emuli di Arancia meccanica, non prendertela con i tuoi aguzzini, anche loro sono vittime delle inefficienze della scuola e della latitanza delle famiglie. E' tutta colpa della società! Possibile che la psicologia non abbia altro da dire?
  • Sul Corriere del Veneto di oggi (15 novembre), a pagina 6, c'è un ritratto desolante degli adolescenti veneti: individui esibizionisti, disposti a ricorrere persino alla violenza verbale e fisica pur di vedere riconosciuta per intero la propria personalità. "Dopo tanti anni di insegnamento, ora sembra di trovarsi davanti a degli extraterrestri", dicono alcuni docenti delle scuole medie e superiori del Vicentino. Qualcuno ricorderà che a Vicenza, qualche tempo fa, alcuni ragazzini delle medie hanno picchiato un loro coetaneo perché non indossava vestiti alla moda. E se i maschi, prosegue l'articolo, sfogano i sentimenti violenti verso gli altri, le femmine sono più inclini all'autolesionismo: sembra che sia ormai una pratica diffusa fra le giovanissime venete quella di tagliuzzare parti del corpo con insistenza con i cutter, fino a che non esce qualche goccia di sangue. Spiega una psicoterapeuta che "i nuovi adolescenti sono caratterizzati dalla voglia di farsi vedere a tutti i costi, sono grandi consumatori, narcisisti, bulli e precoci sessualmente". Dagli undici ai diciotto-diciannove anni, ragazze e ragazzi inseguono il rischio, ben consapevoli - secondo gli esperti - del gesto che stanno per compiere, senza però aver valutato le conseguenze. Fissi sul presente, mancano dell'orientamento verso il futuro. Così si lanciano su storie d'amore con persone più mature (dodicenni con maggiorenni) o offrono favori sessuali per una ricarica telefonica.
  • La pedagogia è lo sforzo, se vogliamo utopico, di pensare che l’uomo può e deve essere educato. Nel processo educativo la persona cresce, si trasforma, nell’auspicio che questa trasformazione sia un’evoluzione positiva, un raggiungimento dell'autonomia e dell'autostima, una liberazione da stereotipi e pregiudizi con la formazione di una mentalità critica e aperta, solidale e democratica, pluralistica e razionale. Ecco perché mi sconvolge in particolare, non solo l’assenza e la latitanza dei docenti di quella classe, ma anche le parole della non meglio precisata educatrice, forse un’insegnante di sostegno, che segue il ragazzo autistico aggredito "Fa molta fatica a capire gli scherzi, però è un ragazzo buono". Ma che vuol dire? Che è colpa del ragazzo aggredito per non aver saputo prevenire gli “scherzi” e che ci volevano calci e pugni per scuoterlo un po’? E l'educatore allora che ci sta a fare, a che pro lo si paga (con le tasse dei cittadini)? Caro ragazzo torinese, ripeto, non preoccuparti, sei in buone mani, e puoi sempre consolarti ascoltando la tua insegnante di sostegno mentre ti canta le canzoni di Zucchero. Cantare le canzoni di Zucchero: tutto qui quello che si può fare per aiutare un ragazzo in difficoltà? Possibile che non si capisca che l'autismo è una sindrome complicata, con conseguenze dolorose sulla famiglia e su chi deve gestire la vita di tali persone?
  • Mi ha colpito il tono di grande dignità morale e di civiltà nelle parole della madre del ragazzo, nonostante questi abbia capito benissimo tutto quello che gli è accaduto: "Lui è sempre rimasto in silenzio. Quando è accaduto il fatto, quando si è rivisto in televisione e anche oggi, quando abbiamo incontrato il preside della scuola che ci ha chiesto scusa e si è detto mortificato. Si tiene tutto dentro, ma vi garantisco che ha capito bene ogni cosa e che deve aver sopportato proprio perché è un ragazzo speciale". Qualora qualcuno volesse leggere qualcosa sull'autismo, consiglio Né giusto né sbagliato di Paul Collins (Adelphi).
  • Dato che ai ragazzi del professionale torinese piace il nazismo, vorrei ricordare che cos’hanno fatto i nazisti ai disabili mentali come i Down, gli schizofrenici e le persone con malattie genetiche ereditarie. E visto che amano mettere in rete i materiali, potranno scoprire che in rete c'è anche chi carica materiale ben più degno di attenzione e utile all'umanità, come ad esempio nel sito www.olokaustos.org. Nella sezione riguardante l’eliminazione dei disabili, nota anche come “Aktion T4”, si legge che i nazisti avevano programmato l’eliminazione di quelle persone che, per stili di vita e comportamenti fuori dalla norma, venivano considerate una “minaccia biologica”, cioè un rischio di contaminazione per la purezza della razza ariana: in primis gli omosessuali, ma poi anche tutti coloro che venivano bollati come portatori di "tare" umane. Vedere per credere.
  • Se si naviga un po’ nel sito si scopre un altro crimine agghiacciante: lo sterminio dei bambini noto come il massacro di Bullenhuser Damm: bambini usati per pseudo-esperimenti sulla tubercolosi, che veniva loro inoculata deliberatamente (con conseguente successiva asportazione delle ghiandole ascellari) e poi impiccati “come quadri alle pareti”. Chissà se quei ragazzi, ora indagati da tre procure, per violenza privata in concorso, lo sapevano. Forse non glie ne importa nemmeno un po', ma sono queste le vere radici della violenza: l'affermazione violenta della propria identità attraverso la negazione dell'altro.