27 settembre 2010

Laboratorio sociologico, 1: Saint-Simon

Con questo post inizia il laboratorio sociologico nella classe 3Bp, con l'obiettivo di discutere i testi e gli argomenti principali che incontreremo nel corso di sociologia e di avviare uno studio più attivo e meno pedantesco di questa affascinante materia.
Il testo che segue è dell'autore da studiare per oggi, ovvero Claude-Henri de Rouvroy, conte di Saint-Simon, singolare ed eccentrica figura di precursore del positivismo, del funzionalismo e, notoriamente, del socialismo utopistico.
Il manuale in uso afferma che "Saint-Simon ha una concezione organicistica, basata sull'analogia con gli organismi viventi. La società non è un semplice aggregato di esseri viventi, che agiscono ognuno per proprio conto, ma una vera e propria macchina organizzata, le cui parti contribuiscono ciascuna a suo modo al funzionamento dell'insieme" (Sociologia oggi, p. 138).
Vediamo allora un po' meglio in che cosa consiste questa "concezione organicistica" di Saint-Simon e che cosa comporta concretamente. Penso sia utile leggere un estratto da "L'organisateur" (L'organizzatore), una serie di fascicoli scritti tra il 1819 e il 1820 in cui Saint-Simon si rivolge direttamente al suo pubblico. Il sociologo A. Accornero ha scritto che "la società industriale nasce davvero con questo orgoglioso libello, che è l'apoteosi del fare, del produrre, dell'utilità, del valore e di tutti coloro che "costituiscono veramente il fiore della società"".

Da "L’Organisateur" di Claude-Henri de Saint-Simon

"Supponiamo che all'improvviso la Francia perda i suoi cinquanta migliori fisici, chimici, fisiologi, matematici, poeti, pittori, scultori, musicisti, letterati; i suoi cinquanta migliori meccanici, ingegneri civili e militari, artiglieri, architetti, medici, chirurghi, farmacisti, marinai, orologiai; i suoi cinquanta migliori banchieri, i suoi duecento migliori negozianti, i suoi seicento migliori coltivatori, i suoi cinquanta migliori fabbri ferrai, armaioli, conciatori, tintori, minatori, fabbricanti di panni, di cotoni, di sete, di tele, di chincaglierie, di ceramiche e porcellane, di cristalli e di vetri, i suoi cinquanta migliori armatori, le sue cinquanta migliori agenzie di trasporti, i suoi cinquanta migliori tipografi, incisori, orafi e altri specialisti nella lavorazione dei metalli; i suoi cinquanta migliori muratori, carpentieri, falegnami, maniscalchi, serraturai, coltellinai, fonditori, e le centinaia di altre persone di condizioni diverse, le più abili nelle scienze, nelle belle arti, nelle arti e mestieri che sommati assieme formano i tremila migliori scienziati, artisti e artigiani di Francia.
Poiché questi uomini sono fra tutti i Francesi i produttori più essenziali, coloro che forniscono i prodotti più importanti, coloro che dirigono i lavori più utili alla nazione, e che la rendono produttiva nelle scienze, nelle belle arti, nelle arti e mestieri, costoro costituiscono veramente il fiore della società francese; sono i Francesi più utili al loro paese, al quale procurano maggiori glorie, permettono di avanzare con maggiore rapidità sulla via della civiltà e della prosperità; nel momento stesso in cui dovesse perderli, la nazione diventerebbe un corpo senz'anima; cadrebbe immediatamente in uno stato d'inferiorità nei confronti delle nazioni con le quali oggi rivaleggia, e rimarrebbe loro inferiore sino a che non avesse posto riparo a questa perdita, fino a che una nuova testa non le fosse ricresciuta.
Per rifarsi da una disgrazia simile la Francia avrebbe bisogno per lo meno di una intera generazione, poiché gli individui capaci di distinguersi nei lavori di una utilità positiva sono vere e proprie eccezioni, e la natura non è affatto prodiga di eccezioni, soprattutto poi di questo tipo. Ed ora facciamo un altra ipotesi.
Ammettiamo che la Francia conservi tutti gli uomini di genio che possiede nel campo delle scienze, delle belle arti, delle arti e mestieri, ma abbia la sfortuna di perdere nello stesso giorno, Monsieur il fratello del Re, il duca d'Angouleme, il duca di Berry, il duca d'Orléans, il duca di Borbone, la duchessa d'Angouleme, la duchessa di Berry, la duchessa d'Orléans, la duchessa di Borbone, nonché Madamigella di Condé. E contemporaneamente perda tutti i grandi ufficiali della corona, tutti i ministri di Stato (con o senza portafoglio), tutti i consiglieri di Stato, tutti i dignitari, tutti i suoi marescialli, tutti i suoi cardinali, arcivescovi, vescovi, grandi vicari e canonici, tutti i prefetti, i sottoprefetti, gli impiegati nei ministeri, i giudici, e inoltre i diecimila più ricchi proprietari fra coloro che vivono come i nobili.
Questo fatto affliggerebbe certamente i Francesi che sono gente di buon cuore, incapaci di assistere con indifferenza alla scomparsa improvvisa di un numero così grande di loro compatrioti. Ma questa perdita di tremila personaggi, ritenuti i più importanti dello Stato, procurerebbe loro un dolore di carattere puramente sentimentale, non risultandone infatti alcun danno politico per lo Stato. Per prima cosa, infatti, sarebbe facilissimo occupare i posti divenuti vacanti; molti Francesi sarebbero in grado di esercitare le funzioni del fratello del Re altrettanto bene di Monsieur; molti sarebbero in grado di occupare il posto di principe con altrettanta dignità del duca di Berry, del duca d'Orléans, del duca di Borbone; e molte Francesi sarebbero ottime principesse, né più né meno che la duchessa d'Angouleme, la duchessa di Berry, Madame d'Orléans, di Borbone, di Condé.
Le anticamere del palazzo reale sono piene di cortigiani pronti a occupare i posti di grandi ufficiali della corona; nelle file dell'esercito militano moltissimi ufficiali altrettanto capaci nel comando dei nostri marescialli attuali.
E quanti impiegati valgono i nostri ministri di Stato! Quanti amministratori sono in grado di gestire gli affari dei dipartimenti molto meglio dei prefetti e sottoprefetti oggi in carica!
Quanti avvocati, buoni giuristi come i nostri giudici! Quanti parroci hanno le medesime capacità dei nostri cardinali, arcivescovi, vescovi, grandi vicari, canonici!
Quanto poi ai diecimila proprietari che vivono come i nobili, i loro eredi non avranno certo bisogno di un lungo apprendistato per emularli nell'arte di fare gli onori di casa. Solo i progressi delle scienze, delle belle arti e delle arti e mestieri possono assicurare la prosperità della Francia; ora i prìncipi, i grandi ufficiali della corona, i vescovi, i marescialli di Francia, i prefetti e i proprietari oziosi non lavorano affatto al progresso delle scienze, delle belle arti, delle arti e mestieri; lungi dal contribuirvi non possono che nuocere ad esso, giacché fanno di tutto per prolungare il predominio sinora esercitato dalle teorie congetturali sulle scienze positive; essi nuocciono necessariamente alla prosperità della nazione privando, come stanno facendo, del più alto grado di considerazione che loro compete legittimamente, gli scienziati, gli artisti, gli artigiani; essi vi nuocciono poiché impiegano i loro patrimoni in modi non direttamente utili alle scienze, alle belle arti, alle arti e mestieri; vi nuocciono poiché prelevano ogni anno sulle imposte pagate dalla nazione una somma da tre a quattrocento milioni, sotto forma di stipendi, pensioni, gratifiche, indennità, ecc., a titolo di compenso delle loro attività del tutto inutili alla nazione.
Queste ipotesi mettono in evidenza il fatto più importante della politica attuale, e consentono di coglierlo con un solo colpo d'occhio in tutta la sua estensione; esse dimostrano chiaramente, sia pure in forma indiretta, quanto poco perfezionata sia l'organizzazione sociale; come gli uomini si lascino ancora dominare dalla violenza e dall'astuzia, e come la specie umana (politicamente parlando) sia tuttora immersa nell'immoralità.
Poiché gli scienziati, gli artisti e gli artigiani, i soli dalla cui opera la società trae un'utilità positiva, e che non le costano quasi nulla, si trovano in posizione subalterna rispetto ai prìncipi e agli altri governanti, i quali per parte loro non fanno che uniformarsi, con maggiore o minore incapacità, alle consuetudini.
Poiché i dispensatori degli onori e delle altre ricompense nazionali devono generalmente la loro posizione di predominio soltanto al caso della nascita, alle lusinghe, all'intrigo e ad altre azioni poco stimabili. Poiché coloro cui compete l'amministrazione dei pubblici affari spartiscono fra di loro ogni anno la metà del gettito delle imposte, e non impiegano nemmeno un terzo dei contributi, di cui non si sono impadroniti personalmente, in cose utili agli amministrati. Queste ipotesi dimostrano come l'attuale società sia veramente il mondo alla rovescia. Poiché la nazione ha accolto come principio fondamentale quello che stabilisce che i poveri debbono dimostrarsi generosi nei confronti dei ricchi, e quindi le classi meno agiate rinunciano tutti i giorni a una parte del necessario per accrescere il superfluo dei grandi proprietari. Poiché i maggiori colpevoli, i ladri in generale, coloro i quali spremono tutti i cittadini e li derubano ogni anno di tre o quattrocento milioni, hanno poi il compito di punire i delitti minori contro la società. Poiché l'ignoranza, la superstizione, la pigrizia, l'amore dei piaceri costosi sono l'appannaggio dei capi supremi della società, e gli individui capaci, risparmiatori, operosi vengono impiegati soltanto in funzioni subalterne, come semplici strumenti.
Poiché in ogni tipo di attività, in una parola, sono gli uomini incapaci ad essere incaricati di dare ordini a quelli capaci; dal punto di vista morale, a quelli più immorali viene richiesto di educare i cittadini alla virtù; e da quello della giustizia distributiva, ai grandi rei viene affidata la massima autorità per punire le colpe dei delinquenti minori.
Sebbene questo estratto sia assai breve, ci sembra di aver sufficientemente dimostrato che il corpo politico era ammalato; che la sua malattia era grave e pericolosa; che esso non poteva contrarne di peggiore, dal momento che ne era colpito contemporaneamente nelle sue parti e nell'insieme".

Letto tutto con attenzione? Bene, adesso comincia il vostro confronto critico, che consiste:
- nel valutare la proposta sociale di Saint-Simon (è sensata? è fattibile? è attuale?)
- nel rapportarla alla situazione presente (è giusto che chi lavora e produce abbia più peso di chi è "improduttivo"? come viene valutata qui la "produttività" di una categoria sociale? che cosa facciamo di chi viene valutato "incapace"?)
- nella considerazione critica di questa proposta di organizzazione sociale, formulando un giudizio sensato su di essa (motivando l'accordo o il disaccordo, evitando valutazioni meramente soggettive del tipo "mi piace/non mi piace"): per un paese è peggio perdere tutti suoi scienziati e i suoi imprenditori o tutti i suoi uomini politici e di Chiesa?

Postate poi il vostro commento (con nome e cognome, per favore, non si accettano commenti anonimi!) cliccando su "commenti" in fondo al post ("Scegli un'identità" --> selezionare "Nome/URL" --> scrivere nome e cognome: quando siete sicuri, confermate cliccando su "Pubblica post"). Se avrete eseguito correttamente l'operazione leggerete un messaggio che vi dice che il vostro commento è stato pubblicato e che resta in attesa di approvazione del proprietario (che sarei io) del blog. Dopo averli approvati (non pubblico post sciocchi o volgari), leggerò quindi i vostri commenti e inserirò anche qualche osservazione, a cui voi potrete replicare, se lo riterrete opportuno.

Buon lavoro.
Alessandro Bellan

17 luglio 2010

Pensare la pluralità. Il pluralismo culturale nell'epoca della "politica dell'identità"

La pluralità, la molteplicità, la varietà e la diversità ci danno sempre l’impressione del disordine, della caoticità, dell’an-archia nel senso della mancanza di un principio, di un fondamento, di una ragion d’essere dei fenomeni così percepiti. Ciò fa parte della nostra stessa struttura cognitiva: cercare un principio d’ordine, vedere in una serie di segni astratti figure o volti determinati, come ben sanno gli psicologi. Le leggi gestaltiche di raggruppamento (vicinanza, similarità, chiusura, continuità, simmetria) ci insegnano appunto che la nostra mente cerca simmetrie, somiglianze, continuità piuttosto che asimmetrie, discordanze e discontinuità.
In altri termini: dal punto di vista percettivo siamo stati “attrezzati” (in senso evolutivo) per vedere strutture d’ordine più o meno unitarie anziché la caoticità. Tuttavia il problema resta, nel senso che la pluralità ci inquieta e ci disturba, come testimoniano molti proverbi e detti del senso comune: "tot capita tot sententiae", “il troppo storpia”, “non si possono servire due padroni”... Ma quand’è che una pluralità diventa “troppa”? Quanta pluralità (in senso laico e/o interreligioso) possiamo sopportare?
Se oggi la molteplicità fisico-naturale non è più un problema, lo è però quella socioculturale. Se la logica identitaria su cui si è fondata tutta la riflessione filosofica occidentale da Parmenide all'idealismo tedesco ha potuto garantire una metafisica della sostanza, dell'essere e una teologia cristiana (e islamica, come troppo spesso si dimentica) fondate sull'idea di permanenza e di immutabilità, l'avvento della modernità, con la sua idea di un individuo libero, autonomo, capace di autodeterminazione e di valutare (e criticare) razionalmente tradizioni, norme, autorità ha modificato radicalmente il quadro di quella logica. Mentre la logica identitaria ha separato radicalmente l'identità dalla differenza, marginalizzando l'alterità, con Hegel assistiamo - a mio avviso per la prima volta - al tentativo di pensare sia l'identità che l'alterità, di comprenderle nella loro implicazione reciproca. Hegel mette cioè in discussione quel principio o legge dell'identità in base alla quale noi ragioneremmo, penseremmo, ci rappresenteremmo la realtà. Scrive Hegel al § 115 dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche che “Nessuna coscienza pensa, né ha rappresentazioni, né parla, secondo questa legge; nessuna esistenza, di qualsiasi sorta, esiste secondo questa legge”. Hegel sostiene infatti che è l’identità stessa a porre la differenza, oppure che la differenza è posta nel momento stesso in cui si pensa l’identità. Pluralità significa allora che quando pensiamo una cosa la pensiamo sempre IN RELAZIONE a un’altra: per Hegel, quindi, la relazione è costitutiva del pensare in generale.
Questa acquisizione della dialettica hegeliana implica un grande rivolgimento: il passaggio da una logica identitaria a una logica del riconoscimento. Ma non si tratta di un semplice rivolgimento logico-concettuale, cioè del semplice "primato della relazione": anche per Platone, infatti, pensare significa connettere, legare, col-legare (la famosa symploké platonica). Questo rivolgimento ha infatti almeno tre conseguenze etiche e pratiche. Se l'identità non è fondante, ma fondata, se ne ricava che:
1. Per sapere chi sono “io” devo pormi necessariamente in relazione, ho cioè bisogno prima ancora di essere tale, che ci sia qualcun altro che mi riconosca come un “io” (si pensi alla relazione asimmetrica madre-figlio: ciascuno di noi è divenuto tale perché la madre lo ha riconosciuto, prestandogli cure, tempo, affetto, amore).
2. In questo senso l’altro, ciò che io non sono, è la vera condizione del mio comprendermi come “io”, come “me stesso”, come “identità personale”.
3. Non posso conoscere se non sono stato prima “riconosciuto” da altri, che hanno reso possibile “me stesso” come coscienza: conoscere, quindi, significa riconoscere.
Bisogna fare molta attenzione a queste conseguenze concettuali e alle loro implicazioni etico-pratiche, perché hanno risvolti importanti e decisivi nella nostra vita morale e politica.
Esse implicano infatti che NON POSSIAMO MAI ASSOLUTIZZARE ALCUNA IDENTITÀ O PENSARE DI POTERLA DEFINIRE UNA VOLTA PER TUTTE. La complessità legata alla pluralità deriva piuttosto dal fatto che noi siamo persone, il frutto di una totalità di relazioni di cui non disponiamo, e quindi che noi condividiamo già da sempre un’identità con altri membri di un determinato gruppo. Come scrive Amartya Sen nel suo Identità e violenza, “Il mondo suddiviso secondo un unico criterio di ripartizione è molto più conflittuale dell’universo di categorie plurali e distinte che plasma il mondo in cui viviamo. Un'immagine del genere (...) contrasta con l’idea che siamo diversamente differenti. La speranza di armonia nel mondo contemporaneo risiede in gran parte in una comprensione più chiara delle pluralità dell’identità umana, e nel riconoscimento che tali pluralità sono trasversali e rappresentano un antidoto a una separazione netta lungo una linea divisoria fortificata e impenetrabile".
Dal punto di vista culturale, la logica identitaria ci spinge a pensare alle culture come fortezze compatte, castelli con ponti levatoi, territori con confini netti e stabiliti una volta per tutte o, per riprendere un'immagine usata da vari antropologi, "palle da biliardo" lisce e lucide, senza alcuna porosità. Non siamo abituati - perché la logica identitaria che governa la nostra cultura ci ha imposto di associare continuità, permanenza, stabilità, ordine all'identità - a pensare alla nostra identità culturale come qualcosa di plurale, di composito, frutto di innumerevoli stratificazioni storiche, processi di riconoscimento (ma anche di misconoscimento), ibridazioni e incroci. Di fronte all'"altro" - lo straniero, l'estraneo, il "foresto" - scatta subito la legge gestaltica di raggruppamento: esso deve venir inserito in una categoria, rubricato, classificato in base alla provenienza e all'origine, come se l'arché, l'origine, potesse raccontarci tutta la sua storia, potesse esaurire la sua "identità".
Allo stesso modo per la nostra logica identitaria è difficile accettare il fatto del pluralismo politico, spesso confuso con il relativismo, con una generica idea per cui tutte le culture sono sullo stesso piano, hanno lo stesso valore (cosa diversa che riconoscerne la pari dignità). Pluralismo, infatti, è assumere la diversità, la differenza, l'alterità stessa come valore in sé (cosa ben diversa che affermare, come fa un certo relativismo, che tutti i valori si equivalgono) e quindi non equivale a un generico "multiculturalismo". Questo è infatti la moltiplicazione delle identità culturali in nome della loro "differenza specifica"; e che esso sia "thick" o "thin", come vogliono alcuni autori (Fullinwider, Kukathas, Chandran, Galston), resta il fatto che esso è in linea di massima ostile alla diversità, alle affiliazioni multiple, alla possibilità - che invece il pluralismo garantisce - di trovare un terreno comune di convivenza civile, valori laicamente condivisi. Esso vede l'integrazione dell'identità culturale di gruppo nella società come il male da evitare a tutti i costi e quindi propugna una sorta di separatismo culturale (la "mia" identità - tirolese, ladina, carnica, gaelica, scozzese, basca, ecc. è intoccabile, sacra, inviolabile, anche perché in passato è stata negletta, misconosciuta, colonizzata, ecc.), mettendo capo a un'idea di società multiculturale come un arcipelago di comunità separate da confini netti, decisi una volta per tutte. L'identità si preserva solo nella separazione, finanche nella segregazione reciproca.
In questo modo la società si frantuma in una congerie di minoranze (auto)segregate o, meglio, autosegregantisi, in cui non sono ammesse le affiliazioni multiple, l'appartenenza a più di un gruppo culturalmente definito (multiculturalismo thick), oppure tutto ciò diventa estremamente problematico (multiculturalismo thin). Ma una società in cui le affiliazioni multiple siano un problema, in cui si guardi con sospetto alle identità plurali, in cui l'alterità è ancora percepita come minaccia e pericolo, non è una società pluralistica e neanche plurale: è una società atomizzata, atomistica, un coacervo che ricorda la parcellizzazione feudale e in cui lo Stato deve solo cercare di comporre i dissidi che inevitabilmente sorgono a partire dalle rivendicazioni culturalistiche (minimalismo civico).
È chiaro, allora, che questa "voglia di comunità" mette "la società sotto assedio", per collegare solo i titoli di due note opere di Zygmunt Bauman: un arcipelago di comunità autosegregantisi, prive di osmosi con quell'ambiente che un tempo si chiamava "società", intesa come insieme di vincoli, di obblighi, riferiti a norme e valori derivanti dal senso di appartenenza a una comunità che produce rappresentazioni collettive condivise (l’idea di un bene comune che è possibile perseguire meglio cooperando anziché ostacolandosi reciprocamente). Una tale idea di società era resa possibile proprio dall'idea sopra descritta di pluralismo culturale, in quanto risultato di un’idea liberale di società in cui molti possono stare insieme, dove ciascuno realizza meglio i propri progetti limitando la propria libertà (o meglio il proprio arbitrio, la propria volontà soggettiva), nella consapevolezza che lavorare per il bene di tutti è il modo migliore per realizzare il proprio e di essere più liberi. Individualismo, mediatizzazione, globalizzazione, crisi delle ideologie, teorie sociali postmoderne e "multiculturalismo" hanno decretato la "morte del sociale", la "fine della società", in un "individualismo senza individui" e in una "socializzazione senza società" dove trionfano le identità esibite, esposte, spogliate, confessate come nei reality show che vanno per la maggiore. Ma la "morte della società" accade quando gli altri sono percepiti e/o raccontati solo come ostacolo, intralcio, fastidio: quando la pluralità è il nemico da battere, quando si esclama trionfalmente “ne resterà uno solo!”, enfatizzando non-virtù come furbizia, dissimulazione, stupidità calcolata, capacità di manipolare gli altri secondo i propri fini. Dell'identità si fa cioè una "politica": la "politica dell'identità", sia a livello di politica in senso stretto, sia in senso di calcolo personale. La propria "differenza" (non importa se personale, culturale, sociale, religiosa o politica) deve venire riconosciuta, accettata, accolta, tutelata e garantita. Accade un po' come a scuola, quando i genitori fanno ricorso contro le "non promozioni" (termine politically correct per non dire bocciature): si rivendica una sorta di "diritto alla promozione" giustificato da una "particolare" situazione familiare, una "particolare" condizione psicologica, un "particolare" disagio (con i compagni, con i professori, con l'ambiente scolastico...). Ognuno è una storia a sé, una "differenza" che va tutelata e garantita nel suo "diritto al successo scolastico": bocciare significa, secondo queste teorie, negare la possibilità di "realizzare il proprio progetto di vita".
In questo modo si fa della propria "differenza", cioè della propria specificità di condizioni umane e personali, un grimaldello per aprire tutte le porte e per ottenere vantaggi legati alla propria particolarità. Singoli individui o gruppi chiedono di essere riconosciuti perché sono stati umiliati, perseguitati e/o misconosciuti in passato (es. le donne, i nativi americani, i gay): essi cioè non chiedono di essere “inclusi” nel genere umano, ma di essere rispettati nella loro diversità, nella loro “differenza” Essi in tal modo avanzano una “pretesa al riconoscimento”, il “diritto culturale” a essere rispettati e liberi di compiere le loro scelte, con significative ricadute etiche e giuridiche (matrimonio, eredità, ecc.): ciò si concretizza in politiche di trattamento preferenziale (affirmative action) che danno spesso luogo a aspre polemiche, in quanto “discriminazioni positive”.
La politica dell’identità “discrimina per cancellare discriminazioni” (G. Sartori), cioè per tutelare le differenze, le diversità, le forme di vita plurali che rivendicano il diritto al riconoscimento proprio in quanto “altre”: cerca cioè di attivare meccanismi compensativi di passate discriminazioni. Ne deriva un enorme problema etico che riconfigura la questione della pluralità e del pluralismo: si tratta infatti di capire che cosa significa, qui, riconoscere.
Abbiamo già visto, infatti, che condizione della mia identità, del mio “essere me stesso”, è l’esser stato riconosciuto da altri (anche i mancati riconoscimenti, il non esser stato riconosciuto, ha fatto di me quello che sono): ora, però, qui “riconoscere” significa piuttosto “accettare la differenza” di questi gruppi, “tutelare” il loro essere minoranza, rispettare la loro “peculiarità”, garantendo loro dei “vantaggi sociali”, dei “privilegi”, finanche dei “diritti”. Si innesca in questo modo “una reazione a catena perversa: o che i discriminati chiedano per sé gli stessi vantaggi accordati agli altri, e/o che le identità favorite dalla discriminazione chiedano per sé sempre più privilegi a danno delle identità non favorite. Nel qual caso la identità che viene attaccata e sminuita finisce per risentire il proprio misconoscimento e magari reagisce riaffermando una sua superiorità” (G. Sartori). In questo modo non più l’identità, ma la differenza diventa il vero problema. Perché, per restare all'esempio, si evita di bocciare Tizio piuttosto che Caio? (oppure, più spesso: perché non si boccia né Tizio né Caio?) Risposta: i genitori di Tizio potrebbero fare ricorso e far perdere tempo all'organizzazione scolastica. Quindi per non farsi problemi, per non creare disparità di trattamento, tutti promossi, todos caballeros.
La "politica dell'identità" diventa così un mezzo per tutelare chi fa più rumore, chi è più disposto a mobilitarsi o a mobilitare l’opinione pubblica, perché non esiste un criterio oggettivo per preferire una minoranza a un’altra, un’affiliazione da proteggere rispetto a un’altra affiliazione. Ne deriva una situazione sociale permanentemente conflittuale e carica di risentimento (la vera chiave di lettura del sociale secondo R. Girard), che assorbe ogni altra energia che si potrebbe incanalare per il miglioramento della società nel suo complesso: parole come “politiche del riconoscimento”, “tutela delle minoranze”, ecc. sollevano passioni negative come ira, rancore, risentimento, rabbia e spingono molti cittadini a disinteressarsi della vita politica o a compiere scelte politiche estreme, con il rischio di derive xenofobe e razziste. In tal modo, inoltre, è facile banalizzare il pluralismo confondendolo con un generico relativismo morale e culturale (grave errore concettuale, come si è visto), accusando il primo di aver messo sullo stesso piano tutte le “verità”, riducendole a banali “credenze”.

Nel dialogo fra l’antropologo Marco Aime ed Emanuele Severino c’è un bel passo che vorrei citare in conclusione di questa riflessione sulle difficoltà di riconoscere e accogliere la pluralità. Citando Ralph Linton, un antropologo che a lezione chiedeva ai suoi studenti di fermarsi a riflettere su quanto fosse “americano” quello che facevano ogni giorno, Marco Aime scrive:

“Hai sollevato il lenzuolo tessuto in cotone, fibra scoperta per la prima volta in India nel VI secolo a.C., poi ti sei infilato le ciabatte, calzature degli indiani algonchini, poi hai fatto colazione in una scodella di ceramica, realizzata con un processo inventato in Cina, in cui hai messo del caffè che arriva dall’Abissinia o del tè che arriva dalla Cina o del cacao che arriva dal Sud America. Poi sei uscito, hai comprato un giornale stampato su carta, processo inventato in Cina, stampato con caratteri mobili, processo inventato in Europa, e l’hai pagato con una moneta, invenzione della Numidia, e a seconda delle notizie hai ringraziato o bestemmiato una divinità mediorientale di averti fatto nascere americano (M. Aime, E. Severino, Il Diverso come icona del male, Bollati Boringheri, Torino 2009, pp. 29-30).

Siamo perciò di fronte a un problema al tempo stesso filosofico, antropologico, sociopolitico ed etico. Dobbiamo affrontare (ma siamo preparati a farlo?) una nuova condizione umana, alla sfida di identità aperte e plurali, mai definitive, mai concluse, mai interamente rivendicabili. La pluralità e il pluralismo oggi sono una sfida: la sforzo di tenere assieme dimensioni diverse, di pensare la diversità e la pluralità come un valore; di comprendere ogni dimensione plurale (in sé e per sé) con le sue radici ma in un terreno comune, come tanti fiori in un giardino. Un giardino: uno spazio che vive della ricchezza dello sguardo di chi lo coltiva, un’immagine vivente della pluralità e del pluralismo.
Lo sforzo che dobbiamo compiere insieme è quello di riconoscere che noi non siamo identità compatte, definitive, unitarie: siamo simili più a spugne che a palle di biliardo lucide e impenetrabili. Non ci sono stranieri, estranei, alieni, “foresti”, extra-qualcosa. Perché ciascuno di noi è attraversato interamente dall’altro, da una pluralità di altri: noi, altri, “noialtri”.

08 giugno 2010

Nascondere l'inumanità: ancora su Guantanamo

Prigionieri usati come cavie umane. E' quello che è successo al campo di prigionia USA di Guantanamo secondo un rapporto di Medici per i Diritti Umani.
Interrogatori speciali ai terroristi voluti dall'ex capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, e dall'ex vicepresidente Dick Cheney.
"I medici dovevano assicurarsi", si legge su Repubblica.it, "che tecniche come il waterboarding, cioè l'affogamento simulato, la deprivazione del sonno e così via non oltrepassassero i limiti autoimposti dal governo che avrebbero protetto le spie dall'accusa di torture. Ma proprio nel momento in cui i medici prendevano nota delle tecniche di interrogatorio i pazienti sarebbero diventati "cavie". Le tecniche infatti furono modificate proprio grazie a queste osservazioni." L'acqua veniva infatti sostituita da una soluzione salina per scongiurare il rischio di polmonite o iponatriemia, cioè una riduzione di sodio che può portare alla morte.
E' questa la 'civiltà' occidentale? E' questa l'etica che ispirava i volenterosi medici di Bush? If you tolerate this, your children will be next, diceva qualcuno un po' di tempo fa.
La filosofia americana Judith Butler ha scritto in proposito parole altissime e da meditare attentamente: "Il termine 'civiltà', e ciò che ne consegue nella pratica, determina una produzione dell'umano differenziata e offre uno standard culturalmente limitato di quello che si presume essere l'umano. Non è solo che alcuni esseri umani sono trattati come esseri umani e altri vengono de-umanizzati; è che la de-umanizzazione diventa la condizione per produrre l'umano fino al punto che una civiltà 'occidentale' definisce se stessa al di sopra e contro una popolazione considerata illegittima per definizione, e umana con qualche dubbio".

Link: Judith Butler, Modello Guantanamo

18 febbraio 2010

La nuova personalità autoritaria

L'Osservatorio su xenofobia e razzismo della Camera dei Deputati ha presentato i risultati di una ricerca SWG (campione: 2.000 interviste) su "Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti" dalla quale emerge il dato allarmante della chiusura dei giovani italiani agli "altri":
- il 45% manifesta atteggiamenti di chiusura nei confronti degli stranieri;
- il 40 % manifesta atteggiamenti di apertura e accettazione;
- il 20% è apertamente ostile, vale a dire xenofobo e razzista.
Ne deriva che, fra i giovani italiani (fascia compresa tra i 18 e i 29 anni) le persone tolleranti e senza pregiudizi sono una minoranza.
Nella ricerca vengono distinti poi tre gruppi,
1. i “Romeno-rom-albanese fobici”, 15,3% degli intervistati, manifesta la propria intolleranza soprattutto verso queste culture: la maggioranza (56%) è qui costituita da donne;
2. soggetti con comportamenti orientati apertamente al razzismo, 10,7% dei giovani, perchè rifiuta e manifesta fastidio per tutti, tranne italiani e europei.
3. gli "xenofobi per elezione" (cioè per scelta), pari al 20% dei giovani intervistati, ovvero quanti non esprimono forme di odio in modo violento ma nondimeno ritiene che le altre etnie debbano vivere fuori dall’Italia.
L’atteggiamento aperto appartiene solo al 39,6% del campione che si può a sua volta distinguere in:
a) “inclusivi” (19,4%) con un’apertura totale e serena alle diverse culture (55,3%);
b) “tolleranti” (14,7%);
c) “aperturisti tiepidi” (5,5%), ovvero giovani antirazzisti, ma con forme più caute e trattenute, minore interazione con gli stranieri e un riconoscimento più ridotto dell’omosessualità.
Nella posizione media, infine, ci sono i “mixofobici” (14,5%): non sostengono la chiusura ma neanche il suo opposto, anzi vivono con un sentimento di fastidio ciò che li allontana dall’identità italiana.
Europei, americani e anche gli italiani del Sud vengono apprezzati dai ragazzi italiani. Ma la cosa più preoccupante è la netta chiusura nei confronti di Sinti, Rom e romeni (cittadini europei, ma evidentemente considerati dai ragazzi di serie C). Dalla ricerca si evince infine che "Ii profilo più estremo del razzismo tra i giovani descrive una persona che ostenta superiorità e persistente bisogno di potenza. Ha atteggiamenti apertamente omofobici, spinte antisemitiche, convinzione dell'inferiorità delle donne. E non accetta nessuna razza o etnia diversa dalla propria. Un profilo che riguarda il 10,7 per cento dei giovani". La cosa più preoccupante è che questo 10,7% è una minoranza molto forte, con senso della comunità, coesa, omogenea e ideologicamente compatta. Basti pensare che su Facebook sono stati censiti circa 1.000 gruppi razzisti e xenofobi.
Colpisce soprattutto che a produrre il senso della comunità sia ormai solo il risentimento etnico. Una comunità è per definizione chiusa: rende omogenei i suoi membri e traccia chiari confini fra sé e ciò che è esterno ad essa, soddisfacendo a due bisogni importanti della convivenza umana, quello di un'identità a cui riferirsi e quello di una chiara differenza rispetto all'altro da sé. La comunità, il fare gruppo, dà un'"aria di famiglia", stabilizza sia dal punto di vista psichico che da quello sociale chi si sente "spaesato" di fronte ai flussi migratori e alle convivenze difficili che essi inevitabilmente generano.
Ci sarebbe poi da tornare su un altro grande tema indagato dalla psicologia sociale postbellica, ovvero se l'ostilità nei confronti dell'altro che manifestano i giovani italiani è propria della natura umana o è una costruzione sociale (cfr. Cotesta 2001, pp. 186-240). Se Adorno, nelle ricerche da lui coordinate sulla personalità autoritaria, aveva mostrato che alla base dell'ostilità nei confronti dell'altro vi è una componente di personalità (tratti autoritari della personalità) che una risocializzazione democratica potrebbe rendere migliore, Tajfel, nel suo studio su categorizzazione e stereotipi, ritiene che gli stereotipi sono un potente strumento cognitivo che consente di ridurre la complessità del mondo, riducendo la fatica che facciamo a interpretarlo e a decodificarlo. Ne consegue che gli stereotipi servono a dare un orientamento agli individui nelle relazioni sociali: sono come una guida semplificata per chi non sa o non vuole sforzarsi di "mappare" diversamente il territorio in cui si trova a vivere e ad agire. Semplificando, si sa, si vive meglio e Tajfel ne era consapevole.
Che i giovani tendano alla xenofobia e al razzismo significa allora, seguendo Tajfel, che essi sempre più rinunciano allo sforzo di comprendere il mondo e, quindi, anche di trasformarlo in un posto diverso, dove potrebbe essere più bello vivere.

Links e fonti:
Osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia e razzismo (webtv)
Rassegna.it Sito di informazione su lavoro, politica ed economia sociale
Th.W. Adorno et al.: La personalità autoritaria, tr. it. Milano 1997.
G. Allport, 1954: La natura del pregiudizio, tr. it. Firenze 1976.
V. Cotesta, 2001: Sociologia dei conflitti etnici. Razzismo, immigrazione e società multiculturale, Roma-Bari.
B.M. Mazzara, 1997: Stereotipi e pregiudizi, Bologna.
H. Tajfel, 1981: Gruppi umani e categorie sociali, tr. it. Bologna 1995.

27 gennaio 2010

La giornata della memoria: Besa, un codice d'onore

In occasione della Giornata della Memoria il Museo Ebraico di Bologna (come già il Museo ebraico Carlo e Vera Wagner di Trieste) dedica una mostra realizzata dallo Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto di Gerusalemme, al Codice d'onore albanese, il "Besa", in ricordo degli albanesi che salvarono migliaia di ebrei dalla Shoah.
Nei rispettivi siti dei musei è presente un'interessante ricostruzione di questa vicenda, davvero poco nota ai più e che merita di essere conosciuta. In Albania, paese a stragrande maggioranza musulmana, vivevano infatti appena qualche centinaio di ebrei su circa 800mila abitanti. Ma dopo il 1933, anno dell'ascesa di Hitler al cancellierato in Germania, l'Albania diede ospitalità e protezione a un migliaio di profughi ebrei provenienti non solo dalla Germania, ma anche dai paesi che stavano subendo o stavano per subire l'invasione delle truppe tedesche (Austria, Serbia, Grecia), mentre ovunque negli altri paesi europei si applicavano leggi razziali con la complicità o semplicemente nel silenzio della maggioranza dei cittadini.
L'Albania invece accolse i richiedenti asilo e si rifiutò di consegnare ai nazi-fascisti gli elenchi con i nomi degli ebrei che vivevano nel paese. Non solo, ma molte agenzie governative assicurarono a molti ebrei rifugiati documenti falsi che permisero loro di "mimetizzarsi" fra la popolazione albanese. Va ricordato che l'Albania dal 1939 era sotto l'occupazione italiana e che nel 1938 in Italia - e quindi anche in tutti i territori del suo "impero" - erano entrate in vigore le leggi razziali fasciste. Quindi essere cittadino albanese ed ebreo significava la deportazione nei campi di sterminio nazisti.
"Besa", si legge nella presentazione della mostra bolognese, "è una nobile promessa morale vincolata da scelte basate su un alto senso dell'onore e della giustizia umana. È un concetto che si stabilisce sull'antico codice albanese della virtù che impegna ogni albanese a prestare aiuto a chiunque si trovi in situazioni di necessità a prescindere dal suo status culturale, religioso, etnico, sociale, di età, ecc.". Come ha detto il figlio della famiglia albanese Vasheli, onorata dallo Yad Vashem del titolo di Giusti fra le nazioni per aver salvato molti ebrei, “la nostra casa è prima la casa di Dio, poi la casa dell’ospite, infine la casa della famiglia. Il Corano ci insegna che tutte le persone – ebrei, cristiani, musulmani – sono sotto un solo Dio”.
"Il concetto stesso di “Besa” - si legge ancora nel sito - non ha molto a che fare con la religione in sé poiché le virtù del coraggio, della compassione, dell’onore, della tolleranza e del sacrificio, che caratterizzano il codice d’onore albanese, in realtà sono all’origine dei valori caratteristici della storia di tutti gli albanesi. 'Besa' è radicato nel codice di comportamento albanese detto Kanun, un insieme di norme che sono state codificate per la prima volta dal principe Leke Dukagjini, intorno alla fine del XV secolo. Dukagjini era un amico e compagno di lotta del grande eroe albanese Gjergij Kastrioti detto 'Skanderberg' [in italiano noto come Giorgio Castriota Scanderberg] che combattè fieramente fino al 1468 per difendere l'Albania e l'Europa dall'invasione dei Turchi Ottomani".

25 gennaio 2010

Mandiamoli a casa!


Dal sito Vibrisse di Giulio Mozzi, un documento ideato da Andrea Civati con la collaborazione di Giuseppe Civati, Ilda Curti, Ernesto Ruffini, Roberto Tricarico. "Mandiamoli a casa!" è un repertorio di luoghi comuni, stereotipi, pregiudizi e credenze varie sull'immigrazione in Italia, puntualmente smontati in base a dati oggettivi tratti da fonti istituzionali (Istat, Censis, Banca d'Italia, Ministeri, Assessorati, ecc.). Certo, non è facile smontare credenze e costrutti mentali "rigidi" come i pregiudizi etnici con dati e tabelle, perché convinzioni simili sono notoriamente impermeabili ad argomenti razionali. Tuttavia la documentazione riportata è utile a chiunque voglia sapere con maggiore esattezza come stanno le cose a proposito degli stranieri in Italia. Ne cito alcune, per invogliare alla lettura del PDF:
- gli stranieri in Italia sono meno di cinque milioni e la comunità più numerosa è quella rumena (cittadini europei): quindi in maggioranza cristiani, e non musulmani;
- la maggior parte dei clandestini sono non africani ma asiatici; clandestini non si nasce ma si diventa ;
- a differenza di quanto si pensa in moltissimi paesi islamici sono presenti chiese cattoliche. L'unico paese in cui è espressamente vietata la costruzione di chiese è l'Arabia Saudita;
- il 72% dei lavoratori stranieri svolge lavori manuali e poco specializzati e solo il 27% lavora in ambiti più qualificati, mentre fra gli italiani solo il 37% svolge mansioni manuali;
- non è possibile istituire un nesso causale tra aumento della criminalità e flussi migratori: la forte presenza di immigrati nelle carceri è dovuta anche alla non applicazione delle misure alternative.
Ci sono molte altre cose utili, ma le lascio alla lettura degli interessati.

12 gennaio 2010

Blacks out, un giorno senza immigrati

Un giorno accadrà.
Succederà, prima o poi, come nel fantaromanzo di Vladimiro Polchi.
Cantieri fermi, fabbriche chiuse, mercati vuoti. Operai, braccianti, raccoglitori, regolari o in nero, hanno detto basta.
Vecchi che si lamentano perché le badanti ucraine o russe hanno incrociato le braccia, hanno detto basta anche loro.
Consegne non effettuate dai corrieri o camionisti extracomunitari, stufi di turni massacranti a consegnare merce e pacchi vari ordinati su internet.
Messe non celebrate da parroci di origine latinoamericana.
Giocatori di calcio, basket, rugby che si rifiutano di scendere in campo, stufi dei cori razzisti. E magari anche i bambini e i ragazzi italiani con la pelle di un altro colore, che parlano tre lingue e conoscono in modo ancora imperfetto l'italiano, lingua non facile da apprendere nemmeno per gli autoctoni, e che finiranno in qualche classe differenziale, perché rallentano il programma.
Stufi, tutti, di sentirsi dire che sono un "peso", un "problema", un "rischio", un "fattore di insicurezza", che "non rispettano le regole", che "non rispettano i nostri valori" o, semplicemente, che sono "troppi" e che devono "tornare da dove sono venuti".
Jenner Meletti ne parla oggi su Repubblica, qui. L'eterna guerra contro l'altro, l'altro come rischio, minaccia, paura. Ma anche l'altro che consente agli individui incapaci di far valere meglio la propria rabbia e di renderla produttiva per un cambiamento di ciò che li rende rabbiosi e risentiti, magari perché non vengono trattati da cittadini ma da sudditi da istituzioni latitanti, o da meri ingranaggi nel meccanismo della produzione.
Quello che è successo in questi giorni a Rosarno è un segnale d'allarme molto forte, non solo delle tensioni che stanno esplodendo tra italiani e immigrati, ma anche di un degrado che minaccia, attraverso l'umiliazione di quei diseredati, anche chi sta "alla finestra" illudendosi che tanto lui non ne verrà toccato.

07 gennaio 2010

Qualcosa che brucia

Venezia, notte del 3 gennaio 2010, nei pressi della Basilica dei Frari, corte Badoer.
Marino, un signore di 61 anni senza fissa dimora, che vive di piccoli lavoretti e di notte dorme in un giaciglio di cartone in quella corte, ha un diverbio con un gruppo se non addirittura una "gang" di ragazzi e ragazze, forse dediti alla microcriminalità. Al suo giaciglio viene dato fuoco. Marino riesce a spegnere da solo le fiamme e resta illeso. Avrebbe potuto andare peggio, come nel caso del clochard di Rimini che rischiò di restare arso vivo a causa delle fiamme appicategli mentre dormiva su una panchina nella notte fra il 10 e l'11 novembre 2008. In quel caso, è qualcosa che brucia sapere che gli autori non erano dei balordi, ma quattro giovani "normali", un barista (20 anni), uno studente (20 anni), un elettricista (19 anni) e un perito chimico (19 anni): autori del gesto "per noia", come nelle storie del lancio di oggetti dai cavalcavia sulle autostrade. «Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco... Gli ho buttato addosso tutta la benzina che avevo. Lui non fiatava, dormiva».
Bruciare i poveracci che non si possono difendere è diventato uno sport molto praticato in Italia. Molti tentano diagnosi, interpretazioni, lanciano allarmi, danno valutazioni e giudizi.
Il politico: "E' un episodio molto grave, che deve farci riflettere, e ci costringe a una seria riflessione sul clima che si sta instaurando anche a Venezia".
Il poliziotto: "Abbiamo a che fare con dei ragazzini che per dimostrare qualcosa ai coetanei arrivano al limite compiendo atti vergognosi".
Il sociologo: "Questo atto è il frutto di una cultura dell'odio che individua nei diversi, nei reietti, un nemico da denigrare fino all'insulto e alla mortificazione".
Il prete: "Sono degli imbecilli".
Il cardinale: "Dietro questo gesto insensato c'è la noia in cui vivono molti dei nostri ragazzi".
La vicina: "Marino, perché non reagisci?"
Marino: "Se mi ribello fanno peggio".
Brucia l'idea di tolleranza, brucia l'idea che ragazzi e ragazze a 16-17 anni possano odiare così tanto da tentare di dar fuoco a una persona che non aveva fatto loro nulla di male.
Brucia la gioventù (anzi, la tarda adolescenza) nel rancore, nel risentimento, nella rabbia verso chi ormai viene visto come non-persona solo perché dorme su una panchina, avvolto da cartoni, "diverso" perché non condivide stili di vita, modi di essere, strutture di relazione. Come ha scritto C. Donolo in un'interessante analisi sullo stato della società italiana, "il nemico immaginario serve da regolatore morale: se non ci fosse andrebbe tutto bene", "il capro espiatorio è la soluzione facile e a sua volta è l'indice di una sindrome sociopatologica, in cui non ci si prende la responsabilità di nulla" ("non pensavamo di fare niente di male", "volevamo solo divertirci", dissero i giovani di Rimini che diedero fuoco al clochard addormentato su una panchina). Forse il barbone non è nemmeno percepito come nemico, ma è odiato in quanto è qualcuno che non si conforma, che se ne sta da solo, in certo modo autosufficiente e indipendente, nonostante l'interessamento degli operatori sociali. Chi trova la sua forza solo nell'intruppamento e nel gruppo, chi vive di una sorta di cameratismo a ciclo continuo, non può concepire che ci siano persone che vogliono stare sole e che in questa solitudine trovino ragioni per andare avanti in una vita che non ha offerto loro molte soddisfazioni. Nella società della connessione funzionale totale, in cui ciascuno dipende da altri, la dipendenza diventa una sindrome patologica e chi non dipende, chi è difforme o non conforme finisce per essere avvertito come una minaccia, un rischio da esorcizzare con fiamme purificatrici. A questo proposito Donolo ha parlato di un "defezionismo" che caratterizza la società italiana: "il defezionista non rispetta le regole, sa solo usarle a proprio vantaggio, specie se questo vantaggio è coniugato a un danno altrui; il defezionista non solo viola le regole, ma non sa darsene di altre che siano consistenti e compatibili". L'analfabetismo sociale si fonde con quello delle regole ed entrambi con quello che Galimberti chiama "analfabetismo emotivo": e allora è evidente che l'unica emozione che rompe il deserto di senso in cui certi ragazzi (ma non solo) si sentono immersi è dar fuoco a un campo rom piuttosto che a un barbone, le uniche regole sono quelle che vigono dentro il gruppo dei pari, che è poi l'unica dimensione sociale davvero conosciuta, e sperimentata dato che la società con la "s" maiuscola o non esiste, come volevano i neoliberisti, o coincide con il mercato; e nel mercato non c'è solidarietà umana, tolleranza, capacità di relazione con il diverso, ma solo do ut des, equivalenza, convenienza, calcolo. Così, "di quella dimensione sociale" che era il noi condiviso, osserva Galimberti ne L'ospite inquietante, e che in passato si poteva esprimere nella religione, nella politica o nella scuola, oggi "è rimasto solo quel tratto primitivo o quel cascame che è la banda. Solo con gli amici della banda oggi molti dei nostri ragazzi hanno l'impressione di poter dire davvero "noi", e di riconfermarlo in quelle pratiche di bullismo che sempre più caratterizzano i loro comportamenti a scuola. Lo sfondo è quello della violenza sui più deboli" e quando i più deboli non li si trova a scuola, li si va a cercare nelle corti, nei campi dei rom, sulle panchine, ovunque cioè sia osservabile una vita difforme, non-identica, non assimilabile ai meccanismi reificati che hanno alimentato la loro mente sin dall'infanzia, in virtù di una socializzazione prevalentemente televisiva e di un rapporto contrattualizzato con il mondo degli adulti (i "patti formativi" a scuola, le regole contrattate tra genitori e figli...), in cui la relazione all'altro è diventata un do ut des in cui, come scriveva già Ibsen in Casa di bambola, si "perde ogni libertà e bellezza" e soprattutto viene inaridita la relazione intersoggettiva come fonte di affettività, speranza, fiducia, spegnendo la sua capacità di produrre personalità stabili, capaci di seguire e di darsi una regola. Nell'altro che brucia non deve però andare in fumo anche la speranza che solo nei più giovani si possano rinvenire le risorse per spegnere la follia di tali incendi.

14 dicembre 2009

Storia di un cittadino italiano: Pap Khouma

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009?
Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
"Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?".
"Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.

Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...".
L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".

© PAP KHOUMA - Continua su Repubblica.it

Chi è Pap Khouma
Pap Khouma alla Festa del Libro di Torino (2006)
La rivista di letteratura della migrazione El-Ghibli on line diretta da Pap Khouma

04 dicembre 2009

Razzisti? Sì, che male c'è?

Commercianti, editori, proprietari di appartamenti, titolari di pubblici esercizi, imprenditori... Tutti pronti ad assumere "solo italiani", come emerge da un'inchiesta sugli annunci web della redazione milanese di repubblica.it (vedere qui per credere). E secondo una ricerca demoscopica di Demos & Pi per Fondazione Unipolis alla domanda "Gli immigrati sono una minaccia per l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone?" il 37,4% si dichiara d'accordo (era però il 50,7% nei primi mesi del 2008). Si dirà: ognuno ha il diritto di affittare la propria a casa a chi vuole e di assumere chi gli pare. A parte l'ovvia obiezione di discriminazione, in realtà il famoso diritto di essere padrono a casa (o in azienda) propria nasconde un altro interesse, evidenziato dall'inchiesta: poiché nell'offerta di lavoro o di alloggio era richiesto esplicitamente "solo italiani", nel caso in cui il locatario o il datore di lavoro "per gentile concessione" assuma o affitti a uno straniero, la paga e l'affitto vengono calcolati di conseguenza "proprio perché non sono razzista e ti voglio venire incontro". Insomma, un bel trucco per sfruttare i disperati alla ricerca di un tetto sulla testa e di un lavoro per mangiare: dall'inchiesta si apprende infatti che "scrivendo 'solo italiani', il datore lancia un messaggio allo straniero: per avere il posto, devi accettare di essere pagato meno. I casi raccolti da Cgil sono da incubo: lavapiatti cinesi full-time a 500 euro al mese, camerieri nordafricani a 600 euro, commesse moldave che in negozi di abbigliamento guadagnano 750 euro anziché i 1.000 previsti. "Nel caso delle moldave — dice Crippa [responsabile Cgil milanese]— l’annuncio era chiaro: non volevano stranieri. Quindi, facendole lavorare, l’azienda ha fatto loro un favore".
Eppure non sono lontani i tempi in cui in Svizzera fuori dai locali appendevano cartelli (come si ricorderà dal post di Condizioni Umane sulla storia di Alfredo Zardini) con scritto "Eintritt für Italiener verboten!" (ingresso vietato agli italiani), come si può vedere dalla foto qui a fianco, scattata nel 1958 a Saarbrucken, una città tedesca vicino a Strasburgo (© G. A. Stella). Oppure l'ancora più offensivo "Interdit au chiens et au italiens" in Belgio o in Svizzera, quando gli italiani giravano con la valigia di cartone. Il razzismo, come ho già scritto nel post sul nuovo libro di Stella, è un alibi, l'estremo rifugio del sordido interesse alla prepotenza, all'affermazione di sé: l'interesse a far prevalere i propri interessi. Chi tira le banane a Mario Balotelli o ad altri giocatori di colore non ha mai provato sulla sua pelle cosa significa essere discriminati, non ha mai messo piede in un altro paese in cui qualcuno è più bianco di lui, più puro e più a casa propria. E nessuno di loro, andando a lavorare, credo sia accaduto quel che accadde a Gallarate il 16 gennaio 2000 al piastrellista romeno Ion Cazacu, il quale aveva osato chiedere al suo "padroncino" di essere regolarizzato visto che era stato assunto in nero.
A chi ha paura dell'uomo nero, come certi bambini, raccomando di temere di più gli uomini astuti: "
Apri gli occhi pupo, stai attento pupo, non temere l'uomo nero, non temere l'uomo lupo, non temere l'uomo cupo, temi solo l'uomo astuto" (Caparezza).

01 dicembre 2009

L'eterna guerra contro l'altro

Si potrebbe definire una sorta di Gomorra del razzismo, questo ultimo libro di Gian Antonio Stella. Sin dalla prima pagina Stella imposta la questione fondamentale, quella dell'ossessione feticista dell'identità e della deriva xenofoba: "Al centro del mondo", dicono certi vecchi di Rialto, "ghe semo noialtri: i venessiani de Venessia. Al de là del ponte de la Libertà, che porta in terraferma, ghe xè i campagnoli, che i dise de esser venessiani e de parlar venessian, ma no i xè venessiani: i xè campagnoli. Al de là dei campagnoli ghe xè i foresti: comaschi, bergamaschi, canadesi, parigini, polacchi, inglesi, valdostani... Tuti foresti. Al de là dell'Adriatico, sotto Trieste, ghe xè i sciavi: gli slavi. E i xingani: gli zingari. Sotto el Po ghe xè in napo'etani. Più sotto ancora dei napo'etani ghe xè i mori: neri, arabi, meticci... Tutti mori" (G. A. Stella, Negri Froci Giudei & co.. L'eterna guerra contro l'altro, Rizzoli, Milano 2009, p. 11). Nella fine classificazione etnografica dei vecchi veneziani, riportata da Stella, mancavano però quelli che Kowalski, il vecchio operaio patriottico della Ford (impersonato dal grande Clint Eastwood) che si scontra con gli immigrati asiatici in Gran Torino chiama - con poca fantasia - "musi gialli" e che i "venessiani" di cui sopra - con fantasia educata ittologicamente - chiamano invece "i sfogi" (le sogliole, per la faccia gialla e schiacciata). Questi ultimi ricambiano delicatamente il favore ai veneziani e al mondo intero, ritenendosi non al centro dell'orbe terracqueo come i veneziani (o il popolo veneto, o quello padano, o i cristiani, o i musulmani, ecc.), ma nientemeno che "al centro del Cielo e della Terra, dove le forze cosmiche sono in piena armonia" (ibid.).
Chiunque abbia studiato un po' non dico di antropologia culturale ma anche solo di storia (può bastare anche quella delle medie) sa bene che non c'è popolo che non abbia vantato con qualche mito di fondazione la propria origine divina o la propria superiorità biologica. Ci stanno dentro tutti: ebrei, egizi, persiani, indiani, greci, musulmani, cristiani., cinesi, giapponesi, coreani.. In ogni mitologia arcaica, in ogni religione, è presente questa pretesa di avere diritto su una terra, su un luogo, e quindi di essere al centro del mondo a partire da quel luogo, da quell'omphalos (si veda il cap. 3 "L'ombelico del mondo siamo noi. No, noi"). E, al tempo stesso, la paura della "contaminazione" dell'altro. L'altro porta malattie, infetta, si appropria - più o meno lecitamente - di un pezzo di quel luogo in cui "noi" ci riconosciamo, abbiamo le nostre "radici", la nostra "cultura", insomma la nostra "identità". L'altro ci "espropria" del nostro essere noi stessi, ci "tira fuori" dalle nostre belle comunità, entra nelle nostre case (sporca e ammorba i nostri treni con i suoi odori mefitici o con i suoi cibi immondi, fa la pipì - come esecrava Oriana Fallaci - sui muri delle nostre chiese, ruba i nostri beni faticosamente e onestamente accumulati, stupra e ammazza soprattutto le nostre donne...). L'orrore per quella che Borghezio definisce "l'omologazione mondialista" (p. 12) spinge allora a serrare le fila, a stringersi nel locale (significativamente, nel dialetto del mio paese, "locale" stava per "bar, ristorante", oppure per "appartamento"), a mettere la croce sul tricolore e a proporre referendum sui minareti., le moschee, i crocifissi e i veli, per mettere argine al contagio, per paura di essere "contaminati" dall'altro. Il razzismo ha il vantaggio di essere una "ipersoluzione" (Watzlawick), cioè di essere in grado di spiegare tutto, dall'influenza A alla crisi economica, dalle nuove povertà alla violenza sessuale. La purezza come criterio di appropriazione e di definizione culturale è in realtà una mistificazione tautologica: "puro" è solo ciò che ha avuto rapporti con "noi", "noi" è l'unico criterio per stabilire ciò che è "puro". In altri termini: la definizione di "puro" è puramente soggettiva e arbitraria e non ha alcuna stringenza logica, ma riflette soltanto rapporti di dominio, relazioni di potere (io decido che tu, che non puoi decidere, sei diverso da me e dunque impuro, contaminante e contagioso con la tua diversità; io invece sono identico a me stesso e quindi anche puro, incontaminato, asettico). Non ha nessuna necessità: è una finzione ideologica, un costrutto fasullo, esattamente come "identità culturale" (che sempre più mostra di essere quel che il colonnello Dax in Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick dice, citando Samuel Johnson, del patriottismo: "l'ultimo rifugio delle canaglie"). E' stato detto tante volte ma vale la pena ripetere che, beninteso, questo vale per chiunque (ebrei, cristiani, turchi, cinesi...) rivendichi pseudo-purezze culturali che non esistono da nessuna parte (a parte forse qualche tribù indios amazzonica che non ha mai avuto contatti con nessun'altra popolazione, come questa) e non solo per il Ku-Klux-Klan. La purezza (del sangue, dell'identità, dell'ideologia) richiede inevitabilmente, necessariamente, la pulizia e se l'identità culturale deve restare pura, l'unico detergente è la pulizia etnica. Stella ricorda che il modello della pulizia etnica per eccellenza, la Shoah, fu preceduta dal genocidio dei boeri in Sudafrica ad opera degli inglesi che volevano sbarazzarsi dei bianchi africani (ritenuti "impuri" perché nati da un miscuglio di olandesi, francesi, tedeschi) che provocò una "mattanza": "circa 30.000 fattorie furono distrutte, almeno 120.000 persone, in grandissima maggioranza donne e bambini ... vennero internati nei campi di concentramento dove oltre 20.000 bambini... persero la vita" (p. 18). Una pulizia etnica così spietata, ricorda Stella, da poter essere usata addirittura da Hitler in persona come alibi "per rigettare sul Regno Unito nel 1941 le accuse di genocidio e raccontata nel tristemente celebre Ohm Krüger (di cui però Stella omette il titolo, che aggiungo io) "girato per istigare le SS a vendicare le donne e i bambini boeri", film che al Festival di Venezia del 1941 vinse la Coppa Mussolini come miglior pellicola straniera (ibid.). (Ironia - malvagia - della sorte, i primi campi di concentramento, com'è noto (ma credo non abbastanza), furono creati dagli inglesi in Sudafrica nel corso della seconda guerra boera: si veda qui). O come il genocidio degli armeni (tra uno e due milioni di morti), che servì al nazismo come modello della "soluzione finale della questione ebraica" (Endlösung der Judenfrage). Allora i turchi del Comitato Unione e Progresso dissero che si trattava "di salvare la madrepatria dalle ambizioni di questa razza maledetta [gli armeni] e di prendersi carico sulle proprie spalle patriottiche della macchia che oscura la storia ottomana" (p. 23).
Una simile ossessione per la purezza, la pulizia, la cancellazione delle macchie e via detergendo, ha qualcosa di psicopatologico in senso freudiano. Il paria è l'impuro, il fuori casta che ammorba con la sua sola presenza. Utile in questo senso il cap. 17, "Lo stupidario dei fanatici", un'antologia dell'orrore fisico che l'ideologia razzista di ogni specie e latitudine nutre verso l'altro. Esse mostrano un tratto caratteristico del razzismo, la sua costante attualità: il suo essere "sempre in bilico tra il ridicolo e il mostruoso" (p. 299), uno statuto epistemologico a metà fra barzelletta oscena e mentalità criminale. Stereotipi etnici e sessuali sono una forma di oggettivazione del diverso, dello straniero, dell'estraneo per immobilizzarlo, fissarlo, trasformarlo in una "cosa" (in linguaggio filosofico: reificazione) per poterlo controllare, dominare, per poter esercitare su di esso il proprio potere (per fargli guerra, comprarlo, venderlo, sfruttarlo, additarlo alla pubblica opinione come capro espiatorio, negargli diritti...). Il razzismo è una forma di oggettivazione e spersonalizzazione dell'umano: è riconoscimento negato, ostilità profonda, atavica, ancestrale, ad ammettere che l'ingroup possa essere simile all'outgroup, che si possa condividere, che si possa parlare di uguaglianza fra gli esseri umani. Ancora una volta assistiamo oggi al ritorno dell'ideologia della sopraffazione, dell'annientamento del diverso, al rifiuto del confronto e della relazione all'altro. Forse è giunto il tempo di tornare a recitare la preghiera laica a Dio che conclude il Trattato sulla tolleranza di Voltaire: "Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi, Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa' che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa' sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati 'uomini' non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione".

16 settembre 2009

Per Sanaa, per Hina

Si torna sempre sulle stesse cose (o, "alla Musil": le stesse cose ritornano). Il recente caso di Sanaa Dafani, la ragazza marocchina diciottenne assassinata dal padre probabilmente perché non accettava la sua convivenza con un ragazzo italiano (ma non è chiaro se non accettasse il fatto della convivenza o il fatto che il convivente fosse un italiano), riporta al centro della riflessione filosofica e sociale la difficile condizione femminile e la questione della violenza di genere. I media hanno già pronta l'analogia con il "caso" di Hina Saleem, la ragazza di origini pakistane assassinata dal clan familiare nel bresciano perché voleva vivere "all'occidentale", contro il parere dei suoi congiunti.
Di questi temi avevo già parlato in Condizioni Umane, avviando anche con i miei studenti di scienze sociali un dibattito a partire da un articolo di Kureishi e dal libro di Susan Moller Okin Diritti delle donne e multiculturalismo, e in particolare sul saggio "Il multiculturalismo fa male alle donne?". La Okin incalza le donne e in particolare i movimenti per i diritti delle donne a porsi questa domanda: chi paga il conto dell'integrazione culturale? E la risposta purtroppo è sempre la stessa: lo pagano le fasce più deboli in ogni settore del mosaico culturale, ovvero i bambini o, come in questo caso, le giovani donne. Questo perché i bambini, in quanto soggetti al processo di socializzazione e le donne, in quanto principali responsabili della riproduzione materiale del gruppo, sono in realtà i veri soggetti forti di ogni comunità. Bambini e donne rappresentano la speranza, il futuro, la possibilità di rigenerazione, ma, al tempo stesso, anche la conservazione e la tradizione. Perciò essi sono rivendicati come "proprietà", quindi spesso con furore dalla comunità di appartenenza, la quale invoca ogni volta parole come identità, tradizione, cultura per giustificare tale esclusiva proprietaria.
Il fatto è che ogni cultura, ogni rivendicazione identitaria, ogni gesto con cui si rivendica l'appartenenza a una comunità è potenzialmente violento e generatore di violenza. Come scrive Francesco Remotti in Contro l'identità "l'identità non inerisce all'essenza di un oggetto; dipende invece dalle nostre decisioni" (Contro l'identità, p. 5). Non solo in una società moderna (come fanno credere i comunitaristi) ma in qualsiasi società noi decidiamo quale identità avere: essa non è un'essenza fissata una volta per tutte. Noi organizziamo la nostra identità, la costruiamo e la decostruiamo, la inventiamo e la reinventiamo, la formiamo e la deformiamo continuamente. Non si tratta di cedere a un facile convenzionalismo (come fanno molti antropologi e anche lo stesso Remotti) o, come si dice oggi spesso a sproposito, a un confortevole relativismo culturale, per cui ciascuno costruisce o decostruisce il proprio sé ritagliandoselo fra circostanze, occasioni, situazioni, opportunità (una sorta di sé poliforme o informe, ovvero "liquido", per usare la terminologia ormai un po' logora di Bauman). Il fatto che non si vuole accettare è che l'identità è un processo, è fondamentalmente relazione all'altro e capacità di riconoscimento. Nessuna cultura, nessuna concezione comunitaria che si chiuda in se stessa potrà mai eliminare questa sorta di "fatto della differenza". E se vuole eliminarlo, l'unico mezzo di cui potrà disporre sarà la violenza, il terrore, l'umiliazione, di cui Sanaa e Hina sono purtroppo solo i casi più eclatanti, perché donne, perché giovani, perché "integrate", dunque vittime predestinate di quell'ossessione identitaria e di quell'ideologia rabbiosa del possesso esclusivo alla quale non è estranea nessuna "tradizione". Lo sforzo che bisogna fare per evitare il ripetersi di casi come questi è spezzare quell'ossessione e quell'ideologia, non solo con gli strumenti repressivi del diritto, ma anche con il dialogo, il confronto, la ricostituzione di un tessuto di norme e di valori. Affinché un padre (o un marito) non debba più sentirsi perduto, "gettato" in una situazione anomica, senza più punti di riferimento, se perde l'affetto (o la devozione incondizionata) di una figlia (o di una moglie); affinché una figlia (o una moglie) non debba più temere per la propria vita in conseguenza delle sue libere scelte individuali, affinché insomma ciascuno possa sentirsi un individuo accettato, compreso, amato anche e soprattutto per le sue scelte, per quell'identità che ci costruiamo insieme agli altri.
Per approfondire:
- La figlia uccisa perché conviveva con un italiano (Corriere);
- Il dramma della madre di Sanaa (Gazzettino);
- Il padre padrone (Repubblica);
- Sanaa come Hina, due vite stroncate (Sky);
- Il ministro Carfagna si costituisce parte civile nel processo per l'omicidio di Sanaa (Ansa).

01 settembre 2009

Addio alle scienze sociali

Addio alle scienze sociali, alla sociologia, all'antropologia culturale, alla metodologia della ricerca. Le materie più innovative insegnate nell'ultimo decennio nei licei italiani scompaiono, con la riforma voluta dal ministro Gelmini, dai programmi del nuovo Liceo delle scienze umane di cui per ora si conosce il profilo orario unicamente attraverso le bozze dei nuovi regolamenti di istituzione. In ogni caso, dal prossimo anno scolastico entreranno in vigore i nuovi licei che cancelleranno le sperimentazioni e i programmi Brocca, in particolare il liceo socio-psico-pedagogico e il liceo delle scienze sociali, entrambi sostituiti da un Liceo delle scienze umane al cui interno gli istituti potranno attivare un'opzione "economico-sociale".
Gli attuali insegnanti di "Filosofia, psicologia e scienze dell'educazione" (classe di concorso A036) non insegneranno più Filosofia in questi licei: essa viene infatti assegnata (insieme a Storia) agli attuali docenti di Filosofia e Storia (classe di concorso A037).
Al momento il ministero deve ancora chiarire nello specifico quali saranno gli obiettivi dell'insegnamento di "Scienze umane": ma già fin d'ora si sa che la perdita di ore per la materia d'indirizzo sarà molto elevata ("Scienze umane" si insegnerà infatti per sole 12 ore nell'arco dell'intero quinquennio) e comporterà la sparizione dell'insegnamento di pedagogia, sociologia e psicologia come materie autonome (anche se saranno riattivabili se "opzionate" dagli alunni che vorranno fare ore extra rispetto al monte ore, previsto in 27 per il biennio e 30 per il triennio). Allo stesso modo sono destinate a scomparire materie come "Laboratorio di scienze sociali", insegnate nell'attuale Liceo delle scienze sociali, nonché le compresenze (di solito filosofia/scienze sociali e storia/diritto).
Una simile riforma sembra quindi giustificata soprattutto da esigenze di razionalizzazione della spesa anziché da autentiche ragioni didattiche e pedagogiche. Ma questo comporterà la perdita (oltre che di posti di lavoro!) di un patrimonio di conoscenza che si era consolidato nel corso degli negli anni, come dimostrano i numerosi siti afferenti alla rete delle scienze sociali (come ad esempio Passaggi).
Per un'informazione dettagliata e più tecnica sui cambiamenti che stanno per essere introdotti è di grande utilità il sito tematico dedicato al nuovo Liceo delle scienze umane: http://liceoscienzeumane.blogspot.com/

28 luglio 2009

Democrazia e vergogna

Lo stato di salute della democrazia e l'incapacità di provare vergogna

di Gianfranco Carofiglio

Un sintomo del grado di sviluppo della democrazia e in generale della qualità della vita pubblica si può desumere dallo stato di salute delle parole, da come sono utilizzate, da quello che riescono a significare. Dal senso che riescono a generare. Oggi, nel nostro paese, lo stato di salute delle parole è preoccupante. Stiamo assistendo a un processo patologico di conversione del linguaggio a un'ideologia dominante attraverso l'occupazione della lingua...

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Repubblica.it, 28 luglio 2009